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Lo stato di salute dell’economia siciliana, intervista al prof. Cellini

La recente pubblicazione del report della Banca d’Italia sull’economia siciliana ci ha dato occasione di intervistare il professore di Economia Politica presso l’Università di Catania Roberto Cellini
di Emanuele G. - martedì 10 marzo 2015 - 1767 letture

Che la Sicilia non navighi nell’oro è una sensazione che noi tutti cittadini avvertiamo in maniera, oserei dire, quotidiana. Sensazione rinforzata dalla lettura del report sulla situazione congiunturale della nostra isola pubblicato dalla Banca d’Italia. Proprio per comprendere la portata di tale notevole iniziativa editoriale abbiamo intervista il prof. Roberto Cellini dell’Università di Catania.

Quali le idee forti che emergono dal Report della Banca d’Italia sulla situazione economica della nostra isola?

In estrema sintesi, la Sicilia emerge come una regione con tante potenzialita’, ossia risorse, assai poco sfruttate. Il patrimonio naturale e culturale, il know how in tanti campi si scontrano con carenze strutturali negli investimenti , pubblici e privati, e con carenze nell’organizzaizone delle attivita’ imprenditoriali e inefficienze dei soggetti pubblici. Le dimensioni medie delle imprese, troppo piccole, e la loro limitata apertura verso l’estero sono due cappi rilevanti.

Settore primario, secondario e terziario, mi pare che la Sicilia abbia delle particolarità rispetto al resto d’Italia, Europa e Usa…

Si’, certamente: in Sicilia e’ relativamente piu’ piccolo il settore manifatturiero (rispetto all’Italia e all’Europa), mentre hanno un peso maggiore l’agricoltura e i servizi. La "de-industrializzazione" e’ proseguita anche negli ultimi anni, accentuando queste peculiarita’. La relativa ipertrofia dei servizi, peraltro, e’ comune a tutte le regioni a statuto speciale.

Molti credono che l’agricoltura possa risollevare le sorti dell’economia siciliana, siamo sicuri?

L’agricoltura e’ importantissima per la Sicilia, ma -come ho detto poco sopra-questo settore e’ gia’ piu’ espanso in Sicilia rispetto al resto d’Italia. Non penso che sia ragionevole attendersi un ulteriore allargamento, per lo meno in termini di occupazione. Quello che dovrebbe invece accadere e’ che si "trasformi" l’agricolutra, orientandosi a produzioni a più alto valore aggiunto (un po’ come e’ successo nel caso specifico della vinicolutra), e si sviluppino servizi innovativi di commercializzazione. Un aiuto alla crescita del valore aggiunto dei prodotti agricoli potrebbe derivare anche da iniziative di protezione e promozione dei prodotti tipici, fatte con piu’ convinzione e piu’ risorse di quanto si impieghino oggi.

Come mai l’agricoltura siciliana è a basso valore aggiunto?

In estrema sintesi, si e’ guardato di piu’ alla quantita’ che alla qualita’. Si e’ stati poco attenti alla innovazione. Peraltro, in quei settori dove si sono cercate innovazioni (oltre al vitivinicolo possiamo pensare ai pomodori di Pachino, a solo titolo di esempio), i successi sono stati eclatanti.

Si parla continuamente del turismo come di un toccasana. Allora come mai la Sicilia ha solo 6 milioni di pernottamenti e le Baleari ben 75 milioni?

Anche in questo caso, penso sia un problema di organizzazione e di mentalita’. Manca, soprattutto, la capacita’ di mettere in rete i diversi soggetti che offrono beni e servizi turistici. Un capitolo poi a parte e’ quello dei trasporti e delle connessioni.

Anche le startup non è che stiano andando bene. L’ottanta per cento chiude dopo il primo anno di attività. Quali le criticità di questo modo di fare impresa?

Che vi siano chiusure di start-up e’, in certa misura, fisiologico. Per avere startup di successo occorre avere non solo le capacita’ inventive, ma anche capacita’ organizzative e preparazione per stare sui mercati. Non si improvvisa.

Dove si è sbagliato fino ad oggi nelle politiche di sviluppo della Sicilia? Si sono tentate tutte le strade, tuttavia…

L’assistenza e’ importante, ma non genera sviluppo sostenibile se non si valorizzano le capacita’ autoctone. Il capitale umano, il capitale sociale, e il capitale fisico degli investimenti sono tre ingredienti egualmente importanti.

Quale il suo giudizio su strumenti di programmazione economica quali Gal, patti d’area, patti territoriali? Sono serviti a qualcosa?

Hanno avuto un qualche effetto, e’ innegabile. Tuttavia, hanno fallito nel generare un processo di sviluppo sostenibile. Forse, sono stati presi come occasioni per avere un po’ di soldi nel breve periodo, mentre non si sono curati gli aspetti che avrebbero potuto innescare una crescita sostenuta nel tempo.

Il sistema creditizio aiuta realmente l’economia siciliana oppure è un elemento di freno?

Lei e’ partito dal rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Sicilia, in questa intervista. Consiglio a tutti di leggerlo. Non e’ tenero con i comportamenti di molti istituti di credito. Tuttavia, il problema non e’ solo siciliano. Qui, probabilmente, e’ piu’ grave che in altri territori, per la forte asimmetria di forza contrattuale, dovuta anche alle piccolissime dimensioni medie delle imprese.

Intermodalità e trasporti sono due delle occasioni perdute dalla Sicilia. Si può recuperare il gap rispetto ad altre aree del Mediterraneo?

Si deve.

Uno degli handicap è la straordinaria lentezza del momento decisionale. Come invertire, secondo lei, tale trend che ci distanzia anni luce dal resto del mondo?

Le riforme istituzionali di cui tanto si parla sono davvero importanti. Per la Sicilia e per l’Italia.

Appena lo 0,6% degli investimenti diretti esteri approda in Sicilia. Un dato drammatico.

Assolutamente si’. Uno degli elementi che concorre a dire che il problema della internazionalizzazione e’ una priorita’.

Negli anni cinquanta il Presidente della Regione La Loggia aveva indicato nell’industrializzazione dell’isola un atout vincente. E’ una strada da seguire oggi?

Non penso. E’ passato il tempo in cui industrializzazione era sinonimo di sviluppo. Ho gia’ ricordato che l’industria e’ sottodimenionata in Sicilia, e penso sinceramente che sarebbe importante potere recuperare insediamenti industriali. tuttavia, oggi, e’ sui servizi che il modello di crescita della Sicilia deve essere basato, a mio giudizio.

In Sicilia – come nel resto d’Italia – si è fatta molto economia politica, ma poca politica economica. Cosa ne pensa al riguardo?

Occorre recuperare il senso dell’intervento pubblico in economia: che non vuol dire , che gli enti pubblici debbano fare i produttori di tante cose che possono fare meglio i privati, ma i soggetti pubblici devono indirizzare e regolamentare. Senza regole i mercati non funzionano.

Grazie davvero professore.

Ricordo ai lettori il sito personale del prof. Roberto Cellini:

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