Lenin nel giudizio storico di Costanzo Preve / di Salvatore Bravo

Le parole di Costanzo Preve ben colgono ed esprimono il pregiudizio principale da trascendere per restituire a Lenin onori ed errori e rimetterci in cammino.

di Salvatore A. Bravo - lunedì 22 gennaio 2024 - 447 letture

Oggi che l’Unione Sovietica è caduta in modo inglorioso la precarizzazione è divenuta la costante in ogni parte del mondo. Gli oligarchi non hanno timore del comunismo, per cui agiscono senza limite alcuno. L’occasione per ricostruire l’internazionale dei popoli trova oggi le condizioni storiche, ma manca la coscienza di classe. Il grande lavoro dello spirito e della politica che ci attende è ricostruire una egemonia culturale critica e trasformatrice nella quale convogliare, senza settarismi e inutili chiusure preconcette, le forze che già si oppongono al sistema di dominio e sfruttamento globale. In primis bisogna eliminare la leggenda nera del Novecento quale secolo dei soli orrori, versione ideologica ad uso del capitalismo e riportare la verità storica dove regna la violenza ideologica.

Le parole di Costanzo Preve ben colgono ed esprimono il pregiudizio principale da trascendere per restituire a Lenin onori ed errori e rimetterci in cammino:

Gli storici definiscono “leggenda nera” (leyenda negra) la teoria per cui gli spagnoli avrebbero di fatto genocidato i popoli amerindi dell’America Latina. Non sono uno specialista di quella storia, e quanto dico deve essere preso con beneficio d’inventario. A me sembra che gli spagnoli volevano prima di tutto sottomettere e schiavizzare, mentre gli anglosassoni intendevano invece sgomberare il terreno e quindi direttamente genocidare. Se sbaglio mi si corregga. D’altra parte, poiché una immagine vale spesso più di mille pagine di teoria, basta guardare le facce di George Bush e di Hugo Chavez per sapere quale dei due modelli coloniali ha saputo integrare di più i dominati. Ancora adesso chi guarda i telefilm americani vedrà negri in tutte le salse, negri poliziotti, negri pompieri, persino negri dirigenti, ma non vedrà mai coppie miste di neri e di bianchi. Ci si chieda il perché, e si comincerà a capire qualcosa di più del mondo contemporaneo a direzione ideocratica imperiale americana.

Oggi Lenin è il protagonista principale, insieme a Hitler e Stalin (i poveri Mao e Mussolini sono obbligati a sedere in seconda fila!), della “leggenda nera” del novecento, secolo diabolico in cui l’utopia della virtù si è rovesciata in terrore (Hegel, Merleau-Ponty, Furet, eccetera), ed in cui il comunismo non è stato che l’applicazione politica del livellamento fordista al mondo sociale. Poiché noi italiani ci distinguiamo sempre per essere feroci e buffoni (ma spesso non sappiamo che gli altri se ne accorgono, e se non lo dicono è solo per educazione!), questa teoria è italiana come la pizza e l’alta moda, ed ha trovato in Marco Revelli il suo esponente più determinato. Il “pentimento” degli ex Lotta Continua, questo sgradevole fenomeno sociologico, morale ed editoriale, ha evidentemente una durata di molti decenni" [1].

Oblio e censura nei decenni di neoliberismo totalitario e antidemocratico post-sovietico hanno rimosso Lenin dalla visuale politica e filosofica. Il sistema addomestica intossicando con la menzogna i subalterni, educandoli così alla disperazione. Non solo non c’è alternativa, ma il sistema è inviolabile e invincibile, per cui seguendo la morale provvisoria cartesiana si chiede di adattarsi al mondo e di cambiare se stessi e non la storia. Lenin ci riporta la speranza e la prassi, tutto è ancora possibile, dobbiamo preparare le nuove generazioni al possibile che può apparire in qualsiasi momento. La guerra dei monopoli rende il sistema fragile e instabile, pertanto la fessurazione è già nelle guerre che si consumano nella loro tragica normalità, manca la coscienza di classe, è tutta da costruire, ed è il grande compito che ci attende per superare l’anomia alienante del nostro tempo.

Costanzo Preve e Lenin

Costanzo Preve nei suoi scritti ha tracciato un giudizio storico e filosofico di Lenin. Giudicare significa discernere, pertanto il giudizio di Costanzo Preve è stato alieno da forme ideologiche di demonizzazione oggi imperanti sul rivoluzionario russo o da inutili nostalgie idolatriche. Egli ha calibrato con equilibrio l’ammirazione ragionata per il fondatore dell’Unione Sovietica con la “distanza da talune scelte politiche e filosofiche”. Una ricostruzione storica oggettiva e dialettica non può non considerare che gli “aspetti sgradevoli” della Rivoluzione russa sono l’effetto dell’aggressione delle potenze capitalistiche dopo il 1917.

Lenin e la storia del comunismo sovietico devono essere contestualizzati per essere compresi pienamente. Il giudizio dev’essere concreto e non astratto per essere discernimento storico e filosofico.

La guerra civile tra Bianchi e Rossi (1917-1922), la contemporanea guerra con la Polonia (1919-1921) e il comunismo di guerra (1918-1921) segnarono profondamente il futuro della Rivoluzione russa. L’Occidente sosteneva le forze reazionarie per ristabilire il capitalismo in Russia e saccheggiarne le risorse; la restaurazione della monarchia dei Romanov era solo il velo di Maya dietro cui nascondere famelici e ordinari appetiti. L’Unione Sovietica ne uscì vittoriosa, ma dovette improntare la sua politica sulla difesa militare e sulla caccia sistematica al “nemico interno”. Il conflitto tra Bianchi e Rossi causò la carestia nel 1921 che provocò due milioni di morti a cui devono aggiungersi i due milioni di vittime circa della guerra civile, pertanto ciò che avvenne dopo la sconfitta dei Bianchi dev’essere letto all’ombra dell’invasione che le potenze occidentali e anticomuniste posero in atto:

La maggior parte dei tratti “sgradevoli” e violenti del comunismo storico novecentesco non deve essere fatta risalire alla rivoluzione d’ottobre 1917, che fu una delle rivoluzioni più civili e meno violente della storia mondiale, ma trova la sua radice nella terribile guerra civile che in Europa si svolse fra il 1918 ed il 1921, ed in Asia centrale andò avanti almeno fino al 1926” [2].

Costanzo Preve ha analizzato il pensiero teoretico di Lenin individuando deviazioni, rimozioni e contraddizioni.

Lenin si è sempre dichiarato “materialista”, infatti nei suoi scritti emerge la convinzione che le leggi della storia siano oggettive, pertanto la storia specularmente alla natura ha le sue leggi a cui l’umanità deve adattarsi. La “materia”, cioè la realtà, esisteva in sé per Lenin, pertanto egli cadeva in forme di “realismo filosofico”. L’essere umano doveva riconoscere l’esistenza della materia-storia, la quale con le sue leggi diventava una nuova religione mondana con i suoi comandamenti immanenti. Lenin non riconosceva il “valore metaforico” del concetto di “materia” in Marx . Il filosofo di Treviri utilizzava il termine “materia” per significare la preminenza della struttura sulla sovrastruttura, la prassi, l’ateismo, il monitoraggio epistemologico e l’aleatorietà della storia:

In terzo luogo, per finire, Lenin aveva a mio avviso nei confronti dell’eredità hegeliana di Marx, da lui pure ricordata esplicitamente, un atteggiamento del tutto schizofrenico. Da un lato si proclamava un “materialista” rigoroso e conseguente, poco consapevole del fatto che la famosa “materia”, lungi dall’avere qualcosa a che fare con la “materia” studiata legittimamente dalle scienze naturali moderne (astronomia, fisica, chimica, geologia, biologia, eccetera), era solo una metafora filosofico-ideologica per connotare due “ismi” che con la materia in sé non c’entravano niente, e cioè l’ateismo (Dio non esiste, se lo sono inventato le classi dominanti sfruttando la paura degli ignoranti) e lo strutturalismo (in un modo di produzione come il capitalismo esistono sia la struttura che la sovrastruttura, ma la struttura è primaria, dominante e decisiva)" [3].

Le contraddizioni di Lenin

Costanzo Preve individua nel rivoluzionario e pensatore russo un atteggiamento definito “schizofrenico”, si proclama materialista, ma nel contempo elogia la dialettica. Non si può avere una relazione dialettica con la materia, la dialettica presuppone la prassi e la relazione tra soggettività, per cui l’elogio della dialettica è una implicita ammissione del valore metaforico della materia in Marx. L’idea si dialettizza in quanto è posta dal soggetto che la valuta, con essa si significa la realtà storica e si pongono le condizioni per il progetto politico. Le circostanze storiche devono essere pensate da soggettività autocoscienti e dialogiche per essere trasformate in possibilità trasformative reali.

L’essere umano non è mai il riflesso di circostanze storiche, perché le pensa. Lenin era un borghese come Marx, ma si schierò con gli ultimi, ciò prova il valore intenzionale della coscienza che dilegua il determinismo materialista.

La dialettica filosofica è solo degli esseri umani che mediano la realtà con le idee, senza la soggettività umana storica non può esservi dialettica e prassi. La materia può avere solo una parvenza di dialettica nella sua evoluzione impersonale e meccanica di stampo darwiniano, mentre la storia umana necessita di coscienze consapevoli e responsabili, affinché la Rivoluzione possa concretizzarsi:

Dall’altro lato, però, le persone intelligenti (e Lenin indubbiamente lo era) trovano spesso in se stesse antidoti e rimedi contro la propria idiozia, e allora se si seguono i suoi Quaderni filosofici, dedicati in larga parte alla dialettica di Hegel, ci si accorge che le sue frettolose tesi sulla filosofia idealistica come “pretismo per colti” vengono rovesciate di 180 gradi. Lenin fa grandi elogi alla dialettica, sia pure senza rendersi assolutamente conto che la dialettica è sempre e per sua natura “idealistica” perché solo l’idea può “dialettizzarsi”, mentre la materia ovviamente non può farlo, a meno che per “dialettica della materia” non si intenda un processo anonimo ed impersonale di evoluzione in senso darwiniano, in cui le dinamiche di trasformazione endogena degli organismi vengono ribattezzate “contraddizioni”" [4].

Il materialismo positivistico è stato il brodo primordiale, in cui Lenin si è formato, pertanto pregiudizi e limiti del positivismo affiorano inevitabilmente nelle sue opere. La religione è oggetto di un giudizio riduzionista. Essa è considerata solo come instrumentum regni, ovvero è “solo il mezzo” con cui le classi dirigenti illudono e ingannano i subalterni. Con essa le oligarchie legittimano il loro potere e lo conservano, infatti la giustizia è rimandata nella trascendenza. Lenin rimuove dalla sua analisi il comunismo praticato dalle prime comunità cristiane e il giudizio critico su proprietà e crematistica presente nella Bibbia:

Certo, Lenin, conosceva perfettamente gli ampi studi di Engels e di Kautsky sul cristianesimo primitivo, dal momento che l’analogia fra il primo cristianesimo “comunitario” e antistatuale ed il primo socialismo altrettanto “comunitario” e altrettanto “antistatuale” non poteva che saltare agli occhi di tutti. E nello stesso tempo in un’ottica positivistica, non importa se riverniciata di rosso e se integrata con spezzoni della dialettica della natura di Hegel strappati dal contesto, la religione restava un “residuo” prescientifico basato sulla superstizione degli ignoranti sfruttata dalle classi dominanti per legittimare il loro dominio” [5].

Il giudizio di Lenin era dunque influenzato dalla condizione storica della Russia zarista, nella quale la Chiesa ortodossa era complice solerte dell’autocrazia e del capitalismo. La religione riemerge nell’organizzazione del partito comunista, che riproduce la struttura degli ordini religiosi. Lenin si ispira ad essi, in quanto per sconfiggere la pervasività bellicosa del capitalismo è necessaria la “fede ferrea” nel partito gerarchizzato e nella causa comunista. A circostanze storiche avverse ed estreme non si possono che individuare soluzioni efficienti e rispondenti al contesto storico.

L’organizzazione religiosa è ripensata e risemantizzata per organizzare il partito comunista, il cui scopo è una lunga lotta contro i capitalisti. La struttura del partito similare ad un ordine religioso sarebbe stato inconcepibile nell’Europa illuminista, ma in Russia dove vige una società non ancora laicizzata ciò è possibile. Lenin si dimostra politico duttile e dialettico, che sa affinare le armi per la lotta a misura del contesto storico:

In primo luogo, il partito di tipo comunista alla Lenin era strutturato come un esercito diretto da un ordine religioso. Di per sé, nulla di più estraneo alla tradizione europea sia illuministica che poi positivistica, ma anche nulla di più affine alle lontane radici messianiche e religiose presenti non solo nelle tradizioni cristiane, ebraiche e cinesi, ma anche (sia pure in misura minore) nelle tradizioni indiane e cinesi (…). Inoltre l’esercito diretto da un ordine religioso (una religione ateistica della necessità storica, ovviamente, ma pur sempre una religione) era la forma darwinianamente più adatta per organizzare una resistenza vittoriosa di lunga durata contro le potenze coloniali” [6].

L’Einstein del materialismo storico

Lenin fu un eretico del marxismo, malgrado negli scritti appaia come un engelsiano di ferro. Fu Engels a sistematizzare il pensiero di Marx nella formula del “marxismo”. Lenin, invece, curvò il marxismo alla realtà sociale ed economica della Russia. Decentrò il comunismo nello spazio e nel tempo. Il comunismo di Marx è sostanzialmente eurocentrico, benché vi siano passaggi, in cui ipotizza la transizione dal capitalismo al comunismo secondo una modalità adeguata alla condizione peculiare russa, si pensi alla lettera del 1877 alla redazione dell’Otecestvennye Zapiskie e alla lettera del 1881 a Vera Zasulic. Costanzo Preve paragona Lenin ad Einstein, in quanto relativizzò lo spazio e il tempo assoluto della globalizzazione capitalistica:

Se infatti Marx era stato il Newton del materialismo storico, perché aveva collocato la Classe Operaia, Salariata e Proletaria nello Spazio Assoluto della globalizzazione capitalistica mondiale e nel Tempo Assoluto del progresso storico, o più esattamente della formazione di un lavoratore collettivo cooperativo alleato con le potenze mentali vocate dalla stessa produzione capitalistica, e connotata con il termine inglese di general intellect, Lenin ne fu lo Einstein, perché relativizzò questo spazio e questo tempo ad un terzo fattore, la coscienza rivoluzionaria concentrata in una organizzazione separata e disciplinata di rivoluzionari vocazionali di scelta e di professione” [7].

Il modello leninista non è esportabile, ogni rivoluzione dunque deve confrontarsi con le condizioni storiche specifiche in cui agisce. Non vi sono protocolli applicativi da adottare e somministrare. La Rivoluzione è dialettica, essa deve implicare la coscienza e le condizioni di possibilità in cui agisce. La prassi dunque è valutazione e adattamento dei mezzi ai contesti storici:

Il modello economico-politico-culturale di comunismo che è sorto dopo il 1917, nonostante le pretese universalistiche soggettivamente sincere (in Lenin), si è quasi subito mostrato non esportabile nelle società “avanzate” europee” [8].

La rivoluzione russa fu solo russa, benché all’epoca fosse percepita come un movimento rivoluzionario universale, non a caso il biennio rosso in Europa fallì, erano differenti le condizioni storiche e la composizione sociale rispetto alla Russia:

“La rivoluzione russa del 1917 fu totalmente e quasi provocatoriamente russa e solo russa. Non possiamo stupirci, e nemmeno indignarci retrospettivamente,, che coloro che la misero in atto la pensassero come inizio di una gigantesca “rivoluzione mondiale”, la più grande ed universale che l’umanità avesse mai conosciuto” [9].

A dimostrazione della sua tesi Costanzo Preve evidenzia che il partito leninista è alleanza della classe operaia e contadina con gli intellettuali. Il proletariato, classe universale ed emancipatrice nel marxismo, cedeva il passo alla Russia agricola, il cui problema sociale principale era la “riforma agraria”. La vera classe rivoluzionaria in Russia era la classe contadina, la quale era in uno stato di “sommovimento perpetuo” e si connotava per il suo “comunitarismo rurale”, pertanto la Rivoluzione leninista è stata russa e non era esportabile:

Il partito leninista era stato concepito non certo per “rappresentare” semplicemente la classe salariata, operaia e proletaria (questa era la concezione originaria della socialdemocrazia tedesca fra il 1875 ed il 1895, che aveva originato il cosiddetto “marxismo”), ma per organizzare politicamente l’alleanza fra tre distinte classi, quella contadina, quella operaia e quella degli “intellettuali” (categoria generica che andava dall’impiegato postale al pittore astrattista). Ora, la categoria dei contadini in Russia era caratterizzata dal sommovimento rivoluzionario permanente in direzione di una riforma agraria radicale fondata sulla ripartizione egualitaria delle terre, la categoria degli operai in Russia era caratterizzata da una cultura comunitaria dovuta alla sua uscita recentissima dalla situazione contadina precedente, ed in quanto alla categoria degli intellettuali essa aveva alle spalle almeno un secolo di costante opposizione all’assolutismo zarista. Erano queste le condizioni delle tre classi appena indicate nell’Europa Occidentale dopo il 1917? No certamente. E questo “no” spiega allora il carattere non esportabile della nuova religione russa” [10].

Oltre l’eurocentrismo

Lenin dunque ha rigenerato la Rivoluzione e ha ripensato i paradigmi teoretici del comunismo rimodellandoli sulla realtà russa. L’Einstein del comunismo, come Costanzo Preve definì Lenin, ha denunciato la condizione dei popoli orientali. Per la prima volta i popoli orientali trovarono in Lenin il loro portavoce, fino ad allora erano stati afoni e fruitori passivi della politica rivoluzionaria occidentale. Lenin dà voce ai russi e alle violenze che i popoli orientali e colonizzati hanno subito per secoli. Allora come oggi la stampa è schierata unicamente con i poteri forti e ritiene che gli unici interessi da difendere siano i “calcoli occidentali”. Per gran parte dei media occidentali i morti non sono tutti eguali: un bianco occidentale vale sempre di più di un “non bianco” di un paese non occidentale. La realtà non è cambiata, ancora oggi le vittime non sono eguali. Lenin in un discorso del 27 ottobre 1914 a Zurigo intitolato: «La guerra e la socialdemocrazia» ha smascherato l’implicito razzismo europeo, in lui è l’Oriente che per la prima volta passa all’azione:

Durante questa guerra la stampa borghese solleva un grande schiamazzo a proposito dell’annientamento del Belgio. Ma non dice una parola sulla rovina della splendida Ucraina, come se il sangue dei contadini ucraini fosse meno rosso di quello del borghese belga. Per quanto riguarda la stampa borghese, la cosa è facile da spiegarsi. Laggiù, in Belgio, la rovina colpisce la ricchezza dei grandi capitalisti, dei quali quella stessa stampa è al servizio, mentre in Galizia si realizzano i vecchi sogni del governo russo. Qui sono dei nemici del progresso, come il conte Bobrinskij, ad estirpare la cultura del popolo ucraino che aveva trovato protezione nello Stato austro-ungarico contro i signori «panslavisti». Da noi si farnetica molto sulla lotta contro l’Austria-Ungheria per la «liberazione» degli Slavi; ma io invito questi signori a rispondere alla seguente domanda: Dove, nel mondo intero, gli Slavi godono della stessa libertà di sviluppo culturale che hanno nell’Austria-Ungheria‒ e dove sono invece privati, come ad esempio gli ucraini, di tutti i loro diritti nazionali, e finanche del diritto di essere educati nella loro madrelingua, se non nella «Russia slava»? Se si vuol parlare di Stato slavo, l’Austria-Ungheria lo è, ma nient’affatto la Russia. [Gli interessi del proletariato russo non permettono in nessun caso di rivendicare una vittoria della Russia in questa guerra.]” [11].

Lenin nel nostro tempo è uno sconosciuto o peggio ancora sul rivoluzionario pesano pregiudizi che neutralizzano un giudizio equilibrato e oggettivo. Il centenario è occasione per liberarsi dalle incrostazioni ideologiche che hanno deturpato la ricezione critica del pensiero e delle decisioni politiche di Lenin. Come la statua di Glauco di Jean Jacques Rousseau nel Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza persa e sfigurata negli abissi, l’immagine di Lenin è deturpata da decenni di “libro nero del comunismo”. In questo centenario dovremmo favorire la conoscenza di Lenin per liberarlo dalle incrostazioni della sovrastruttura liberista che occultano e deformano i “grandi” che hanno osato sfidare il capitalismo e lo hanno vinto.

[1] Costanzo Preve, A ottanta anni dalla morte di Lenin (1924 -2004), Comunismo e comunità, 22 gennaio 2014

[2] Costanzo Preve, Storia critica del marxismo, La Città del sole, Napoli 2007, pag. 181

[3] Costanzo Preve, Il marxismo e la tradizione culturale europea, Petite Plaisance, Pistoia 2021, pag. 45

[4] Ibidem pag. 46

[5] Ibidem pag. 44

[6] Ibidem pag. 190

[7] Ibidem pag. 131

[8] bidem pag. 174

[9] bidem pag. 182

[10] Ibidem pag. 184

[11] Lenin, «La guerra e la socialdemocrazia», discorso del 27 ottobre 1914


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