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Laggiù qualcuno mi ama

Di Mario Martone (Documentario, Italia 2023, 128’). L’omaggio all’arte e alla vita di Massimo Troisi

di Piero Buscemi - mercoledì 1 marzo 2023 - 3934 letture

Un discreto rispetto, un omaggio all’arte comunicativa, un tocco di commozione. Sentimenti sinceri, vissuti e provati con la stessa enfasi manifestata nel buio della sala, mentre le immagini, i gesti, i tic che erano anche i tempi della sua personale recitazione, scorrono lentamente sullo schermo.

Possiamo rivivere gli stessi stati d’animo se ci riaccomodiamo sulle poltrone di un moderno multisala, affidandoci a quella spontanea capacità nel raccontarci le contraddizioni della vita. Massimo Troisi ha conquistato il pubblico col suo ego recitativo che non era nient’altro che la sua vera natura, quella di una fragilità nata e coltivata dall’umiltà dei personaggi dei suoi attenti sguardi sull’essere umano in quanto tale, raccattati nei quartieri popolari di uno dei tanti sud, dove la povertà e la semplicità del vivere non è necessario inventarle. Sono lì, da sempre. È sufficiente dar loro voce, corpo, identità.

laggiuqualcunomiama_loc_grandeMario Martone conosce bene e sa riconoscere l’istinto narrativo delle storie raccontate da Troisi nei suoi film. Così bene da affidarsi completamente all’attore e regista partenopeo, lasciando che gli spezzoni delle scenette comiche di inizio carriera, le apparizioni televisive, le smorfie dei suoi personaggi nei film, siano il sunto del suo doveroso omaggio nei confronti di un artista che ha davvero stravolto la classicità e i luoghi comuni per mostrarci il volto umano, vulnerabile e insicuro di un qualsiasi uomo comune, del sud o del nord che sia, che affronta la vita sotterrando sin da subito l’arroganza di chi, con malcelata ipocrisia, esterna un atteggiamento di sicumera che gli eventi della vita finiranno per smentire alla prima occasione.

Martone nel suo film seleziona i primi piani, l’autentica caducità di un’esistenza che non solo un cuore malato ne rappresenta la metafora. Si ride, come la prima volta che si è riso alle ironie e alle mimiche fisiche, non solo facciali, che Troisi ha saputo far salire sul palcoscenico direttamente dalle case sgarrupate della periferia napoletana.

Il regista non si limita a questo. Richiede il supporto alla sincera sofferenza del ricordo di Anna Pavignano, un sorriso nostalgico che coinvolge, quasi a sentirci partecipi e introdotti pudicamente nel diario intimo di Troisi, che ci viene mostrato nel film, a esternare il lato più sensibile e gentile dell’artista. O attraverso gli appunti scritti su foglietti di carta improvvisati, dove incidere l’arte del vivere e del saperla raccontare, ironizzando prima su se stessi, per pretendere di farlo con il resto del mondo, anche se il resto del mondo è soltanto un quartiere popolare di San Giorgio a Cremano.

Il regista è ripagato nella sua umile ricostruzione della crescita e maturità artistica di Troisi, aiutato anche dall’intervento dello scrittore Francesco Piccolo, che a più riprese esterna l’ammirazione per l’attore scomparso e il doveroso ringraziamento per gli spunti di riflessione regalati al pubblico, nei quali riconoscersi.

Dentro il proprio personale animo, nel buio di una moderna sala cinematografica, ci si commuove incrociando lo sguardo di Troisi che ci fissa dallo schermo. Ci si commuove fino alle lacrime. Perché con Massimo Troisi non ci si può accontentare di rispolverare le emozioni dai ricordi dell’archivio personale di ogni singolo spettatore. Non basta. Perché questo umile artista della comunicazione ci "ha regalato più di un sorriso", come Martone mette più volte in evidenza nelle sequenze del suo documentario. E ci ha insegnato a ridere delle nostre debolezze e insicurezze che, dopo la sua scomparsa, abbiamo dimenticato come si fa.


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