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Lenin e Armando Borghi

Lenin e Armando Borghi hanno perso entrambi. Ma la rivoluzione è possibilità che può riconfigurarsi in modalità assolutamente nuove che lo spirito rivoluzionario deve sostenere nel procedere carsico della storia.

di Salvatore A. Bravo - venerdì 12 giugno 2026 - 283 letture

Nel 1920, mentre in Italia e in Europa imperversava il biennio rosso, Armando Borghi quale rappresentante dell’USI era in Russia per coordinare l’azione rivoluzionaria. Nei suoi ricordi l’incontro con Lenin a Mosca ricostruisce le ragioni del fallimento del biennio rosso. Fallì per le divisioni interne tra le varie aree della sinistra socialista scissa tra minimalisti e socialisti e per la frammentazione sindacale. Alla fine si trasformarono “le tensioni potenzialmente rivoluzionarie” in economicizzazione del conflitto. Gli anarchici d’altra parte, anch’essi, erano fortemente divisi tra gli anarco-sindacalisti e aree antiorganizzative.

A Mosca si rese evidente l’impossibilità di progettare la sollevazione operaia in modo organico. Il comunismo sovietico aveva ormai abbandonato il sovietismo per il centralismo statale per far fronte a condizioni interne al limite del collasso (comunismo di guerra e guerra civile). L’incontro tra Armando Borghi e Lenin al Cremlino ci restituisce la problematicità del momento storico. Gli errori in condizioni tragiche non potevano che essere fatali per la rivoluzione. Emergono dal colloquio due prospettive entrambe vere. Lenin teso a salvare la rivoluzione mediante la centralizzazione, e Armando Borghi consapevole che la rivoluzione senza libertà è condannata al fallimento. La centralizzazione è la risposta alle tensioni immediate che minacciano di travolgere il nascente comunismo, pertanto la rivoluzione bolscevica doveva rispondere alle minacce con l’azione immediata, accentuando i tempi per le risposte ed eliminando le divisioni che avrebbero indebolito il governo comunista e avrebbero favorito la controrivoluzione.

Il primo tratto che Armando Borghi coglie di Lenin è la ferma cortesia e l’essenzialità degli ambienti in cui lavorava. Non sono dettagli. Lenin credeva nella rivoluzione e non fu cattura dalla lussuria del potere che si materializza con l’abbaglio dell’ostentazione della ricchezza degli ambienti. Servì la Russia e questa era la sua missione. Armando Borghi ne descrive lo sguardo intelligente e riflessivo. Un uomo di pensiero e di azione, teso faticosamente a mediare l’azione nella storia con i fini politici rivoluzionari. I movimenti leggeri e cauti sono il segno di una personalità capace di muoversi in un mondo in rovina da cui trarre il nuovo:

“Venni scosso quando una portiera di velluto si aprì, e in quella cornice apparve un uomo sulla cinquantina, ben conservato, di media taglia, proporzionato, spalle e petto ampi, per laboriosi polmoni. Venne avanti a passetti corti e con aria sorridente verso di me, che, in piedi sorpreso, lo avevo riconosciuto dai ritratti di cui era pieno il mondo. Era Lenin. — Il compagno Borghi? — mi disse in francese. — Sì — gli dissi. — Se non m’inganno, voi siete... — Io sono Lenin. Mi prese per una mano, e mi fece passare davanti a lui nella sala vicina, che era la sua stanza di lavoro, modesta e spoglia di ingombri decorativi. Ci sedemmo faccia a faccia all’angolo di una ampia scrivania ordinatissima. Un fondo di ossequio mi turbava davanti a quell’uomo che aveva riempito il mondo del suo nome. Potrei dipingere la sua testa. Bella, vasta curva del cranio calvo; zigomi alla cinese; baffetti corti e mosca all’estremità del mento; pelo rossigno; carnagione giallognola lentigginosa; sguardo penetrante con un lieve ammiccare dell’occhio destro sotto lo sforzo della riflessione. Ho pensato più volte alla testa di Gaetano Salvemini, meno il sorriso di quest’ultimo, e un po’ a quelle sue spalle robuste e al suo incedere leggero” [1].

Nelle parole di Lenin la centralizzazione è un atto chirurgico. Essa è il mezzo con cui salvare la rivoluzione dai nemici. La centralizzazione è dunque fase intermedia finalizzata a curare l’ammalato, essa è atto chirurgico e dunque deve incidere sulle libertà in modo cauto e millimetrico, poiché lo scopo non è uccidere la rivoluzione-libertà, ma sospenderla al fine di salvarla. La libertà che gli anarchici presenti anche in Unione Sovietica vorrebbero subito potrebbe necrotizzare la rivoluzione. La libertà rischia di degenerare in frammentazione e in conflittualità e la libertà dunque potrebbe essere il “requiem” della rivoluzione:

“Dunque voi siete nemico della centralizzazione? Doveva essere la conseguenza dell’informazione che gli aveva dato poco prima Tomsky, forse chiamato d’urgenza per dirgli di me. Quel modo di cominciare mi sollevava. Con poche parole eravamo al centro della polemica storica tra socialisti ed anarchici. — Avete ragione. Può un anarchico essere per la centralizzazione? Mi pose le due mani sulle ginocchia fissandomi negli occhi. — E se la libertà uccidesse la rivoluzione? — La tirannia, allora, caro Lenin, sarebbe insopprimibile? E la rivoluzione sarebbe un male? Lenin pronto: — Ma la rivoluzione è un atto chirurgico, e l’ammalato una volta operato sta a letto per un po’ di tempo” [2].

La libertà nell’ottica di Lenin concederebbe alla reazione spazi di intervento, mentre per Armando Borghi la libertà e le riforme politiche e sociali alimenterebbero il consenso intorno alla rivoluzione e, spontaneamente, la controrivoluzione sarebbe tacitata e screditata. La libertà non si concede, è una pratica che insegna ad unire le forze e a superare le divergenze. Con l’unione delle forze rivoluzionarie rivoluzione e libertà diventerebbero reali e si configurerebbero dal basso marginalizzando le false ragioni della controrivoluzione:

“E Lenin fortemente: — Lascereste voi la libertà di stampa e di riunione ai preti, ai borghesi, ai sostenitori del vecchio regime? — La rivoluzione, secondo me — replicai — non toglie né concede la libertà, ma toglie alle forze reazionarie ogni valore sociale organico, e quindi le riduce al silenzio. — E fino a quando questo non sia? — Fino a quando questo non sia, bisogna secondo me che le forze rivoluzionarie non si eliminino tra loro per ragioni di supremazia di scuola, ma lottino insieme, in pieno possesso del diritto di critica, contro la reazione superstite” [3].

La distanza da Lenin si fa evidente alla domanda di Armando Borghi, che gli chiede se anarchici e area del dissenso a sinistra possano essere contrari alla rivoluzione e siano un pericolo reale. Lenin ravvisa nell’atteggiamento critico verso la rivoluzione un pericolo, “calca la voce” scrive Armando Borghi, in quanto Lenin sottolinea come in un momento di fragilità la libertà di critica possa paralizzare la rivoluzione, indebolirla con i dubbi e aprire il varco alla reazione. Realismo e idealità si confrontano nel dialogo:

“Poi fui io ad interrogare: — Credete voi che anarchici, sindacalisti e socialisti rivoluzionari invochino il ritorno del vecchio regime? — Non lo pensano, ma di fatto — qui calcò sulla voce — operano in questo senso. — E come operano? — Col loro criticismo. — E non vi pare che questo fosse anche l’argomento di Kerenski contro di voi?” [4].

Il realismo di Lenin è adamantino e lucido, ma la posizione di Armando Borghi non è irrazionale. L’atto chirurgico che sembra salvare il paziente, la rivoluzione, in realtà potrebbe solo allungarne la vita e chiudere ad una prospettiva di espansione della rivoluzione in senso comunista e libertario:

“Lenin mi oppose una dissertazione sugli zigzag della rivoluzione. Questa, attraverso atti di chirurgia operati anche su se stessa, doveva sboccare nella libertà, inevitabilmente, e quindi nell’anarchia. «Questo», mi disse, «io l’ho scritto. Ma vi sono dei passi all’indietro che talvolta bisogna fare». — Il vostro di ora sarebbe uno di questi passi all’indietro? — Necessità, per ora. Noi però vogliamo che le simpatie dei rivoluzionari d’Europa e del mondo siano con noi. Lenin ci teneva a conoscere la mia opinione sulla situazione italiana. Gli ripetei quel che avevo detto a Zinoviev, mettendo in luce la posizione equivoca dei comunisti italiani. Costoro erano legati ai socialisti dalla corda elettorale. Insistetti che per questa via ci saremmo rotti l’osso del collo in una ritirata disastrosa” [5].

Nel breve dialogo vi è tutto il dramma della rivoluzione bolscevica e di riflesso vi sono le ragioni del fallimento del biennio rosso. La rivoluzione non è mai una scelta razionale, essa è sempre una scommessa razionale in circostanze nebulose mai del tutto dominabili e rilevabili secondo la categoria della necessità, vi sono margini di possibilità ampi e, talvolta incontrollabili, che ne determinano il futuro. Anche la scelta più razionale, ha sempre dei margini di scommessa.

Lenin e Armando Borghi hanno perso entrambi. Ma la rivoluzione è possibilità che può riconfigurarsi in modalità assolutamente nuove che lo spirito rivoluzionario deve sostenere nel procedere carsico della storia. Anche oggi lavorare per la rivoluzione è scommessa razionale, ma è lavoro dello spirito che strappa dall’insensato dell’ipercapitalismo e, questo, non è poco. Il problema è uscire dall’ipercriticismo ed entrare nella fase propositiva oltrepassando divisioni e narcisismi che rendono il capitalismo “fase suprema della storia” percepita come insuperabile.

[1] Armando Borghi, Mezzo secolo di anarchia, Liber Liber edizione elettronica, 2015, pp. 400-401.

[2] Ibidem, pag. 402.

[3] Ibidem, pag. 403.

[4] Ibidem, pag. 404.

[5] Ibidem, pag. 404.


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