La voce di Hind Rajab
Regia di Kaouther Ben Hania. Un film con Saja Kilani, Amer Hlehel, Clara Khoury, Motaz Malhees (Tunisia, Francia, 2025, durata 89 minuti).
Dovrebbe essere la voce di tutti, come un sogno di un mondo migliore che si concretizza nella presa di coscienza che, una bambina rimane una bambina, ovunque essa nasca, viva e, purtroppo, muoia.
Il film della regista tunisina Kaouther Ben Hania dovrebbe essere un nuovo risveglio di coscienze, non tanto una richiesta di pietà o di un’ultima manifestazione di umanità, dovrebbe essere quella testimonianza che prova la crudeltà dell’essere umano nelle sue più abiette espressioni di nefandezza.
Dovrebbe. Alla fine, rimane una consolazione intimistica della stessa regista e degli attori che, con un disagio di colpevolezza, solo per un’inevitabile appartenenza a quella umanità, si sono calati in una parte che neanche in una finzione, si avrebbe voglia di impersonare.
La storia raccontata dal film è sufficientemente conosciuta, per soffermarsi ancora a descriverla. Solo chi ha ancora la vigliaccheria di chiudere gli occhi, tappare le orecchie e, come dissero personaggi sicuramente migliori di noi, voltarsi dall’altra parte, potrebbero affermare di ignorarla.
Qui non si tratta neanche più di stilare una lista di buoni e cattivi. Le guerre non consentono questa distinzione, pensare che si possa ancora ipotizzare una parte giusta e una sbagliata del mondo, vuol dire contemporaneamente riconoscere il diritto di uccidere e di dare una giustificazione a un sacrificio umano che, in ogni cultura e filosofia mistica, in ogni angolo di mondo che si professa seguace indiscusso di un credo, dovrebbe essere invece lo sprono per proteggere qualsiasi forma di vita, indifesa e vulnerabile, come quella di una bambina.
Recensire il film "La voce di Hind Rajad" non è l’esaltazione o la bocciatura di un’opera cinematografica, dove il giudizio sulle interpretazioni o sulla maestria della regista a costringere lo spettatore a soffermarsi sui dettagli, sono così superflui che diventa spontaneo l’invito a non perdersi la proiezione. Non è neanche un riconciliarsi con se stessi, con la propria intelligenza, con il proprio senso di giustizia, perché riteniamo che certi argomenti, crudi devastanti e veri, non hanno bisogno di sensibilizzazione per essere condivisi e, ognuno nel proprio piccolo, contrastati anche limitandosi a sedersi in una sala cinematografica e cedere alla tentazione di lasciare che gli occhi traccino dei solchi profondi lungo le proprie guance.
Ci limitiamo ad invitare gli "esseri umani" che, sicuramente, ci sono ancora in giro in questo mondo spietato, a soffermarsi sul tono disperato di quella voce di bambina in cerca di un semplice aiuto, riprendendo la dichiarazione dell’attore Motaz Malhees, protagonista del film e della censura statunitense che gli ha impedito di recarsi a Los Angeles negandogli il visto di entrata negli Stati Uniti: "E se fosse stata tua figlia?"
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