Sei all'interno di >> :.: Culture | Cinema - Visioni |

Le vite degli altri

Un film di Florian Henckel von Donnersmarck. Con Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Martina Gedeck, Ulrich Tukur, Thomas Thieme, Hans-Uwe Bauer, Volkmar Kleinert, Matthias Brenner.

di Antonio Cavallaro - martedì 8 maggio 2007 - 4274 letture

1984, DDR, Berlino Est: uno zelante agente della Stasi spende la vita controllando i propri connazionali nell’eventualità di scoprire possibili minacce allo Stato socialista e addestrando al rigore giovani allievi della polizia di regime. La sua vita subirà uno scossone quando gli verrà chiesto di spiare un drammaturgo e la sua compagna, un’attrice su cui incombono le bramosie del Ministro della Cultura, che “vuole” si trovi qualcosa per delegittimare il drammaturgo.

Ottimo esordio del tedesco Henckel von Donnersmarck che alla sua prima regia realizza un’opera sapientemente bilanciata e di grande impatto emotivo, ricevendo numerosi riconoscimenti in patria, in Europa, vincendo anche l’oscar come miglior film straniero. Frutto di una accurata documentazione e indagine, il film è stato preparato con la consultazione degli archivi della Stasi e attraverso delle interviste fatte ad ex ufficiali, ma anche con l’elaborazione delle impressioni e sensazioni provate dallo stesso regista nella sua infanzia (i genitori sono originari dell’est, ma fuggiti ad ovest prima della costruzione del muro), che ha raccontato più volte del clima che, malgrado fosse un bambino, percepiva quando accompagna i genitori a trovare i parenti rimasti in DDR.

“Le vite degli altri” è un film cupo, a tratti thriller, per la capacità del regista di mantenere alta una tensione che scema solo nella seconda parte, quando i nodi della trama devono essere sciolti. Ambientato nell’anno orwelliano per eccellenza, il totalitarismo della Germania democratica viene visto attraverso le crepe di quel muro che ne avvolge la capitale, piccole, nascoste, come i microfoni installati nella casa del drammaturgo/scrittore, e dai quali giungono all’orecchio dell’agente della Stasi le doloranti pulsioni di vite imprigionate in un’illusoria bolla di libertà; vite più o meno convinte della grande bugia che basti essere o fingersi, fedeli e accondiscendenti per potersi mantenere al sicuro.

Berlino è una città fantasma, non c’è nessuno per le strade, quei pochi che si avventurano hanno un passo veloce, solo i bambini si mostrano, ancora inconsapevoli del giogo che grava anche su di loro. I grandi si incontrano in feste dove bisogna fare attenzione con chi si parla, a chi può ascoltare, dove è preferibile far coprire le conversazioni da musica assordante.

Notevole è la prova degli attori principali, ma su tutti spicca quella di Ulrich Muhe (il capitano della Stasi Gerd Wiesler) , ex cittadino e attore DDR, che dopo la caduta del muro, consultando gli archivi della polizia segreta, ha scoperto d’esser stato spiato da alcuni membri della compagnia teatrale in cui lavorava e persino dalla sua seconda moglie. Magistrale nel modo di rendere con la collaborazione del regista un uomo che si consuma nel logorio dei gesti quotidiani, in una monotona solitudine che una puttana di regime può alleviare solo per una mezz’ora ogni tanto, quasi disperato, ma di quella disperazione di cui hanno necessità gli eroi per essere tali. Molto belle le scene, i dialoghi e le interpretazioni degli attori nelle sequenze in cui Wiesler comincia a combattere quella disumanizzazione di cui è fatta la sua vita.

Il ritratto che von Donnersmarck dipinge può considerarsi esaustivo del clima che opprimeva la vita dei cittadini in DDR, al di là delle ambiguità che un filosofo come Slavoj Zizek sottolinea in un articolo apparso sulla rivista “Internazionale” qualche settimana fa; e comunque rimane ultima testimonianza di una filmografia, quella tedesca, da sempre attenta alla propria storia e alle istanze provenienti dalla società, caso accomunabile a livello continentale soltanto a quello di pochissimi altri paesi, e di cui certamente non fa parte l’Italia (tanto per rinfocolare una polemica che non ci stancheremo mai di fare, perché ci sentiamo troppo orfani), dove un vitalismo positivo e propositivo al cinema non è solo latitante, ma soppresso e defunto, soverchiato dalla necessità di qualunquismo e di un’appiattimento che non deve correre i rischi di creare scontenti e polemiche.

Visto da questo punto di vista, fa ridere saper che a Hollywood hanno già programmato di realizzare un remake de “Le vite degli altri”, per farne ribelli riflessioni da mainstream al “Patriot Act”.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -