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Lino Straulino: necessità e vezzo della canzone popolare

Ascoltato dai Chille a Firenze, Lino Straulino, cantautore friulano, discreto, sincero, sereno. Qualcosa di antico per cambiare.
di Francesco Chiantese - mercoledì 17 gennaio 2007 - 4540 letture

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Se le canta piano, Lino Straulino, le sue canzoni. Pare quasi che la voce, per rispetto, se ne stia sotto le corde della chitarra.

Una voce che non esagera, non stravolge, non pretende attenzione, una voce che non pretende di essere "bella", una voce che fa quello che deve fare... e lo fa bene, che ti verrebbe voglia di dirgli "buon lavoro", una voce artigiana, una voce che semplicemente se ne sta là "tra il tetto ed il cielo", come l’albero che, ci racconta, tradizionalmente si metteva sui tetti delle case appena costruite in quel momento di festa in cui il padrone della casa siede a tavola con gli operai e fa festa. Storie di altri tempi. Quando una casa in più era il segno della gioia di una comunità, e non quella unica e secca di chi da quella casa guadagnerà soldi.

Storie di altri tempi, dicevo, con parole di altri tempi. Eppure Lino sembra stare lì, non proprio in quegli anni, ma neanche troppo dopo quando tira fuori uno sguardo antico e lo pianta alle spalle del pubblico, oltre.

Mi aspettavo una bella serata di musica, come sempre a Firenze, a San Salvi, i Chille de la Balanza sanno offrire ai suoi familiari spettatori; invece qualcosa di più.

Il dialetto friulano che Lino ci scioglie davanti è talmente musicale che, quando meno te lo aspetti, è gia diventato samba.

Lino, sceso dalle sue montagne per lavorare con Massimiliano Larocca (www.massimilianolarocca.com) al suo nuovo disco, ci ha regalato qualche ora di profonda intimità.

Tra una canzone e l’altra, mentre rinnovava l’ennesima accordatura (ottimo chitarrista) della sua chitarra, il cantautore friulano, ci regala un clima da osteria, guardandoci semplicemente in faccia, raccontando con serenità cosa c’è dietro alla sua ricca ricerca artistica come si racconta, dopo un po’ di vino, l’avventura del giorno prima.

Mentre canta, però, sembra quasi che lui se ne vada; sembra quasi che il suo sforzo di memoria sia, piuttosto che quello di ricordare note e parole, quello di ricordare i colori ed i sapori della sua prima volta, la sua prima volta davanti a quella canzone.

O davanti alle donne che gliel’hanno intonata.
Così appare.
Sembra quasi che il suo sia un repertorio di facce e di voci, di gente incontrata per caso, di gente inseguita alle radici della necessità di fare canzone.
Necessità.
Durante il suo concerto tutto appare semplicemente necessario, e nessuno si chiede come quelle canzoni tradizionali assomiglino tra le sue mani a pezzi di Dylan.
Tutto appare necessario; o forse necessario è il nostro bisogno di ascoltare storie; perché, a pensarci bene, sono solo canzoni, soltanto vecchie canzoni.
Ed è giusto che Lino ce le offra così, come le avrebbe cantate sua nonna, come le avrebbe cantate la vecchia magiera del paese, così. Un po’ per sopportare le fatiche dell’essere donna, un po’ per godersi il vezzo di essere donna.

Credo che prenderò l’abitudine di visitare, di tanto in tanto, il sito di Lino www.linostraulino.com per vedere dove se la canta, nell’attesa che ripassi da queste parti, ma anche per comprare, a rate di un disco alla volta, la sua corposa e ricca discografia.

Fateci un giro anche voi.


Rispondere all'articolo - Ci sono 1 contributi al forum. - Policy sui Forum -
Lino Straulino: necessità e vezzo della canzone popolare
4 febbraio 2007

Straulino? Un Caravaggio alla ricerca di sonorità illuminanti per lo spirito dell’ascoltatore. Dall’ombra oscura dell’animo emerge una luce che scalda e ci fa risplendere dentro.

Un fan

    Lino Straulino: necessità e vezzo della canzone popolare
    12 febbraio 2007

    Straulino? Un giglio nero nel deserto morale che rende il mondo grigio.