Lo straniero

Il romanzo di Camus e il film di Ozon

di Alberto Giovanni Biuso - giovedì 16 aprile 2026 - 713 letture

L’étranger - Lo straniero

di François Ozon

Francia, 2025

Con: Benjamin Voisin (Meursault), Rebecca Marder (Marie Cardona), Pierre Lottin (Raymond Sintès), Nicolas Vaude (il pubblico ministero), Jean-Charles Clichet (L’avvocato), Denis Lavant (Salamano), Swann Arlaud (il cappellano), Christophe Malavoy (il giudice), Mireille Perrier (Catherine Meursault)

Un bianco e nero splendido e lancinante si coniuga ai silenzi di un uomo riservato e taciturno che «non parla se non ha qualcosa da dire». Affermazione approvata dal presidente del tribunale chiamato a giudicarlo per aver ucciso un arabo nell’Algeri del 1938.

Mersault è un impiegato senza ambizioni; l’unico legame familiare è con la madre. Allorché gli arriva la notizia della morte della madre nella casa di riposo dove da tre anni viveva, il figlio non mostra particolari emozioni, neppure durante la veglia funebre e il funerale. Tornato ad Algeri, va al mare e poi al cinema con Marie. Trascorre la notte con lei. Vive. Vive al di là delle morte e del senso, che a Mersault giustamente non interessa cogliere o sentire per continuare a vivere, dato che l’esistenza è un accadimento senza ragione e senza scopo, il cui significato sta solo nel fatto d’esserci. Quest’uomo solitario ed estraneo a ogni evento viene giudicato e condannato non per aver ucciso un altro uomo a revolverate ma per non aver pianto al funerale della madre e per essere poi tornato a vivere; viene condannato per avere vissuto e per volere ancora rivivere «cette vie absurde que j’avais menée» (‘‘l’assurda esistenza che avevo condotto’’).

In questo modo sia il romanzo di Camus sia il film di Ozon mostrano con saggezza e con disprezzo come il canone sociale spinga a essere morti mentre siamo ancora vivi - è ciò che Mersault dichiara all’invadente cappellano che lo vuole redimere -, un canone che induce a essere corretti e obbedienti alle norme forse opportune ma certo sempre esteriori della morale comune. A essere convinti dell’assurdità del vivere non è Mersault ma sono i suoi accusatori: «tout le monde sait que la vie ne vaut pas la peine d’être vécue» (“tutti sanno che la vita non vale la pena d’essere vissuta”).

La versione cinematografica conserva questa estraneità alla sottomissione attraverso la recitazione immobile e passiva del protagonista; mediante l’evidente piccolezza degli altri personaggi; rimanendo sostanzialmente fedele al testo - tranne qualche inserto onirico nella parte finale del film - e soprattutto citando alcune delle affermazioni chiave del romanzo.

Tra queste, la consapevolezza che Mersault ha di ciò che ha fatto reagendo spaventato all’arabo che aveva estratto un coltello luccicante al sole. «C’est alors que tout a vacillé. Il m’a semblé que le ciel s’ouvrait sur toute son étendue pour laisser pleuvoir du feu. J’ai secoué la sueur et le soleil. J’ai compris que j’avais détruit l’équilibre du jour, le silence exceptionnel d’une plage où j’avais été heureux» (“È stato allora che tutto ha vacillato. Mi è sembrato che il cielo s’aprisse in tutta la sua estensione per lasciar piovere del fuoco. Ho scosso il sudore e il sole. Compresi che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, l’eccezionale silenzio di una spiaggia dove ero stato felice”). Al presidente del tribunale che gli chiede se ha qualcosa da dire dopo la feroce requisitoria con la quale il pubblico ministero ha chiesto la sua condanna a morte, Meursault risponde infatti che lui non aveva alcuna intenzione di uccidere l’arabo e che questo è accaduto «à cause du soleil», suscitando le risa indignate del pubblico che assiste al processo.

Un momento intenso è, come accennato, il dialogo con il cappellano, al quale Mersault risponde «qu’il me restait peu de temps. Je ne voulais pas le perdre avec Dieu» (“mi restava poco tempo. Non volevo perderlo con Dio”).

Al di là della disperazione, della morte e del nulla, al di là dunque dei modi nei quali l’esistenza è gettata nel mondo, il libro di Camus si consuma e si chiude con un grido di poesia, di rivolta, di tenerezza e di gioia, nel quale l’ultima parola - odio - disegna in modo geometrico che cosa la vita sia, che cosa la vita meriti. È uno dei finali più potenti che conosca:

Comme si cette grande colère m’avait purgé du mal, vidé d’espoir, devant cette nuite chargée de signes et d’étoiles, je m’ouvrais pour la première fois à la tendre indifférence du monde. De l’éprouver si pareil à moi, si fraternel enfin, j’ai senti que j’avais été heureux, et qui je l’étais encore. Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu’il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu’ils m’accueillent avec des cris de haine.

Come se questa grande ira mi avesse purificato dal male, svuotato di speranza, davanti a questa notte carica di segni e di stelle, per la prima volta mi aprivo alla tenera indifferenza del mondo. Percependolo così simile a me, così fraterno infine, sentivo che ero stato felice, e che ancora lo ero. Affinché tutto fosse compiuto, affinché mi sentissi meno solo, mi rimaneva da desiderare che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che essi mi accogliessero con delle grida di odio.

Questo è anche il primo finale del film. Al quale segue una scena a me poco comprensibile, che mostra la sorella dell’uomo ucciso mentre visita la tomba del fratello vicino al mare. Mi sembra che l’invenzione di questa scena contribuisca a rendere il film meno denso della narrazione, meno coraggioso.

Mettere in scena Camus, in particolare Lo straniero, non è facile e nel complesso Ozon è riuscito nell’impresa. In ogni caso il mio consiglio è di leggere il romanzo. Si verrà in contatto con una scrittura sobria, saggia, inesorabile.

www.biuso.eu


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