“Lo scialle” di Cynthia Ozick: la letteratura come strumento di riparazione del mondo
Lo scialle / di Cynthia Ozick ; traduzione di Milka Ventura. – Milano: La Nave di Teseo, 1980-1983-1989-2025 – 128 pp. – ISBN 978-88-3461-748-9.
A giugno 2025, La Nave di Teseo ha finalmente ripubblicalo Lo Scialle di Cynthia Ozick (1928), per David Foster Wallace una delle più grandi scrittici americane viventi. Il libro è un piccolo capolavoro della letteratura ebraico-americana e, al contempo, della letteratura della Shoah diviso in due parti che videro la luce separatamente e in tempi diversi sul “New Yorker” (nel 1980 il racconto breve “Lo scialle” e nel 1983 la novella, racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia, “Rosa”). Il dittico fu poi pubblicato in un unico volume nel 1989.
Come evidenziato da Guido Fink nel titolo di una sua recensione [1] all’edizione italiana di Garzanti (nella traduzione di Milka Ventura, al pari di quella attuale), pubblicata nel 1990 su “L’Indice dei Libri del Mese”, il libro descrive «Due versioni dell’inferno».

- Copertina de Lo scialle, di Cynthia Ozick
Nella prima parte (“Lo scialle”) si vede una madre, Rosa, marciare verso un campo di concentramento – che si suppone si trovi in Polonia – tenendo stretta fra le braccia, avvolta in uno scialle, «raggomitolata fra le mammelle doloranti», la neonata Magda. Al suo fianco c’è la nipote Stella. I seni di Rosa si sono prosciugati, così la figlia prende fra le labbra un angolo di quel lembo di tessuto e lo succhia «inondando i fili di umidità. Il buon sapore dello scialle, latte di lino». «Era uno scialle magico», aggiunge la voce narrante, «poteva nutrire un lattante per tre giorni e tre notti». Giunta nel lager, Magda vive nascosta, avvolta nel caldo indumento, all’interno della baracca in cui alloggiano la mamma e la cugina. Fintantoché, un giorno, a causa del freddo Stella non le sottrae il suo unico bene. Magda, ora in grado di camminare, esce all’aperto reclamando il suo scialle con un urlo primordiale, lamentoso: «“Maaaa…”». Un suono inarticolato che è forse l’unico modo per rappresentare adeguatamente la mostruosità del genocidio attuato dalla Germania nazista.
Un soldato – descritto dalla narratrice per sineddochi e non nella sua interezza quale entità umana – la scopre e, senza pensarci due volte, la scaraventa contro la rete elettrificata [2] che circonda il campo di concentramento. La bambina muore. La madre vorrebbe gridare ma si reprime perché «se avesse lasciato erompere l’urlo di lupo che ora le saliva lungo la scala dello scheletro, avrebbero sparato». Allora prende lo scialle della figlia e se ne riempie la bocca, sente «l’intenso sapore di mandorle e cannella della saliva di Magda»; e così Rosa si beve lo scialle della figlia fino a che non diventa secco.
Questa prima parte del libro (la prima delle «Due versioni dell’inferno») è un vero e proprio esercizio di prosa poetica che richiama, in un rapporto antifonale e quasi contrappuntistico, la “Fuga della morte” di Paul Celan – una delle poesie più belle e agghiaccianti sulla Shoah – di cui sono citati in epigrafe i due versi finali: «i tuoi capelli d’oro Margarete / i tuoi capelli di cenere Sulamith». Infatti i capelli di Magda sono «lisci come piume, gialli quasi come la stella cucita sul cappotto di Rosa». Nel campo di concentramento spira un «vento cattivo con dentro dei pezzi di nero», un «vento punteggiato di cenere», ed è superfluo precisare a cosa si riferisce la parola «cenere». «Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera / noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte / noi beviamo e beviamo» (trad. di Giuseppe Bevilacqua) è l’incipit della poesia. E Magda e Rosa si bevono lo scialle, «latte di lino». «Noi scaviamo una tomba nell’aria», dice un emistichio della “Fuga” di Celan. E la Ozick replica: «Il peso di Rosa diminuiva sempre di più; Rosa e Stella stavano lentamente trasformandosi in aria».
Con un salto temporale di diversi decenni – nella seconda delle «Due versioni dell’inferno» (“Rosa”) – ritroviamo la protagonista eponima, superstite della Shoah, a Miami. Dopo un atto di follia – ha distrutto il suo negozio di mobili di seconda mano a Brooklyn (e la notizia ha trovato un’eco sulla stampa nazionale) – la donna è ricoverata, a spese della nipote Stella (anche lei sopravvissuta), in una non ben precisata struttura genericamente denominata “albergo”. Nelle parole di Guido Fink «il primo inferno, dominato dalla disperata ricerca di liquidi salvifici – latte, acqua, saliva – si trasforma automaticamente in una Florida cotta dal sole e “curva sotto il peso del rimpianto”, dove “gusci fritti” di pensionati e “spaventapasseri in balia del vento” mesti trascinano le loro esistenze di sopravvissuti a metà fra lavanderie a gettoni e sale da tè» [3].
Ed è proprio in una lavanderia che Rosa incontra Simon Persky, un anziano signore di settantuno anni – immigrato, non profugo, a differenza della protagonista e come lei ebreo originario di Varsavia – che si vanta di essere imparentato con Shimon Peretz e Betty “Lauren” Bacall, la moglie di Humphrey Bogart. Si sente solo. Le figlie si sono sposate e sono andate via da casa, l’unico figlio maschio è maggiorenne, e la moglie è ricoverata in un manicomio. Persky è l’unico personaggio comico del racconto. E lo humor della Ozick, dal sapore “cinereo”, lo dipinge come una figura grottesca: «i denti falsi, il doppio mento e quel toupet rossiccio da libertino comprato Dio sa quando e dove. […]. Un damerino».
Rosa, a sua volta, dichiara la propria età (cinquantanove anni), si vanta di provenire da una famiglia colta e gli dice che sarebbe diventata un chimico se «i ladri» non si fossero portati via la sua vita. E ci tiene a sottolineare la diversa estrazione sociale fra lei e l’interlocutore ripetendo più volte, come una litania, «La sua Varsavia non è la mia Varsavia». Poi, forse per troncare subito il discorso, dichiara di essere pazza e di aver distrutto la propria azienda in un momento di follia perché i suoi clienti «erano come sordi». Più avanti, in un’immaginaria lettera alla figlia, spiegherà: «Quando avevo il mio negozio ero “a contatto con il pubblico”, e volevo raccontare a tutti non solo la nostra storia, ma anche altre storie. Nessuno sapeva nulla. Questo mi sconcertava, che nessuno ricordasse quel che era accaduto così poco tempo prima. Non ricordavano perché non sapevano».
Per rabbia nei confronti di quelli che non ricordano – perché “non sanno” o perché “non vogliono sapere” [4] – Rosa distrugge i suoi averi. Così facendo contribuisce anche lei alla distruzione del mondo e alla cancellazione della sua memoria. Ma poi tenta di ripararlo concentrandosi sul bene per lei più prezioso: lo scialle in cui avvolgeva la figlia Magda. Mentre la nipote Stella vuole dimenticare l’insostenibile passato e invita la zia a fare lo stesso, Rosa vuole ricordare a tutti i costi nonostante l’indicibile sofferenza che questo le causa. Vuole riparare il mondo, il suo mondo, ricreando e ricostruendo con l’ausilio dell’immaginazione la vita precocemente interrotta della figlia. E lo fa per il tramite di quel misero lembo di stoffa.
È uno «scialle magico», come lo presenta fin dall’inizio l’autrice, il tallit che gli ebrei indossano quando invocano Dio, un feticcio, una reliquia emozionale, una protesi ontologica, il Santo Sudario, il “Verbo”: se Dio crea il mondo con la parola, Rosa lo ricrea per mezzo del prodigioso indumento, intriso della saliva di Magda, toccandolo e annusandolo. E immagina che la figlia sia viva e conduca un’esistenza normale, che sia cresciuta e sia diventata una dottoressa o una docente universitaria di filosofia; in perfetto accordo con la tradizione della sua famiglia di origine, una famiglia colta e benestante.
Lo scialle è anche un surrogato dell’utero materno. È l’oggetto in cui Rosa si rispecchia e vede se stessa come la Vergine Maria e Magda come il frutto dell’Immacolata Concezione [5], nonostante i capelli biondi e gli occhi azzurri di quest’ultima rivelino che è figlia della violenza subita dalla madre ad opera di un soldato nazista.
Nell’articolo citato, Fink rilevava che la bipartizione della novella della Ozick rimanda al «midrash, la tradizione rabbinica dell’interpretazione biblica […] dispersa in mille rivoli tutt’altro che ortodossi» [6]. Per l’illustre americanista, il secondo testo (Rosa”) è un midrash del primo (“Lo scialle”). Fink precisava che «in realtà, fra testo-base e commento midrashico esiste un rapporto sincronico e di interdipendenza, nel senso che l’uno contiene l’altro e lo rispecchia, e viceversa».
Nella postfazione al volume, Mario Materassi annota: «La letteratura, scrive la Ozick in “Innovation and Redemption: What Literature Means” (in Art & Ardor), deve essere “una letteratura che redime, una letteratura che interpreta e decodifica il mondo, creata a forza per il bene dell’umanità”. E nella prefazione a Bloodshed: “i racconti dovrebbero giudicare e interpretare il mondo”».
A parere di chi scrive, andrebbe menzionata anche la Mishnah (217 d.C.), la prima grande opera scritta sulla tradizione della Torah orale e sul suo studio, perché – fra le altre cose – espone la dottrina del Tiqqùn ’olam, il processo di riparazione spirituale e materiale del creato. La locuzione significa letteralmente “riparare il mondo”. È uno dei compiti, fondamentali, che Dio assegna all’uomo e che rientra in quello più ampio di portare a termine la creazione e – può sembrare incredibile a chi non ha familiarità con la mistica ebraica – di dare forma alla divinità stessa [7].
Lo scialle è un medium finalizzato alla riparazione della vita perduta di Rosa. La donna, ricreando il proprio mondo con l’occhio della mente – sollecitato da quel lembo di stoffa – lo ripara, pone rimedio ai suoi guasti, alla cieca e disumana violenza del soldato nazista che aveva scagliato Magda contro la rete elettrificata. Fa tornare in vita la figlia a cui scrive («alla sua figlia sana, alla figlia che non soffriva né di fibrillazione né di anemia, alla figlia che era professoressa di filosofia greca alla Columbia University di New York») lettere infarcite di frasi strazianti e farneticanti come queste, allineate l’una appresso all’altra in un ininterrotto flusso di coscienza: «Magda, benedizione dell’anima mia […]. […] Stella dice che faccio di te una reliquia. Non ha cuore. […]. Per calmare la sua demenza, per tenerla buona, faccio finta che tu sia morta. […]. Le accuse di Stella sono tutte escrezioni sue proprie. Tuo padre non era un tedesco. Io fui violentata da un tedesco, è vero, e più di una volta, ma stavo troppo male per restare incinta. Stella ha una mente pornografica di natura, non può fare a meno di immaginare per te un padre laido, un SS! […]. Tu sei pura».
E la voce narrante commenta: «Che cosa curiosa era tenere in mano una penna […]. Un’immersione nella lingua viva. Tutt’a un tratto questa limpidezza, questa capacità, questo potere di dire una storia, di raccontare, di spiegare. Di recuperare, di riparare!». Lo scialle – oggetto simbolico e polisemico – è, dunque, anche una metafora della letteratura e dell’arte in generale, strumenti imperfetti con cui gli uomini provano a preservare la memoria e a “riparare il mondo”, a porre rimedio al caos istituendo se non l’armonia, un ordine o una parvenza d’ordine, per quanto provvisorio e imperfetto esso sia.
È vero, Rosa nel suo tentativo di salvaguardare la memoria indulge nelle dissonanze cognitive. I suoi ricordi sono stravolti dalla sua immaginazione che si rifiuta di accettare la morte della figlia e l’idea che la bambina era stata il frutto di uno stupro. Avverte, senza possibilità di sottrarsene, «l’attrito della memoria» (per dirla con un verso di Fabrizio Lombardo [8]) ma distorce la realtà. Tuttavia la sua testimonianza – per quanto deformata – contiene comunque un nucleo di irrefragabile verità. Proprio come fa la letteratura che preserva la memoria filtrandola attraverso la bellezza e la fantasia; e che, servendosi della finzione, propone al lettore una realtà alterata per rendere delle ripugnanti verità – come quella della Shoah – più sopportabili e, di conseguenza, più facili da trasmettere. Nella mistica ebraica i gusci del male, le Qelipòt, imprigionano le scintille della luce divina ma, al tempo stesso, essendo imperfettamente sigillati, attenuano la luce corrusca che emana dalla santità di Dio e ne rendono possibile la contemplazione seppure in una sorta di confusa percezione.
Rosa è continuamente importunata da uno studioso, un certo James W. Dell’Albero, studioso di sociopatologia clinica, che le scrive delle lettere per chiederle di poterla incontrare. Vuole farle un’intervista, in vista di un convegno che si terrà a Miami, allo scopo di verificare la teoria della «“Vitalità Repressa”» secondo la quale chi è stato sottoposto a un «periodo prolungato di stress dovuto a incarcerazione, esposizione» (ergo gli ebrei sopravvissuti ai lager) soffre di «una vasta gamma di ripercussioni neurologiche (comprese, in certi casi, lesioni cerebrali gravi, squilibrio mentale, disorientamento, senilità precoce, ecc.), nonché alterazioni ormonali, parassitosi, anemia, fibrillazione, iperventilazione, ecc.» «Più sordo di tutti è l’orribile dottor Dell’Albero» – osservava Cesare Cases in un’altra recensione [9] al volume, inclusa nel citato numero dell’“Indice dei Libri del Mese” – perché vuole ridurre e incapsulare, banalizzandole, un’imperscrutabile tragedia esistenziale (originata dallo sradicamento di Rosa dalla propria vita e dal suo internamento in un campo di concentramento) e un’immane catastrofe storica (la Shoah) in un disturbo mentale e in una teoria vagamente buddista che oggi definiremmo New Age. Quella dello studioso è una deliberata “sordità morale”, una forma di violenza epistemica.
Nel corso di un suo vagabondaggio serale, «Molto yiddish», alla vaga ricerca di un paio di mutande (indumento profano posto dall’autrice in rapporto dialettico con la sacra reliquia dello scialle) che crede le siano state sottratte da Persky, Rosa – immersa nei propri pensieri – si ritrova distrattamente all’interno della stazione balneare di un grande albergo. Si accorge che in cima al muro di cinta c’è del filo spinato. Il cielo è senza stelle, la sabbia è disseminata di corpi. Sembra un girone dell’inferno dantesco. Nella descrizione della voce narrante la similitudine è però con la città di Pompei e con le spoglie dei suoi abitanti sepolte sotto cumuli di ceneri vulcaniche. Allora la donna dà un colpetto a uno dei corpi sdraiati nella sabbia per chiedere come fare ad uscire. Quel corpo è avvinghiato a un altro corpo, entrambi maschili. «“Sodoma!”», sibila Rosa scandalizzata e fugge via. Dopo aver peregrinato nell’albergo senza riuscire a trovare la via d’uscita, si imbatte nel direttore al quale porge le sue rimostranze: «“In America non c’è posto per il filo spinato in cima ai recinti”». L’uomo le dice il proprio cognome, chiaramente ebreo: Finkelstein. Ma lei si ostina: «“Soltanto i nazisti intrappolano gli innocenti dietro il filo spinato”».
Il presente è costantemente infettato dal passato. L’esistenza di Rosa è ancora vincolata alla Lebenswelt dell’universo concentrazionario del quale la struttura in cui vive, deprivata della dimensione affettiva, è una versione decisamente più soft.
Al rientro a casa, vicino al banco della reception, inaspettatamente la donna trova Persky ad attenderla. L’anziano signore le chiede un appuntamento. Lei cerca in tutti i modi di svicolare. Lui insiste e Rosa lo fa salire nella propria stanza (o meglio, il proprio “cubicolo”) dove prendono un tè e proseguono la conversazione.
Qualche giorno dopo, Rosa scrive una lettera a Magda, la stessa lettera di cui prima sono stati riportati alcuni brani. Ma mentre la sta terminando, sente la presenza della figlia scivolare via, un po’ alla volta. Nel frattempo, riceve una chiamata. Dalla reception le annunciano che sta per salire da lei il signor Persky. Si scopre così che Rosa ha ceduto alle insistenze dell’anziano signore che è lì per un rendez-vous. Perciò Magda – la figlia – si fa da parte, si dilegua per lasciare campo libero alla madre.
Rosa si è arresa? Ha vinto Stella?
La conclusione della vicenda non è una resa all’oblio. La madre mette metaforicamente fra parentesi lo “scialle” della figlia (una sorta di epochè in chiave minore) per non soccombere sotto il peso della memoria che l’oggetto condensa e contiene. Lo fa per aprirsi al mondo e riprendersi la vita, la propria vita. Per darsi un’altra possibilità e godere finalmente di un nuovo inizio, di una ritrovata serenità. E, inoltre, Rosa ha individuato nel suo corteggiatore, Simon Persky, una persona disposta a prestarle attenzione e a condividere con lei sofferenze e ricordi, che non manca però di ammonirla: «“Non si può vivere nel passato”». Una frase convenzionale questa che appartiene a quella saggezza popolare da cui la protagonista, per retaggio familiare, senz’altro dissentirebbe. Tuttavia, un compromesso è necessario, non ci sono alternative: occorre un atto minimo di fiducia nel presente. La “riparazione” è parziale e non può essere diversamente. È un atto umano che non nega il trauma ma lo attraversa, convive con esso.
Dalla “lingua morta” dei fantasmi si passa alla “lingua viva” delle relazioni umane.
Ed è, forse, proprio questa la vera “magia”.
[1] Guido Fink, Due versioni dell’inferno, in: “L’Indice dei Libri del Mese”, anno VII, n. 4, aprile 1990, pp. 4-5.
[2] In un’intervista, Ozick ha dichiarato di aver preso spunto da un passo di The Rise and Fall of the Third Reich: A History of Nazi Germany di William L. Shirer in cui è riportata la vicenda, realmente accaduta, di un bambino ebreo scaraventato contro la rete elettrificata di un campo di concentramento (Kim Heron, I Required a Dawning). L’intervista era stata pubblicata di seguito a un articolo di Francine Prose, Idolatry in Miami (“New York Times Book Review”, 10 settembre 1989, Section 7, p. 1).
[3] Guido Fink, Due versioni dell’inferno, cit., p. 4
[4] «“La conoscenza è testimonianza”, ha detto Ms. Ozick, che frequentava il liceo durante la Seconda guerra mondiale. “Come tutti, non sapevo nulla di quello che stava accadendo; come tutti avevo bisogno di sapere. La mia vita si svolgeva contemporaneamente a quella di Anna Frank ed era la vita che anche lei avrebbe dovuto avere. Non mi riesce di pensare ai miei anni trascorsi al liceo senza riflettere su quella beata normalità e sul fatto che, proprio in quei giorni, in un altro paese, le ciminiere dei forni crematoi fumavano”» (Kim Heron, I Required a Dawning: cit.).
[5] Meisha Rosenberg, Cynthia Ozick’s post-holocaust fiction: narration and morality in the midrashic mode, “Journal of the Short Story in English”, 32, Spring 1999.
[6] La tesi di Guido Fink (Guido Fink, Due versioni dell’inferno, cit., p. 4) – che si rifaceva ad uno scritto di Joseph Lowin (Cynthia Ozick Rewriting Herself: The Road from “The Shawl” to “Rosa”) – trova ulteriore conferma nel succitato articolo di Meisha Rosenberg (ibidem).
[7] «Tutto questo ci porta a considerare un altro aspetto della dottrina del Tiqqùn, ancora più importante per il sistema della teosofia pratica. Il processo col quale Dio concepisce, genera e sviluppa Se stesso non si compie solamente in Lui; in parte il processo di restituzione è anche compito dell’uomo. Non tutte le luci cadute nel carcere delle potenze del male si risollevano da sole; in altre parole è l’uomo che dà il tocco finale al sembiante divino, è a lui che spetta insediare Dio come Re e mistico Fattore di tutte le cose nel suo Regno celeste. È l’uomo che dà l’ultima forma al suo stesso Fattore! L’essere divino e l’essere umano in certi punti del processo cosmico sono interdipendenti; in tal modo all’intimo processo del Tiqqùn, che è fuori del tempo – rappresentato simbolicamente dalla nascita della personalità di Dio – corrisponde il processo temporale della storia di questo mondo. […]. Ogni azione dell’uomo è in relazione con questo compito finale che Dio ha attribuito alla sua creatura» (Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, trad. Guido Russo, Einaudi, Torino 1982-1993, pp. 281-282).
[8] Cfr. Roberto Galaverni, Infanzia privata in un tempo pubblico, “La Lettura”, 15 febbraio, p. 16.
[9] Cesare Cases, La Florida degli ebrei, “L’Indice dei Libri del Mese”, cit., p. 5.
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