Sei all'interno di >> :.: Culture | Libri e idee |

Le assassine hanno colpito ancora

Casa dolce casa / di Nedra Tyre ; traduzione di Barbara Moneverdi. - Milano : Edizioni Le Assassine, 2026. - 181 p. - (Vintage). - Tit.orig.: Death of an Intruder. - ISBN 978-88-94979-56-5.

di Alessandra Calanchi - mercoledì 1 aprile 2026 - 262 letture

Per parlare di questo romanzo devo iniziare da molto lontano. Del resto, Death of an Intruder (questo il titolo originale, Morte di un’intrusa) uscì in prima edizione negli Stati Uniti nel lontano 1953, quindi mi perdonerete la premessa. Sarò breve: nel 1947, solo 5 anni prima, era uscito, sempre negli Stati Uniti, il primo romanzo di uno scrittore che sarebbe diventato famoso: Saul Bellow, futuro premio Nobel per la letteratura. Il romanzo si intitolava The Victim (La vittima): non era un giallo, o un noir, ma la suspense era altrettanto “soffocante” (citando la quarta di copertina di Tyre) e il protagonista viveva una persecuzione molto simile a quella narrata in Casa dolce casa.

Non dico questo per diminuire il valore di Tyre: al contrario, che lei conoscesse o meno The Victim (e l’autrice dimostra una vasta cultura letteraria, quindi credo proprio di sì), ritengo che il suo romanzo si inserisca a pieno titolo nella letteratura tout court, affrontando un tema di grande valore esistenziale e identitario: il rapporto con una persona che ci perseguita, che viene a invadere il nostro spazio, e senza motivo apparente – un motivo che si manifesterà piano piano, senza tuttavia poter mai diventare giustificabile, ma tale da nuocere al nostro equilibrio e alla nostra serenità interiore.

Qui declinato al femminile, e in chiave di romanzo “giallo” (sebbene vittima e colpevole si scambino più volte di ruolo), Casa dolce casa affronta le difficoltà private e sociali di una donna – per di più nubile o meglio “zitella” – nel doversi relazionare con una figura di non sa decifrare il progetto e da cui non sa difendersi. Impotente nel suo rimuginio che la blocca, giorno dopo giorno, inizialmente incapace di reagire e poi destinata, quando decide di farlo, alla cocente delusione che (ahimé) attende spesso le donne che decidono di denunciare, la protagonista affonda sempre più nello sconforto e nella perdita della propria integrità mentale sotto le minacce dell’altra che pare derubarla di tutto – amore, amicizie, lavoro. “Mai, mai nella sua vita la signorina Allison si era trovata nella posizione di vittima, e ora era imprigionata dalle circostanze”, leggiamo. E le circostanze non fanno che peggiorare, finché la protagonista, dopo essersi rivolta (tardivamente) alla polizia, poi a un investigatore privato, diventa essa stessa detective e inizia a scoprire qualcosa della sua persecutrice…

JPEG - 345.6 Kb
Copertina di Casa dolce casa, di Nedra Tyre

Un romanzo che si legge d’un fiato, che potrà apparire ingenuo, in alcuni passaggi, ma che riscrive al femminile le cupe atmosfere della Casa Usher di Poe e della Casa dei sette abbaini di Hawthorne (quest’ultima citata nel testo), anticipando al contempo la vertigine della caduta psicologica di cui sarà maestra Patricia Highsmith (il cui nome curiosamente non appare nella lunga lista di giallisti redatta dalla protagonista, nonostante Sconosciuti in treno fosse uscito nel 1950) soprattutto con Edith’s Diary (1977). Il tema della subordinazione femminile nella società patriarcale è centrale: alla protagonista succede di tutto perché è una donna che vuole essere indipendente, che non ha un marito, ma che ha un lavoro, che vuole vivere da sola, in una casa grande e accogliente, senza doversi sentire in colpa per questo. Così come Asa Leventhal in The Victim incarna paradossalmente il senso di colpa del sopravvissuto alla Shoah), qui la signorina Allison assume su di sé la “colpa” di essere viva, realizzata ed economicamente indipendente diversamente da tutte le donne che, nella storia e anche nell’immediato passato e presente, sono state vittime di violenza, abusi, molestie, matrimoni d’interesse, abbandoni, accuse di pazzia, femminicidi (anche se il termine non esiste ancora nel 1953).

Insomma, un “giallo” che è anche – come le crime stories migliori – un’importante denuncia sociale, uno sguardo femminile e impietoso sui tranquillized fifties, per i quali si rimanda ai suburbs di film come Pleasantville (G. Ross 1998) o Revolutionary Road (S. Mandes 2008). Un’altra perla nella collana dei romanzi riscoperti da Tiziana Prina, la formidabile editrice di Le Assassine, vincitrice di premi e scopritrice di talenti, sia nel campo delle autrici sia nel campo delle traduttrici – ricordo anche Le dita mozzate (2025), recensito qui.

I tag per questo articolo: | |

- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -