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Le rune saettanti

Lo specchio del pellegrino / di Ben Pastor ; traduzione di Luigi Sanvito. - Palermo : Sellerio, 2026. - 551 p. - (La memoria : 1377). - ISBN 978-88-389-4966-1.

di Evaristo Lodi - mercoledì 15 luglio 2026 - 406 letture

L’imponenza di questo giallo mi ha colpito fin dalla prima pagina. Mi ha affascinato per la ricostruzione storica di Odessa del 1941, durante l’occupazione rumena/tedesca. L’autrice sottolinea anche come la pronuncia corretta della città sia Adiesa (Одесса).

Sapevo che l’idea di una Grande Romania era nata fra le due guerre e la Guardia di Ferro, nata nel 1927, era un partito politico pedissequo al nazismo. Infatti l’espansione a est, generata dal patto Molotov/Ribbentrop, era poi sfociata nell’occupazione dell’Ucraina da parte dei rumeni e dei tedeschi e poi liberata dall’Armata Rossa nel 1944.

È curioso pensare come invece il romeno Ceauşescu sia stato sodale alla politica staliniana. E che, proprio a causa dell’operazione Barbarossa, Stalin abbia assunto la missione di estirpare il nazismo dall’Europa, come mai nessuno prima e da cui ha preso le mosse la propaganda putiniana per giustificare l’invasione in territorio ucraino. E ancora più curioso è il fatto che Volodymyr Zelens’kyj abbia usato la stessa propaganda per definire Putin e i suoi scherani, per poi passare ai più moderni crimini di guerra che hanno maggiore presa propagandistica nel XXI° secolo. Mi taccio sul simbolo, paventato ormai da molti ma accentuato dai polacchi e dai governi delle repubbliche baltiche, della paura di una imminente invasione russa. Sarebbe come gettare benzina sul fuoco.

Romeni e tedeschi, siamo come ragni che alacremente depongono le uova, fiduciosi che si schiuderanno e colonizzeranno ogni cosa. Il paragone era men che piacevole, se non fosse stato che c’era davvero qualcosa del regno degli insetti nella frenesia di armate in rapido movimento verso est.

Quanto mai attuali e utilizzate nel romanzo, le rune saettanti erano il simbolo (Vedi: George L Mosse “Questi miti non rimanevano staccati dalla realtà, ma diventavano operanti con l’uso dei simboli, che erano le oggettivazioni visibili, concrete dei miti ai quali il popolo poteva partecipare. […] I simboli, oggettivazione dei miti popolari, davano al popolo un’identità.”) delle famigerate Einsatzgruppen (squadre speciali delle SS che avevano il compito di annientare ebrei, zingari e oppositori politici). L’autrice de Lo specchio del pellegrino riesce molto bene a esorcizzare un orribile presente che sta devastando il nostro bel continente sotto i famelici e diabolici occhi di entrambe le parti (Russia e UE/USA) che si stanno contendendo l’Ucraina.

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Copertina di Lo specchio del pellegrino, di Ben Pastor

Ben (diminutivo di Verbena) Pastor è una scrittrice, saggista romana (laureata alla Sapienza), naturalizzata americana. È diventata popolare per i suoi romanzi poliziesco/storici che vedono come protagonista il tedesco capitano Martin Bora. Scrive in inglese e, dalla traduzione, si evince la raffinatezza e la profondità di questo sorprendente romanzo. Guido Fink, professore di letteratura angloamericana (anche) all’università di Bologna, con mia grande sorpresa, sosteneva che le pagine migliori del celeberrimo Moby Dick di Herman Melville non fossero quelle della descrizione della caccia al mostro, alla balena bianca, quanto le minuziose descrizioni degli attrezzi delle tecniche legate alla caccia alla balena e alle navi che si dedicavano a tale sport. Appunto le pagine più belle, eleganti e raffinate de Lo specchio del pellegrino sono le divagazioni, gli appunti, i pensieri di Martin Bora che, apparentemente estranei alla narrazione poliziesca della ricerca del colpevole, permettono di comprendere profondamente lo scenario, il contesto della città dove il delitto si è consumato.

Odessa è Odessa è Odessa. I vecchi ebrei di Moldavanka dicevano così, ma è vero anche per noi buoni cristiani. Siamo come nessun altro luogo al mondo. Prenda me: sono ucraino ma ho sempre parlato russo. […] Odessa è ben più di un ammutinamento. Lo sapevo prima di venire. Tuttavia c’è qualcosa qui di familiare ed al contempo inquietante.

In questa poche righe già s’intravede che si stanno per svelare segreti orribili ma taciuti. Il lettore si deve comunque districare fra la narrazione e il palcoscenico di una città che, ancora oggi, si fa fatica a definire e a giudicare. Odessa racchiude un fascino storico e culturale che poche città sono riuscite a conservare, nonostante le invasioni storiche e le orde di turisti assatanati.

L’analisi di Verbena ci accompagna, mano nella mano, nella comprensione di questo ginepraio di popoli, culture, religioni che nessun potere, nessun invasore è mai riuscito a scalfire. Eppure oggi sembra che quella multietnica e multiculturale identità stia sparendo per sempre in nome di una nazionalità mai definita fino in fondo. Quelle che spesso si definiscono minoranze etniche, a Odessa sono il fulcro del tessuto sociale, ciò su cui si fonda l’appartenenza della popolazione tout court. In questa città, l’identità ucraina sfuma nella sua storia secolare che ha visto avvicendarsi gli sgherri più efferati, le nefandezze più oscene e i tentativi di genocidio più atroci.

Appunti di Martin Bora.
I numeri delle vittime civili sono allarmanti, tali da rendere difficile riconciliarli con le tradizionali regole di guerra.

Appunto, il 1941 quando, durante l’occupazione rumeno/nazista, ai bordi delle strade si veniva appesi ai lampioni a monito per i superstiti delle retate, delle torture, delle fucilazioni sommarie e delle fosse comuni. È lo stesso protagonista che sottolinea all’inizio “Meglio morto che rosso”. La stessa scrittrice, oltre a corredare il suo lavoro con carte topografiche ed elenchi di personaggi e termini utilizzati, ci fornisce le premesse storiche.

Tra fine ‘41 e inizi ‘42, Odessa perse per esecuzioni, espulsioni e morte nei campi di sterminio la quasi totalità della popolazione non evacuata di fede ebraica, che contava più di 200.000 persone all’inizio della guerra. Dettaglio poco noto alla storiografia fino ad anni recenti. [Oggi la comunità ebraica odessita conta poche centinaia di individui]

Città famosa per l’ammutinamento della corazzata Potëmkin del 1905 e anche per l’altrettanto famosa frase di Paolo Villaggio che giudicava sprezzante il film del maestro Sergej Ėjzenštejn. Quando mi accovacciai per fotografare la celeberrima scalinata, mi accorsi che non era per niente una “cagata pazzesca” anzi, tutto il contrario. Poi l’ascesa al centro storico della città con il trionfante Passage, che si pronuncia alla francese: una galleria come tante che contraddistinguono anche alcune delle nostre città e che fu progettata da un architetto polacco, forse solo perché costava addirittura meno di quelli italiani che avevano realizzato l’attuale Ermitage a San Pietroburgo.

Poi le passeggiate lungo arterie come la Moldavanka, viali alberati come il Viale Pushkinskaya o Ulitsa Pushkinskaya che forse oggi ha cambiato nome in omaggio alla lingua locale (Pushkinska) anche se questa metropoli è da sempre russofona. Per non menzionare le regioni storiche come la Transnistria e la Bessarabia: la seconda è sparita molto tempo fa mentre la prima esiste ancora oggi, pur avendo perduto il suo carattere storico. Pastor puntualizza anche le ascendenze ebraiche e odessite di ’Babel e il fatto che in pochi decenni il governo era passato di mano ben quindici volte, a seconda della violenza del potere che era prevalso: dai bianchi della controrivoluzione, ai rossi bolscevichi, ai gialli rumeni e ai neri, nerissimi tedeschi al soldo di Hitler.

L’atmosfera che ho respirato a Odessa non è facile da descrivere e da comprendere e, anche se l’ho vissuta in parte anche da turista sui generis, frequentante un sanatorio sulla riva del Mar Nero, Lo specchio del pellegrino mi ha accompagnato per una conoscenza più approfondita e più affascinata dalla particolare aria multiculturale che vi si respira.

Città portuale che ha ricoperto ruoli fondamentali nella storia, mostrava al visitatore un fascino unico ed elegantemente europeo, termine esteso il più possibile, pur mantenendo quelle caratteristiche russe dovute a secoli di occupazione. Poi nel 1991 l’Ucraina ottenne l’indipendenza, durante la presidenza russa di Boris Eltsin che la maggior parte dei russi disprezza, sostenendo che fosse continuamente in preda ai fumi dell’alcol. Una ridda di presidenti e politici influenti dell’Ucraina che si alternarono al potere (vedi: I capi di stato ucraini) oscillando sempre fra l’alleanza con la Russia e quella con i paesi occidentali. Fino a quando si segnarono le linee guida per l’Ucraina in generale e per Odessa in particolare [1].

Dopo l’elezione dell’attuale presidente ucraino nel 2019, un susseguirsi di posizioni inconciliabili che hanno portato alla guerra nel febbraio del 2022 con distruzioni e morte sul suolo europeo che riportano alla mente le guerre del passato, dello scontro tra l’Occidente e l’Oriente, come la guerra di Crimea del XIX° secolo. Spero solo che Odessa continui ad essere risparmiata, se non altro nel suo centro storico, carico di quella cultura che contraddistingue l’unicità del nostro armatissimo (non amatissimo, sic!) continente.

Ma Ben Pastor ha continuato a sorprendermi per la sua raffinatezza e profondità.

Novanta anni prima, in un Ottocento fiabesco nel quale vivevano ancora nobili, ebrei, servi della gleba, cosacchi armati di frusta, contadini dalle lunghe barbe e santi monaci, ma anche Tolstoj e Dostoevskij, l’ignoto Pellegrino russo aveva attraversato a piedi foreste e steppa, sostando dove capitava, pregando incessantemente.

Non tanto per i famosi scrittori russi, quanto per quel “Pellegrino” ignoto che ha messo a dura prova persino l’intelligenza artificiale nel fornire dettagli sull’autore del mistico moscovita che ci ha lasciato un libro [2] delle sue peregrinazioni e preghiere. Se farete domande mirate all’I.A. scoprirete che pare abbia visitato monasteri nei pressi di Kiev, di Odessa e perfino di Balaklava, in Crimea.

Senza farci traviare dalle rune saettanti di tutti i tempi e purtroppo anche di oggi, auguro a tutti un buon pellegrinaggio a Odessa, ne vale la pena.

[1] Gennaio 2014 La rivolta di piazza Maidan (vedi: La rivolta) Maggio 2014 L’incendio alla casa dei sindacati di Odessa (vedi: La strage) Settembre 2014 L’accordo di Minsk (vedi: Il protocollo) disatteso fino allo scoppio della guerra.

[2] Vedi: Racconti di un pellegrino.


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