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La storia obliqua

Raccontare la Sicilia: un saggio e un romanzo. Parliamo di: Daniela Carmosino, Uccidiamo la luna a Marechiaro. Il sud nella narrativa italiana, Donzelli, 2009. - E: Giuseppe Tramontana, La storia obliqua, Kimerik, 2009

di Pina La Villa - lunedì 28 dicembre 2009 - 2241 letture

Raccontare la Sicilia: un saggio e un romanzo

Daniela Carmosino, Uccidiamo la luna a Marechiaro. Il sud nella narrativa italiana, Donzelli, 2009.

Giuseppe Tramontana, La storia obliqua, Kimerik,2009

Il saggio di Daniela Carmosino esamina il fenomeno della rinascita della narrativa meridionale di cui tanto si è parlato negli anni novanta. Il titolo è una specie di grido di battaglia degli scrittori che hanno deciso di “raccontare un Sud svincolato dagli stereotipi del paradiso turistico o dell’inferno senza redenzione, svincolato dalla pizza, dal mandolino e dal vittimismo”. Il libro nasce soprattutto dal tentativo di capire il ruolo che può avere la letteratura nella comprensione e nella rappresentazione del Sud di oggi.

La tesi di fondo e il consiglio dell’autrice del libro, docente presso l’Università del Molise, editor e consulente editoriale, è così sintetizzata:

“I narratori del nuovo Sud devono guardarsi costantemente alle spalle, per difendersi dalle insidie del vecchio. La tradizione meridionalistica e quella neorealistica hanno infatti condotto al cristallizzarsi di temi, situazioni, linguaggi e prospettive tipicamente meridionali, in cui lo scrittore del Sud, anche il più vigile, rischia di restare invischiato a ogni passo. Di qui il salutare lavoro di sottrazione, di disincrostrazione dalle più viete chiavi di lettura”.

tramontana Un’occasione per riflettere su questi temi mi è stata offerta recentemente dalla pubblicazione del primo romanzo di Giuseppe Tramontana. Il romanzo è La storia obliqua, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Kimerik.

Un omicidio in puro stile mafioso, l’assolata piazza siciliana e i suoi protagonisti, gli amanti della libertà e gli amanti del potere, intorno un paese complice del malaffare. E gli eroi destinati alla sconfitta.

Sembra di essere in pieno nello stereotipo. La stessa presentazione editoriale del romanzo vi insiste.

L’atmosfera del romanzo è quella di una situazione sciascianamente irredimibile. Ma si rileva anche l’umanità di alcuni personaggi, l’assurdità e l’eccessiva, distruttrice passionalità insite in alcune vicende e figure, così come la descrizione di un ambiente ostile, immerso nel calore torrido ed asfissiante (anche per le idee ed i buoni sentimenti) di un’estate siciliana. Un ambiente che non perdona, che scruta tutto e giudica ferocemente, dietro l’apparente velo di indifferenza, dove la politica, o meglio l’esercizio del potere politico, permea e ottunde ogni segmento della vita della gente.

Sembra che manchi la consapevolezza che la Sicilia di oggi probabilmente non è la stessa di quando Leonardo Sciascia o Giuseppe Fava scrivevano i loro romanzi, la consapevolezza che magari è cambiata proprio negli stessi anni in cui altri hanno continuato a rappresentarla imitando, fino a usurarli, le loro trame, i loro personaggi e il loro linguaggio, spesso usandoli strumentalmente per fare folklore.

Da questa mancata consapevolezza deriva quello che del libro non mi convince: la rappresentazione di un conflitto che vuole essere tragico, cioè alto, in un mondo che viene poi di fatto rappresentato privo di grandezza, non solo nel male, ma anche nel bene.

La stessa lunghezza del romanzo, non ha probabilmente consentito alla voce narrante di riuscire a mantenere per tutto il tempo la malizia della rappresentazione di questa umanità priva di una qualsiasi gloria, tranne quella dei morti. Eppure è qui che avvengono, secondo me, le cose migliori del romanzo. La piazza di un paese siciliano in un’estate dei nostri anni si anima. E’ qui che vive il gruppo sgangherato di amici che la voce narrante ritrova uguali dopo alcuni anni passati nel Continente. Dopo l’omicidio decidono di indagare. Man mano che indagano si perdono, si confondono, si mettono in discussione; sono sempre sul punto di svelare il mistero e di indicare orgogliosi al paese la verità che solo loro hanno la capacità di vedere e il fegato di denunciare; ma la verità sfugge, non si fa prendere, forse è da un’altra parte, anzi sicuramente è altrove.

In questa dimensione i personaggi arrivano a possedere una loro freschezza e una loro verità, spesso schizzati con mano sicura ricorrendo a una battuta, a un tic, a un’abitudine.

La descrizione dell’ambiente in cui si muovono - quando la voce narrante smette il tono sussiegoso del censore - presenta altri aspetti interessanti della narrazione: la campagna dei dintorni vive una interessante vita notturna e sembra fatta apposta per gli incontri amorosi; i palazzi antichi rievocono le leggende della maldicenza paesana, per le strade vuote incontri sempre qualcuno a cui non puoi nascondere quello che stai facendo. C’è poi il caldo che annichilisce, gli incontri casuali, la chiacchierata all’ombra della palma, la visione di una gonna trasparente in lontananza.

Lo scarto fra lo stereotipo e la realtà viva, che la stoffa del narratore fa irrompere nella storia, crea in La storia obliqua voci e immagini dissonanti, ma lo scarto è anche il varco che rende possibile imboccare la strada per la comprensione vera di ciò che c’è in Sicilia nel nostro tempo.


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