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Lo spettacolo del male: informazione, morbosità e la deriva etica del nostro tempo

Sant’Agostino, in un passo delle Confessioni, descrive perfettamente lo spettacolo del male, parlando di un suo allievo che va a Roma per vedere uno spettacolo di gladiatori...

di Laura Tussi - venerdì 2 ottobre 2026 - 354 letture

Il dibattito sul ruolo dei mass media nella contemporaneità non può più prescindere da un’analisi critica circa la spettacolarizzazione del dolore e della violenza. Sant’Agostino, in un passo delle Confessioni, descrive perfettamente lo spettacolo del male, parlando di un suo allievo che va a Roma per vedere uno spettacolo di gladiatori (nella foto “Pollice verso” del 1872, celebre dipinto del pittore francese Jean-Léon Gérôme, conservato al Phoenix Art Museum negli Stati Uniti) ed è convinto che riuscirà a chiudere gli occhi nel momento in cui esploderà la crudeltà e un uomo ucciderà un altro uomo per puro divertimento. Invece il suo allievo, quando sente la folla gridare, apre gli occhi, guarda e rimane sconvolto per sempre, catturato da quella scena crudele che ispirerà in lui il desiderio di vederne altre.

Viviamo in un’epoca in cui il male, da entità circoscritta e confinata nei luoghi deputati alla sua segregazione — carceri, ospedali psichiatrici, aule giudiziarie o segrete stanze del potere — è stato sdoganato e normalizzato, trasformato in un flusso continuo di intrattenimento di consumo. Prima dell’avvento pervasivo della televisione e della stampa orientata al sensazionalismo, la tragedia e la violenza possedevano una dimensione circoscritta; oggi, al contrario, la divulgazione pubblica agisce come un cassa di risonanza che non si limita a raccontare la realtà, ma la plasma, la enfatizza e, nei casi più gravi, la alimenta.

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Pollice verso, di Jean-Léon Gérôme, 1872

La sovraesposizione mediatica del crimine e della sofferenza genera un cortocircuito pericoloso. Da un lato, offende la memoria e la dignità delle vittime, ridotte a mere comparse di un dramma a consumo seriale; dall’altro, esalta e mitizza i carnefici, offrendo loro una ribalta narcisistica che può agire da pericoloso innesco. Come suggeriscono le analisi criminologiche e psicologiche sul condizionamento del cervello umano, l’esposizione costante a processi mediatici e a narrazioni morbose stimola gli istinti più regressivi di soggetti già fragili o predisposti alla devianza, scatenando emulazione e reazioni violente. Il male, spettacolarizzato, perde la sua repulsione naturale e diventa un modello comportamentale accessibile, quasi desiderabile nella sua macabra visibilità.

Di fronte a questo scenario, l’individuo sperimenta una profonda sensazione di impotenza. La reiterazione di notizie aberranti, guerre interminabili e violenze inaudite anestetizza le coscienze o, all’opposto, genera un logoramento psicologico collettivo. Ci si sente inermi di fronte al decadimento morale della società, dove la supremazia del potere e la corruzione dei rapporti umani sembrano dettare l’agenda globale. L’informazione, pur avendo il nobile compito di documentare il reale, scivola spesso nella pornografia del dolore, trasformando la mattanza di innocenti — vite spezzate senza alcun senso logico o geopolitico — in un format di consumo passivo.

Le grandi potenze e i governi mondiali appaiono immobili, intrappolati in una retorica diplomatica fatta di parole e summit inconcludenti, incapaci di contrapporre a questa deriva progetti concreti, strutturali ed efficaci. La paura dilaga, la politica si trincera dietro la difesa della non-esposizione, e il risultato è una svalutazione radicale della vita umana. Quante guerre, quanta violenza e quanti morti dovremo ancora contabilizzare prima di riconoscere che non siamo di fronte a un copione teatrale o a un evento sportivo, ma allo scempio irreversibile del genere umano?

La risposta non può essere delegata a un salvatore esterno o a istituzioni ormai sclerotizzate. L’unico argine possibile risiede in una presa di coscienza collettiva e individuale: siamo noi stessi chiamati a ricostruire il senso del limite, a rifiutare la morbosità dello spettacolo e a esigere un’informazione che rispetti la dignità umana, rigettando la banalizzazione del male prima che esso consumi del tutto le fondamenta della nostra civiltà.


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