Lettera a mio figlio su Giovanni Falcone
Ciao Daniele,
era inevitabile. Presto o tardi, doveva accadere. Sei un omino, ormai: stai finendo il tuo primo anno di scuola elementare. “Prima B!” dici con l’orgoglio dell’appartenenza, snocciolando con sicumera i nomi dei tuoi fidi compagni – Alberto, Andrea, Alessio, Francesco, Matteo - come se fosse un corpo scelto di marines, una squadra speciale per salvare l’umanità. Sei forte, Dani. E intelligente, vispo, irrefrenabile, curioso. Per questo mi piaci. E che, poi, tu sia mio figlio cerco di non farlo diventare un dogma fanatico per giustificare ogni marachella. Sei curioso. E testardo. E così, finalmente, la domanda tanto attesa è arrivata: “Ti ricordi di quel giudice ucciso, Falcone?”
Me l’hai chiesto, spalancando i tuoi occhioni neri, brillanti. Me l’hai chiesto – lo so – perché ti hanno raccontato, a scuola, che il giudice Falcone era siciliano, proprio come me. Quindi tu hai pensato di avere in mano una carta preziosa per poterti distinguere dagli altri. Come un giornalista di razza, nella tua testolina si è fatta strada l’idea dello scoop o, più semplicemente, il desiderio di dimostrare, ancora una volta, la tua unicità. Nulla di male, Daniele, proprio nulla. Anzi. Devi sapere che sono fiero di essere siciliano come il giudice Falcone. Altri siciliani mi hanno ripugnato nella vita, ma di qualcuno riesco ancora ad essere fiero. E tra questi, i giudici Falcone e Borsellino.
In classe, una maestra – Sandra? Elena? Maria Teresa? – vi ha parlato di quel giudice con i baffi. Buono e gentile, con un sorriso lieve sulle labbra e la cicca di sigaretta tra le dita. Vi ha raccontato della sua caparbietà, della sua intelligenza, della sua determinazione nel colpire i cattivi, i mafiosi, quelli che a volte si vedono nei film di Montalbano. Se ricordi, noi ne abbiamo parlato dei mafiosi e del comportarsi da mafiosi. Non tanto tempo fa, tra l’altro. Avevano raccontato a tua mamma che a scuola facevi il bulletto. Avevi i calci ed i pugni facili. E siccome fai anche karate, avevi gioco facile nell’intimorire gli altri bambini. Finché la madre di una delle tue piccole vittime si era lamentata della cosa. Lì per lì ti eri beccato i rimproveri della mamma. Poi, a casa, lei aveva riferito tutto a me. Tu avevi il muso lungo, lo sguardo basso, colpevole. Non avevi tentato neanche di difenderti con i soliti “ha incominciato prima lui”, “non gli ho fatto niente” o “mi hanno spinto” (buona sempre, questa: l’ho fatto, ma contro la mia volontà… anzi, a mia insaputa, alla Scajola!). In quel momento stavo scrivendo un articolo su Pio La Torre. Ti ho portato nello studio, ti ho mostrato la foto di quell’uomo stagliata sul monitor del computer e ho cercato di parlarti della mafia. Della prepotenza. Della violenza. Dell’essere dalla parte dei deboli e non dei forti. Di come la sopraffazione generi odio, miseria e mediocrità. Di questo ti ho parlato. E di tanto altro. Di quelli che hanno sfidato i prepotenti fino alla fine, di quelli che non si sono mai arresi, di quelli che sono dovuti andar via dalla Sicilia e da molte altre parti del Sud per poter vivere in pace e lavorare, avere figli belli e birbe come te e tua sorella Anna. Hai capito. L’ho visto nei tuoi occhi. Non siamo più tornati sull’argomento, ma sono sicuro che qualcosa è cambiato in te. Ed ora ti rifai vivo con la domanda tanto attesa. Una domanda che, per me, è anche un sollievo, un tornare a ricordi lontani, ma vividi, pieni di sole, speranze e delusioni. La domanda su cosa io ricordi del giorno in cui il giudice Falcone venne ucciso, su dove mi trovassi, con chi fossi, cosa stessi facendo. Mi sembra di sentirle le tue maestre: “chiedete ai vostri genitori, ai nonni, agli zii, insomma agli adulti. Chiedete dove si trovavano quel giorno: lo ricorderanno sicuramente, potete scommetterci.” Ed hanno proprio ragione. Tutti ci si ricorda dove si era quel giorno, il 23 maggio 1992.
Allora, caro Dani, avevo molta rabbia in corpo. C’erano molte cose che non mi piacevano, in Sicilia, nel paese in cui ero ritornato dopo gli anni di università. Ero ritornato a marzo. Mi ero laureato a febbraio ed a marzo ero giù. All’università, a Padova, avevo conosciuto tanta gente, avevo fatto politica, assemblee, occupazioni, discussioni, confronti, manifestazioni, ma tutto in un ambiente che ti lasciava respirare, dove non si percepiva l’oppressione del malaffare, della rassegnazione, delle inconfessabili e spesso ottuse connivenze. In realtà, tanto tempo dopo, avrei scoperto che anche qui i meccanismi delle meschinità, del ricatto, delle ruffianerie e delle prepotenze non sono molto diversi. Hanno solo un altro volto, meno sudicio, meno sanguinoso, ma, in molti casi, non meno subdolo, cinico e depravato.
Basta, non voglio annoiarti. C’erano molte cose che non mi piacevano, ho detto. Un po’ come a te le letture dal libro di scuola o farti tagliare le unghie dei piedi. Ed, allora, avevo molta rabbia dentro. La cullavo, quella rabbia. Era un propellente, per me. Un carburante che mi permetteva di guardare tutto con lucidità per individuare le magagne, denunciare le storture, ribellarmi alla sopraffazione, alla rassegnazione, non farmi ingannare dalle subdole parole di buon senso che in realtà, di sovente, nascondono una gran voglia – ma proprio grande, eh! – di strisciare e dire di sì al potente di turno: parole di uomini alla ricerca di un padrone. O di un padrino.
Bene, caro Daniele dagli occhi neri, era un bene prezioso per me, quella rabbia. La distillavo goccia a goccia. “Grazie al cielo non mi hanno ancora tolto il giusto di essere incazzato (ma tu non dirla, quest’ultima parola: di’ “arrabbiato”)”, mi ripetevo continuamente. Questo è un verso di una canzone di Giorgio Gaber. Lo conosci no, Gaber, quello dello shampoo? Ti farò ascoltare anche quest’altra canzone, questa che parla della rabbia.
Poi arrivò il 23 maggio. Era un sabato. E successe qualcosa, quel giorno. Qualcosa di sconquassante, terribile. Inatteso. Inatteso, forse, perché troppo scontato. Troppo banale perché potesse accadere davvero. Eppure successe, quel giorno di tanti anni fa, caro Dani. Istantaneamente il sole, il sole siciliano – te lo ricordi? – così caldo, infuocato, quel sole che romba in cielo con un ronzio sordo, semplicemente si spense. Così almeno me lo ricordo. Tramontò di botto, senza la solita testarda agonia delle sere d’estate. Morì e basta. E trionfò il buio, quel pomeriggio. Così, punto.
Quella sera uscivo di casa, Daniele, dopo una lunga e cordiale intervista all’allora Sindaco del paese, Salvo Zagarella. Sai cos’è un’intervista? E’ un dialogo, una chiacchierata fatta di domande e risposte. Poi tutto – le domande e le risposte – si trascrive e si pubblica su un giornale – noi ne avevamo uno che si chiamava “Altritalia” - affinché la gente possa leggerla. Bene, alla fine della discussione, non so perché o per come, avevamo iniziato a parlare del comune amico – e mio ex professore al Liceo – Giovanni Marino, sì proprio uno di quelli a cui ho dedicato il romanzo, ricordi? Giovanni da poco più d’un anno non c’era più. Aveva deciso di non voler star più con noi ed era volato via, con la libertà a lui consueta. Avevamo parlato, Salvo ed io, delle impalpabili ragioni di quel gesto, di quella terribile e radicale scelta. Alla fine, ci lasciammo con un sorriso triste. Così è la vita. E il mistero la lambisce ad ogni momento.
Un’ora dopo, la notizia me la diede Giovanni. Stavo parcheggiando davanti al club. Nello specchietto retrovisore vidi la sua macchina: parcheggiava pure lui. Appena scese mi disse a bruciapelo: “Hai sentito? Hanno ammazzato Falcone.” “E’ finita.” pensai sinceramente. Perché pensai questo? Perché il giudice Falcone non era un giudice qualunque. Era in gamba, lui. Era intelligente e sapeva tutto della mafia. Sapeva come combatterla e come non farla vivere, come toglierle ossigeno e fino a che punto potesse stare in apnea. Era un mito, per noi. Era il baluardo contro il malaffare, i prepotenti, contro quelli che ci vogliono carponi, a quattro zampe. Ci aveva insegnato tante cose. A non aver paura, a combattere la mafia perché “si trattava di un fenomeno storico e, in quanto tale, deve morire. Presto o tardi”. E noi volevamo far presto. Ci aveva insegnato la dignità, la possibilità di usare la parola “onore” senza paura, senza lasciarla ai mafiosi. Ché anche noi abbiamo l’onore, quello vero, quello che non si fa ricattare o corrompere da una bustarella, quello che ti fa guardare negli occhi il malandrino e te lo fa disprezzare. Noi siamo tanti. E migliori anche. Per questo vinceremo. Tutto questo e molto altro ci aveva insegnato Falcone, caro Danielino. E la sua morte ci lasciò attoniti, sconvolti, orfani.
Tutte le televisioni mandavano in onda le immagini che hai visto in questi giorni. L’asfalto sbriciolato, la catasta di macerie, le carcasse delle auto bruciacchiate, ammaccate, i guardrail divelti, gli sguardi persi di uomini che si guardano attorno smarriti, le voci sommesse fuori campo, il gracchiare metallico delle radio della polizia.
“Morsi ‘u judici da mafia. Sì, Falcone, ‘u ‘mmazzaru!” (“Hanno ucciso il giudice della mafia. Sì, Falcone, lo hanno ammazzato!”) sentii per strada. Due signore in Via Bovio parlavano attraverso una boscaglia di graste traboccanti di gelsomini. Parole di rabbia, di incredulità che contrastavano con il suadente profumo di quei fiori.
Al bar vidi un anziano con le lacrime agli occhi. Che sussurrava stancamente: “pirchì, pirchì? Ormai era a Roma…” Domande vere, domande senza risposta. Vere domande, vero dolore.
La strada che da Punta Raisi porta a Palermo, alla capitale. E quel maledetto svincolo per Capaci. “Capaci.” Ironizzò cupamente un tizio, l’indomani, davanti alla foto in prima pagina sulla “Sicilia” “Eh già, loro sono stati capaci. Siamo noi ad essere governati da incapaci.”
Caro Daniele, figlio mio, non potrò, non potremo mai dimenticare quei giorni. Quel cartello autostradale verde sulla Trapani-Palermo. Quel cratere immenso che inghiottì i “nostri” uomini, una fenditura della terra da cui l’inferno sputò le sue fiamme.
Sono passati tanti anni. Ma mi ricordo, come se fosse oggi, i visi stralunati dei ragazzi, i discorsi mugugnati dei vecchi. Le panchine della villa quasi silenziose. Tutti a leggere il giornale, ad irritarsi per la vignetta di Forattini, a scambiarci opinioni, scrutare dentro di noi e l’orizzonte del nostro futuro.
“Cu fu? ‘A mafia? E cu è ‘a mafia? Iddi, chiddi di Roma, su ‘a mafia!” sentii dire da qualcuno.
Che strano, scoprivamo che gente la quale per una vita intera ci era sembrata indifferente a tutto ciò che non fosse il proprio pane, pensava, ragionava, si accalorava. Scoprivamo che, in realtà, un’idea delle cose, del mondo ce l’aveva. Ed aveva anche un’idea della politica, della mafia e dei suoi traffici e connivenze. E noi non l’avevamo mai sospettato. Noi lì a sottovalutare questi bravi padri di famiglia, a sottovalutarli e tacciarli di abulia, rassegnazione, menefreghismo, opportunismo: a chi mi dà il pane, lo chiamo papà, come si dice dalle nostre parti. E invece si mostravano passionali, partecipi di qualcosa, di un evento più grande di loro, enormemente più grande. Mostravano il loro stupore, stupore e dolore. Come noi, i “ragazzi impegnati”. Falcone non era qualcuno, un mito, solo per noi. Lo era anche per loro. Un mito da ammirare e rispettare. Una speranza di cambiamento da custodire, tutelare gelosamente. E ora erano sinceramente addolorati, arrabbiati con se stessi, con la loro dabbenaggine, come se si arrovellassero dolorosamente per non aver fatto abbastanza per proteggerlo, difenderlo. E’ successo anche a me, ricordi?, quando tua sorella si è fatta male cadendo dal piano superiore del letto a castello. Non ci davamo pace, io e la mamma, per averla lasciata da sola a giocare in camera, mentre noi sbrigavamo altre faccende. Tante volte era rimasta da sola in quella stanza e non era mai successo nulla, ma quel pomeriggio la birichina pensò di salire lì sopra. Poi sai com’è andata. E come ci siamo macerati, la mamma ed io.
Ma torniamo al 1992. I giorni passarono lenti. Ma non ricordo il loro sapore, il loro colore. Riesco a vedere solo bianco slavato, anodino… Ti è capitato? Un po’ come quando, in inverno, sei costretto a startene a casa, senza poter andare al parco o scorazzare in bici. Rendo l’idea? Sentivamo tutti una grande cappa gravare sulle nostre teste. Un peso, una coltre soffocante che si frapponeva tra noi e il cielo. Rivedo i baffetti di Gaetano, Gaetano Guzzardo, un mio amico che faceva il giornalista per un importante quotidiano del Sud. Tu non lo conosci Gaetano: te lo presenterò quando ci sarà l’occasione. Aveva due baffetti ben curati, Gaetano. Ci faceva morire dal ridere perché giustificava la sua pancia da sedentario con il fatto che aveva messo al mondo tre figli: come se i figli li avesse messi al mondo lui e non la moglie! Vedo ancora i baffetti di Gaetano, ti dicevo, schiacciato anche lui da un evento imponderabile, incalcolabile. Rispetto al quale i suoi articoli su ruspanti politicanti di paese e truci omicidi di provincia diventavano sberleffi, insulsaggini, giochetti di satolli perbenisti perdigiorno… E i baffi di Gaetano, nella mia memoria, si muovono: “da quanto tempo ci avevamo pensato che potesse accadere? Proprio per questo sembrava non potesse mai accadere…” “Abbiamo esorcizzato,” faccio io e guardo quei baffetti, pensando a quelli del giudice, al suo sorriso gentile e intelligente, un sorriso che non dice nulla per dire tutto.
E mi ricordo dei discorsi con Nello, Giovanni, Aurelio, Andrea, Marcello. Discorsi strani, discorsi di sconforto a celare l’impotenza, di rabbia a nascondere la sconfitta. Non mi ricordo, invece, dei profumi, di quello di zàgara nell’aria, ad esempio. Temo che non ci fosse, semplicemente. Dopo cinque anni passati immerso nelle brume del Nord, speravo di poter tornare per respirarlo ancora quell’odore sensuale di donna in amore. Ma, in quei giorni di fine maggio del ’92, non ci furono profumi né sogni né carezze dell’aria madida di umori siciliani. Ora siamo qui, caro Dani, a distanza di 18 anni. Tante cose cono capitate nel frattempo. Tante che a ricordarle faremmo notte. Beh, innanzitutto, sono nati tanti bellissimi bambini, come te e tua sorella Anna, i figli di Maurizio e Gina, Lidia e Adriano, e quelli di Fausto e Giovanna, Piercarlo e Giovanni, solo per citarne alcuni. Ci sono stati, purtroppo tanti altri morti, ché la mattanza non finì con il giudice Falcone. L’amico fraterno Paolo Borsellino, un altro giudice temerario e mitico, sarebbe stato ucciso il 19 luglio, meno di tre mesi dopo, e poi tanti altri: Libero Grassi, Pino Puglisi, le bombe a Roma, Firenze e Milano… Un casino, insomma, scusami il termine. Però, tanta di quella gente che aveva ammazzato, fatto stragi, pensato solo a massacrare il prossimo, è stata arrestata: in prigione!, come dici tu. Provenzano, Riina, Brusca e compagnia bella, anzi brutta, bruttissima. Gentucola senza onore, ominicchi senza dignità.
Poi… Poi cosa? Ah, ecco, un’intera classe politica venne cancellata dalla faccia della terra. Mi ricordo di un ministro - Martelli si chiamava – che, poco dopo la strage dichiarò che “quello sarebbe stato il peggior affare della mafia.” E poi venne seppellito da una montagna di avvisi di garanzia. Tant’è. Ma ci sono anche notizie positive. Oggi non so dirti se, politicamente parlando, siamo messi meglio o peggio. Il sospetto che, nel frattempo, poco sia cambiato è forte. Sì, parlo dei politici di oggi, anche di Berlusconi. Lo so che a te non piace perché dici che sembra di plasticona come uno skifidol, ma non andare in giro a dire – come hai fatto a scuola per Natale – che è stato lui a uccidere Gesù. Ci mancava solo questa, povero.
E, in me, cosa è cambiato, chiedi? Tanto probabilmente. Tanto ed a fondo. Ma il dolore che provai quella volta è rimasto. Il dolore per la perdita di un uomo giusto, onesto. Che ci ha fatto onore, che ha fatto onore all’Italia ed alla Sicilia. E, per di più, siciliano. Proprio come me. Sai, uno scrittore – siciliano anche lui – ha detto che i siciliani (tu lo sei a metà, ricordalo) sono “esseri che si rendono immutabili ed eterni, degli dèi, che, proprio per questo, non cambieranno mai.” Beh, sai una cosa? Credo che si sbagliasse, quello scrittore. Perché i siciliani, o, meglio, molti di loro, dopo quanto accadde a Capaci, sono cambiati tantissimo. Hanno indirizzato la passionalità verso l’impegno antimafia, hanno affrontato giorno per giorno il malaffare, il sanguisuga del pizzo. Certo, non sempre, non tutti, non dappertutto. I corrotti ed i corruttori ci sono ancora, i tirapiedi sopravvivono, i politicanti collusi ci sono anch’essi. Ancora. Ma sono nati tanti gruppi ed associazioni giovanili antimafia, sono spuntati come funghi tanti comitati anti-racket (come quello di cui è presidente il signor Nunzio Di Pietro, il papà di Antonella. Ricordi? Quella che, quando andiamo giù, ti porta in giro e che fa gli scherzi mentre guida la macchina). Quindi si sono svegliati da allora. I ragazzi a scuola sono più consapevoli, la mafia ha smesso di essere solo una questione dello Stato, delle istituzioni, come si dice, per diventare una questione che riguarda tutti, tutti i cittadini onesti.
Certo, c’è molto ancora da lavorare. E bisogna stare sempre allerta. Perché nessuno te la regala, la libertà, e , al contrario, c’è sempre qualcuno disposto a togliertela. E, allora, caro Daniele, non dimenticarlo mai: tienici alla tua libertà, giacché – come insegna la storia - chi non sa difenderla, non la merita. E quindi tu e i tuoi amici, difendetela questa libertà, non mollate mai, imparate a dire di no quando serve. Siete bambini in gamba, sarete uomini liberi. Ma solo se sarete protagonisti del vostro destino, padroni e protagonisti. Lottate per le cose a cui tenete, perché lottare per la vostra libertà, per la vostra sete di giustizia, significa lottare per la libertà e la giustizia di tutti. Andate avanti e non ascoltate chi vuole demoralizzarvi, smontarvi. Non ascoltateli e non malediteli, non odiateli, non date loro la colpa della meschinità che si portano dentro: il coraggio non si vende in tabaccheria e se uno non ce l’ha, non può acquistarlo. La pavidità, l’opportunismo, la mediocrità, spesso, al contrario, vengono distribuiti gratis. Voi, invece, i numeri ce li avete e, lo sapete no?, da grandi capacità discendono anche grandi responsabilità.
Lo diceva De Gaulle, anche se, per voi (lo so) queste sono le sagge parole dello zio Ben, nell’ Uomo Ragno.
Non ha ragione? Ce l’ha. Dovrebbe averla.
Un bacio. Papà
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