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La strada della sicurezza: reprimere è meglio del prevenire?

Rimane una domanda sostanziale perché la sicurezza nelle strade viene privilegiata, contata e raccontata di più rispetto alla sicurezza del lavoro, nei luoghi e nei posti di lavoro?

di Massimo Stefano Russo - sabato 24 gennaio 2026 - 423 letture

La sicurezza in quanto bene pubblico, tra percezione e pratica, è diventata un vero e proprio problema sociale, in un clima di pericolo e tensione che investe un’opinione pubblica sempre più impaurita.

Basta inasprire le leggi, multare e condannare per garantire la sicurezza come bene pubblico? Non si corre così il rischio di travisare il fine, gli obiettivi da raggiungere e finire progressivamente col colpire, soprattutto il dissenso e gli oppositori?

Sostenere che la sicurezza è neutra, senza colore politico risponde a verità? Cosa vuol dire sicurezza nel senso comune e come tradurla nella prassi, capaci di metterla in pratica?

La sicurezza è tradizionalmente considerata un valore condiviso, un bene pubblico fondamentale, capace di garantire il convivere civile e i processi democratici. In un clima sociale caratterizzato da tensione, paura e percezione costante di minacce, il concetto di sicurezza si trasforma e finisce con l’assumere spesso connotazioni politiche e simboliche che ne distorcono il significato originario.

L’opinione pubblica, sempre più sensibile ai rischi reali o percepiti, tende a legare la sicurezza a misure immediate e punitive: inasprimenti normativi, sanzioni e condanne vengono percepiti esclusivamente come strumenti efficaci per ripristinare l’ordine e proteggere i cittadini. Un approccio che rischia di travisare il fine ultimo della sicurezza, nel sostituire la prevenzione e la coesione sociale col controllo e la repressione.

Sostenere che la sicurezza sia neutra, priva di colore politico, in realtà diventa una semplificazione problematica. La destra in politica storicamente ha sempre utilizzato la sicurezza come strumento identitario, rivendicandone il possesso come simbolo della propria capacità di governare e tutelare la società.

Nello sbandierare la sicurezza come un valore che le appartiene, tende così ad appropriarsene e a rivendicare grazie a essa la propria identità. In questo senso, la sicurezza diventa un vero e proprio campo di battaglia simbolico: chi detiene il discorso pubblico sulla sicurezza può orientare la percezione sociale e giustificare azioni di controllo che vanno oltre il proteggere realmente i cittadini. L’assioma della neutralità della sicurezza non regge di fronte alla realtà dei discorsi politici e mediatici, dove spesso quanto definito “sicurezza” risponde a strategie che servono a legittimare il potere ed escludere il dissenso. Ma cosa significa sicurezza nel senso comune?

Nella percezione diffusa, la sicurezza si lega all’assenza di paura, al proteggere i propri beni e alla propria incolumità, alla possibilità di vivere e muoversi senza timore. Il concetto mescola insieme la dimensione reale e quella percepita, senza che spesso quanto le persone sentono come insicurezza coincida con indicatori statistici o scientifici, nel riflettere ansie culturali, mediatiche e simboliche.

Tradurre questa percezione in prassi efficace richiede un approccio articolato, in grado di combinare misure materiali – come l’ordine pubblico, la prevenzione e la protezione civile – con interventi culturali e sociali, capaci di rafforzare la fiducia, il senso di comunità e la resilienza sociale. In pratica, la sicurezza va pensata quale processo collettivo e inclusivo, per evitare di imporla dall’alto come strumento di potere. Gli interventi educativi, le politiche di coesione sociale, la partecipazione civica e la trasparenza istituzionale sono tutti elementi fondamentali per garantire la sicurezza reale, percepita come legittima.

Limitarsi a sanzionare e a reprimere alla fine può risultare un limite che rafforza la paura, aumenta la polarizzazione sociale e, paradossalmente, riduce la sicurezza stessa, per colpire chi dissente o chi vive ai margini della società.

La sfida contemporanea consiste nel riportare la sicurezza alla sua dimensione di bene pubblico, riconoscerne il valore che, senza essere statico o neutro, si pone l’obiettivo comune e collettivo di costruire prassi condivise, regole trasparenti e strategie di inclusione. Solo così la sicurezza può affermarsi e diventare una vera infrastruttura civica, capace di proteggere i cittadini e rafforzare la fiducia nelle istituzioni, senza essere strumento di controllo politico.

Rimane una domanda sostanziale perché la sicurezza nelle strade viene privilegiata, contata e raccontata di più rispetto alla sicurezza del lavoro, nei luoghi e nei posti di lavoro?

Fa riflettere il caso del Giappone dove si ha tanta sicurezza con pochi poliziotti in giro per strada e per giunta senza che siano dotati di armi da fuoco, perché i giapponesi rispettano le regole per via della vergogna che provano se beccati a trasgredirle.


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