La via francescana dell’anarchico Camillo Berneri
Nel quinto numero di Veglia del 1926 è presente un articolo di Camillo Berneri, anarchico italiano caduto nella Guerra civile spagnola, che sembra scritto per il nostro 2026.
Virgilia D’Andrea anarchica abruzzese fondò la rivista anarchica Veglia, la quale fu attiva nel 1926 e nel 1927. Con i suoi otto numeri Veglia fu un laboratorio di confronto critico e progettuale. Fu luogo di incontro, perché la parola che comunica pone in comune significati da pensare e da rielaborare e non cade, dunque, nella trappola della chiacchiera. Si ha, in tal modo, il coraggio anarchico e radicale di analizzare comportamenti e paradigmi culturali per evidenziarne le contraddizioni e indicare l’alternativa politica, culturale e sociale.
Nel quinto numero di Veglia del 1926 è presente un articolo di Camillo Berneri, anarchico italiano caduto nella Guerra civile spagnola, che sembra scritto per il nostro 2026. Un secolo di distanza, ma il salto temporale non cancella l’attualità arguta dell’articolo di Camillo Berneri.
Nel 2026 per gli ottocento anni della morte di San Francesco innumerevoli sono le iniziative religiose e laiche. È stata ristabilita nel calendario la Festività di San Francesco. Il francescanesimo in un tempo di eccessi e di iniqua distribuzione della cultura, delle ricchezze e del potere sembra tornare di “moda”. Camillo Berneri anarchico e pensatore impegnato ci aiuta a sciogliere i nodi delle facili manipolazioni. Il francescanesimo può essere moto rivoluzionario dell’anima e del sociale, ma anche una semplice “posa” senza profondità alcuna.
Esiste un francescanesimo, allora come oggi, modaiolo e superficiale. Benestanti annoiati e alla ricerca di epidermici piaceri e di emozioni fuggevoli possono imitare la frugalità di San Francesco, ma solo per mettere un po’ di “pepe” nella noia di esistenze che hanno tutto e possono tutto. Il francescanesimo di superficie è solo esperienza per “trascorrere il tempo” in un nuovo gioco. Giovanotti e signorine civettuole per provare una nuova l’emozione imitano la morigeratezza francescana, e costoro nel giudizio dell’anarchico sono sicuramente i peggiori.
La povertà come gioco tale è il francescanesimo in tanti laici e clericali al tempo di Berneri e di oggi. Pulman carichi di fedeli nell’anno francescano partono per l’esposizione delle reliquie e per omaggiare il santo, ma i nuovi turisti del sacro ritornano eguali. Hanno solo svolto un breve viaggio, ma lo spirito del francescanesimo è rimasto distante da loro, tanto che tutto si risolve in una giornata “trascorsa in modo diverso”.
La chiesa e le multinazionali del turismo benedicono l’affare e tutto continua come prima e peggio di prima. Al momento sono state registrate 370000 mila pellegrini ad Assisi. Camillo Berneri ha colto la verità di questa religiosità di superficie che rende la religione un semplice viaggio turistico tra i tanti:
“Quando leggo o sento parlare di Francescanesimo, mi si risveglia il ricordo di un mio compagno di studi. Organizzatore di gite in automobile ad eremitaggi toscani ed umbri, con brigate di signorine chiacchierine ed eleganti. Incessante elogiatore della povertà, pagatagli dal padre in misura tale permettergli da prolungare abbastanza comodamente le condizioni di figlio di famiglia. Cavaliere di contessine e frequentatore di salotti, nei quali poteva fare l’apostolo: cosa che fa colpo sulle idolatre di Tagore, le frequentatrici nei circoli teosofici e simili mammiferi spirituali, e finisce per fruttare una moglie ricca che suona il pianoforte, legge Maetherlink, dipinge fiori ed assicura il francescanesimo per tutta la vita. Un giorno questo… francescano fece un discorso, in uno dei soliti circoli di studi religiosi. Elogio di Monna Povertà, consigli di limitare l’alimentazione al frate pane e alla sora acqua e, alle signorine, di avere un solo vestito. Impressione. Ma il discorsetto ebbe un’aggiunta: Dimenticavo di dire, che disponendo il nostro circolo di una cucinetta, potranno organizzare un modesto buffet. (…) Questo francescanesimo salottesco è una cosa stomachevole. È una posa, e come tale non merita ne parli oltre”.
C’è anche un francescanesimo di necessità. Fare di necessità virtù è postura di costrizione per la piccola borghesia intellettuale, e dunque non è autentica scelta morale.
Professori di scuola media costretti ad una esistenza modesta celano la reale povertà, mentre ostentano la virtù della frugalità. In pubblico la modestia della loro condizione è giustificata con motivazioni culturali, in realtà il disprezzo verso la ricchezza e la sua ostentazione è solo un modo per nascondere la povertà quotidiana. I professori di scuola media spesso sono costretti al celibato, rileva Camillo Berneri, in quanto non sono appetibili come sposi e non hanno mezzi per sostentare moglie e figli.
Oggi c’è un francescanesimo indotto e inconsapevole dei precari e dei lavoratori assunti a tempo indeterminato. In Italia nel 2026 si lavora e si è poveri. Si è costretti ad una vita francescana, ma si guarda invidiosi alle vite pornografiche dei benestanti e dei vip. In pochi trasformano la loro condizione in una occasione per comprendere se stessi e il proprio tempo al fine di trasformare la realtà sociale. Allora come oggi la povertà subita è la condizione che rende sudditi disperati e infelici.
Gli intellettuali non sono punto di riferimento, ma sono parte del conformistico eguagliamento dei desideri smodati, mentre si vive di poco e di debiti:
“C’è un altro francescanesimo. È quello della media borghesia intellettuale, cioè del proletariato professionista. È un francescanesimo forzato, che si rassegna con il senso e l’atteggiamento della povertà ricca. (…) Questi intellettuali, schiacciati fra il capitalismo bottegaio e il facile e redditizio successo di tutti i ciarlatanismi, da quello del giornalismo a quello della boxe, non sono nauseanti di ricchezza. Sono, invece, stanchi della loro mezza povertà”.
Non c’è francescanesimo autentico nei giovani, specie dell’Europa del Nord, che vagano per l’Europa con pochi mezzi e sacco a pelo e nella postura sembrano francescani. Loro, di San Francesco, hanno colto il gaudio della libertà senza contemplare la possibilità di una radicale scelta di vita volutamente nella povertà e in Dio. Anche i nostri giovani che sciamano per l’Europa e che nulla sanno del poverello d’Assisi, ma vogliono solo godere e disimpegnarsi da ogni relazione, sembrano ripetere le esperienze del passato.
Anche loro sono distanti dal modello francescano anche quando contestano la ricchezza, pur essendo benestanti, senza rinunciare ai benefici della loro condizione. Ancora una volta Camillo Berneri coglie la questione nella sua verità. Ridurre l’esperienza francescana con la sua radicalità a un solo aspetto, è un modo per aggirare quanto essa ci chiede e vuole. Si cercano soluzioni comode per garantirsi con il semplicismo una “posa sociale” con relativo applauso e consenso. Si resta in tal modo organici al sistema:
“Il vero francescanesimo dov’è?
Quegli studenti tedeschi che girano il mondo col sacco turistico in ispalla, coi sandali e i calzoncini, lavorando qua e là, cantando e ammirando sono francescani nella lietezza del loro vivere povero; ma essi sono sospinti da una tradizione, e somigliano ai compagnons e ai clerici vagantes. Il francescanesimo non si può ridurre all’edonismo pauperistico, cinico, evangelico o bohèmien. Non si può ridure al giocondo misticismo platonico o all’astoricismo rousseaiano.
Nell’ascesi e nel panico ardore di Francesco possiamo vedere una grande luce. Egli può apparirci una delle creature sovrane. Ma nessuno può dirsi francescano se non avendo la presunzione di avvicinarglisi cadendo nell’errore di assumere come fondamentale ed isolabile uno degli aspetti della sua personalità, mentre tutti gli elementi che la costituivano erano strettamente connessi”.
Rammentiamoci che San Francesco volle testimoniare la resurrezione etica e sociale in un tempo in cui si profilava la crematistica e l’ossessione proprietaria. Il misticismo e la fede erano parte integrante di un modo di vivere alternativo e critico verso il nascente mercantilismo. Il francescanesimo non lo si può scindere in gustose porzioni e scegliere la “porzione” meno impegnativa, è un modo di essere e di vivere. L’essere e la vita notoriamente non sono scindibili:
“Sulle piazze, per le vie di Assisi lo beffarono, lo percossero, lo lapidarono, l’imbrattarono. E nelle chiese, nelle congreghe accademiche, nelle sagre teschiate continuano a farne scempio. E noi l’abbiamo trovato, solo, su di una balza fiorita a guardare il sole nascente sulla cerchia dei colli umbri. E l’abbiamo ritrovato poeta. E l’abbiamo lasciato, senza gesti né voci inopportune, che sarebbero fuggite in rondini e si sarebbe confuso e scolorito il giottesco politico dei Fioretti. Di quei Fioretti che pochi commemoratori hanno letti e pochissimi hanno capiti, cioè sentiti. Specie i… francescani”.
La sorella povertà testimoniata da San Francesco è un inno a Dio ed è una condanna senza appello alla proprietà privata e allo sfruttamento. La Chiesa e la cultura laica sembrano averlo dimenticato e non è un caso. Anche Papa Francesco omaggiava la povertà, condannava i cardinali, ma risiedeva a Santa Marta. La povertà e la vita di comunità erano uno spot, ma non erano reale.
Un francescanesimo demagogico che poco ha lasciato dietro di sé. Oggi si vorrebbe trasformare il francescanesimo in una posa green. Nulla di più falso, perché egli amava la natura in quanto immagine vivente del creatore, mentre oggi in modo ideologico essa è divinizzata per muovere un giro d’affari a beneficio di una oligarchia atea, sfruttatrice e che conosce solo il calcolo degli affari.
In tale paradigma “Dio è morto e muore anche la comunità degli sfruttati con l’ambiente naturale vilipeso e saccheggiato”. Ecco dagli Scritti di San Francesco, Regole ed esortazioni del 1221 al capitolo VIII, il senso vero della povertà francescana “verità respinta dai turisti del francescanesimo”:
"Il Signore comanda nel Vangelo: «Attenzione, guardatevi da ogni malizia e avarizia»; e: «Guardatevi dalle preoccupazioni di questo mondo e dalle cure di questa vita». 3 Perciò, nessun frate, ovunque sia e dovunque vada, in nessun modo prenda con sé o riceva da altri o permetta che sia ricevuta pecunia o denaro, né col pretesto di acquistare vesti o libri, né per compenso di alcun lavoro, insomma per nessuna ragione, se non per una manifesta necessità dei frati infermi; poiché non dobbiamo avere né attribuire alla pecunia e al denaro maggiore utilità che ai sassi. E il diavolo vuole accecare quelli che li desiderano e li stimano più dei sassi. Badiamo, dunque, noi che abbiamo lasciato tutto, di non perdere, per sì poca cosa, il regno dei cieli. E se troveremo in qualche luogo del denaro, non curiamocene, come della polvere che si calpesta, poiché è vanità delle vanità e tutto è vanità. E se per caso, Dio non voglia, capitasse che un frate raccogliesse o avesse della pecunia o del denaro, eccettuato soltanto per la predetta necessità relativa agli infermi, tutti noi frati riteniamolo un falso frate e apostata e un ladro e un brigante, e un ricettatore di borse, a meno che non se ne penta sinceramente. E in nessun modo i frati accettino né permettano di accettare, né cerchino, né facciano cercare pecunia per elemosina, né soldi per qualche casa o luogo, né si accompagnino con persona che vada in cerca di pecunia o di denaro per tali luoghi. Altri servizi invece, che non sono contrari alla nostra forma di vita, i frati li possono fare nei luoghi con la benedizione di Dio. Tuttavia, i frati, per una evidente necessità dei lebbrosi, possono chiedere l’elemosina per essi. Si guardino però molto dalla pecunia. Similmente, tutti i frati si guardino di non andare in giro per alcun turpe guadagno”.
La fame di denaro e il suo accumulo privo di senso sono il dramma degli esseri umani, in quanto si vive senza un “perché” tra bagordi reali e desideri illimitati. La merce e il profitto sono diabolici perché divisori.
La naturale unità solidale dell’umanità si frammenta in individualità accaparratrici e spietate e ciò allontana da Dio e dalla creazione. La comunità muore per un vuoto di senso. Per questo bisogna rifiutare il francescanesimo decaffeinato che da 800 anni cela il significato radicale e sovversivo del francescanesimo autentico.
Il francescanesimo è movimento pauperistico e non è certo comunismo marxiano o marxista, ma pur di relegarlo ad esperienza mistica individuale molti fedelissimi alla religione atea del capitalismo lo riducono a semplice scelta soggettiva, il francescanesimo è molto di più, è misticismo, è comunità e, specialmente, è ritorno al comunismo del Vangelo in un tempo, la fine del Medioevo, in cui il mercantilismo e la crematistica si facevano già strada nella società e nella Chiesa.
Il francescanesimo è scandalo dinanzi alla ricchezza che affama e sfrutta i più fragili, è valutazione etica del nascente capitalismo, che già ai suoi albori si tinge del sangue e del sudore degli ultimi. San Francesco è la coscienza etica di un’epoca e di questo bisogna prendere atto con realismo e senza comodi opportunismi. L’umanesimo francescano è nella condanna della creamatistica e dell’avarizia quale peccato sociale contro Dio e contro gli esseri umani.
L’avarizia è diabolica perché divisoria, essa conduce alla lotta per l’accumulo, è il verme che divora l’umanità e la sfregia nel suo “volto divino”. Il francescanesimo dunque non è misticismo e aneddotica, ma è critica politica su fondamenta “onto-teologiche”. L’umanesimo francescano pone al centro l’essere umano liberato da un individualismo torvo e violento e ripone al centro l’eccellenza etica dell’essere umano immagine vivente del Dio-agape.
Nella Regola bollata al Capitolo VI del 1223 San Francesco, ancora una volta, non potrebbe che essere più esplicito: “la povertà” è rinuncia all’oppressione, è scelta del Dio vivente, pertanto la crematistica è la via della morte. In ogni tempo l’essere umano è a un bivio deve scegliere la via della vita o della morte:
“I frati non si approprino di nulla, ne’ casa, ne’ luogo, ne’ alcun’altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in poverta’ e umilta’, vadano per l’elemosina con fiducia, e non si devono vergognare, perche’ il Signore per noi si e’ fatto povero in questo mondo. Questa e’ la sublimita’ di quell’altissima poverta’, che ha costituito voi, fratelli miei carissimi, eredi e re del regno dei cieli, vi ha fatti poveri di cose e vi ha innalzati con le virtu’. Questa sia la vostra parte di eredita’, che conduce nella terra dei viventi. E aderendo totalmente a questa poverta’, fratelli amatissimi, non vogliate possedere niente altro in perpetuo sotto il cielo, per il nome del Signore nostro Gesu’ Cristo”.
Nell’anno dedicato al santo manca la pubblica discussione sul valore della povertà e sugli effetti della “ricchezza”, si predilige un francescanesimo turistico che dura quanto lo spazio di un breve viaggio e poi nulla…
La barbarie del capitalismo è anche in questo continuo riduzionismo di ogni esperienza a semplice passatempo. Il deserto del capitalismo avanza in questa fuga dalla profondità che Camillo Berneri ci ha rammentato.
Dovremmo, inoltre, ripensare il Medioevo e forse scopriremo che il Rinascimento con il suo individualismo e con l’esaltazione della ricchezza ha avuto ed ha grande risonanza presso studiosi e Accademie in quanto organico all’individualismo capitalistico, si pensi al De avaritia di Poggio Bracciolini in cui si esalta l’accumulo delle ricchezza terrene e l’avarizia è ritenuta virtù sociale, perché comporta un aumento della ricchezza generale. Quando gli affari guidano gli eventi del mondo non c’è cultura ma solo duplicazione esasperata e acritica del presente.
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