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La visione di Pier Paolo Pasolini nel film Il Vangelo secondo Matteo

Gli ultimi che diventano primi, i poveri che acquisiscono centralità.

di Laura Tussi - martedì 7 aprile 2026 - 380 letture

Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, uscito nel 1964, si presenta ancora oggi come un’opera sorprendentemente contemporanea, capace di parlare al presente con una forza che travalica il contesto storico in cui è stata realizzata. La sua attualità non deriva da un aggiornamento superficiale dei contenuti evangelici, ma da una radicale operazione di sguardo: Pasolini sottrae il racconto sacro alla tradizione iconografica e lo restituisce alla dimensione concreta, storica e umana.

Il Cristo che emerge dal film non è una figura eterea o consolatoria, ma un uomo immerso nella realtà materiale del suo tempo. Le parole del Vangelo di Matteo, riportate quasi integralmente, acquistano un tono nuovo proprio perché incarnate in volti segnati, corpi poveri, paesaggi aridi e tanta miseria. Questo radicamento nel reale produce un effetto di straordinaria attualità: lo spettatore contemporaneo riconosce in quelle immagini non un passato remoto, ma una condizione ancora presente, fatta di marginalità, ingiustizia e conflitto sociale. In un’epoca segnata da nuove forme di disuguaglianza e precarietà, il film appare come uno specchio che riflette dinamiche tutt’altro che superate.

La scelta di attori non professionisti e di un’estetica essenziale contribuisce a creare un linguaggio che oggi definiremmo quasi documentaristico. Non c’è distanza tra rappresentazione e realtà: la macchina da presa sembra registrare più che costruire.

Questa adesione al reale anticipa sensibilità che appartengono al cinema contemporaneo e, allo stesso tempo, rende il messaggio evangelico meno astratto e più perturbante. Il Cristo pasoliniano non invita a una fede rassicurante, ma a una presa di posizione di giustizia sociale e di solidarietà tra gli ultimi, i più fragili. Le sue parole, spesso dure e prive di mediazione, risuonano come un discorso politico di denuncia amara e di stringente attualità, oltre a rivelarsi come messaggio religioso, capace di mettere in crisi l’ordine costituito.

In questo senso, l’attualizzazione del film passa anche attraverso la sua dimensione ideologica. Pasolini, intellettuale profondamente critico nei confronti della società dei consumi e soprattutto del capitalismo imperante e più onnivoro, legge il Vangelo come un testo intrinsecamente sovversivo. Il messaggio di rovesciamento — “gli ultimi che diventano primi, i poveri che acquisiscono centralità” — entra in tensione con le logiche dominanti, ieri come oggi.

In un presente segnato dall’individualismo e dalla centralità del profitto capitalistico e dalla dinamica più bieca del capitale al servizio dei potenti di turno, questo messaggio mantiene intatta la sua carica scandalosa. Non si tratta solo di una questione religiosa, ma etica e politica: il film interroga lo spettatore sulla possibilità di un’alternativa, anche ideologica e soprattutto politica nel senso più etico del termine.

Un altro elemento che contribuisce alla sua modernità è il rapporto con la spiritualità. Pasolini evita qualsiasi forma di retorica istituzionale e costruisce una sacralità che nasce dallo sguardo, dai silenzi, dalla relazione tra i corpi. In un contesto contemporaneo in cui le istituzioni religiose sono spesso messe in discussione, questa scelta appare particolarmente significativa. La fede non è imposta né spettacolarizzata, ma emerge come esperienza personale, fragile e problematica. Il film, così, si apre anche a una fruizione laica, rendendosi accessibile a spettatori di sensibilità diverse.

Infine, la forza del film risiede nella sua capacità di resistere alla semplificazione. In un’epoca dominata dalla comunicazione rapida e dalla polarizzazione del discorso pubblico, il Cristo di Pasolini resta una figura complessa, non riducibile a slogan spendibili in frasi fittizie. La sua parola non si presta facilmente a essere neutralizzata o strumentalizzata. È proprio questa irriducibilità che rende *Il Vangelo secondo Matteo* un’opera ancora viva: non offre risposte facili, ma continua a porre domande urgenti ai potenti e al dovere di impostare la politica sull’ideale dell’etica.

Attualizzare il film, dunque, significa riconoscere in esso non un reperto del passato, ma un testo capace di dialogare con il presente, sopraffatto da guerre, da un cattivismo dilagante e da un settarismo antiegualitario di stampo fascista. Pasolini non si limita a raccontare il Vangelo: lo riporta alla sua dimensione originaria di scandalo e di rottura, restituendogli una forza che ancora oggi inquieta e interroga.


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