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La solitudine dei testimoni di giustizia: intervista a Ignazio Cutrò

La paura ti dà una scossa, io la definisco così, è un lampo che arriva direttamente al cuore, una paura così forte che scatena dentro di te la forza e il coraggio

di francoplat - giovedì 24 luglio 2025 - 1151 letture

Ignazio Cutrò, il testimone di giustizia – quello che ha scelto di restare nella località d’origine, Bivona (AG) perché ad andarsene devono essere i mafiosi e non le vittime, altrimenti è una sconfitta dello Stato e delle istituzioni – è puntualissimo all’appuntamento in streaming. Sul video compare il suo volto ricco, risoluto. Chiacchieriamo per oltre un’ora, della sua esperienza personale, della sua visione della società e della responsabilità, della sua idea di impegno.

Parlare con Ignazio significa entrare in tutte le contraddizioni che animano la nostra società, quelle che originano dall’esistenza delle mafie. Perché la sua scelta di denunciare gli estorsori, di testimoniare al processo, di non sottostare alle intimidazioni e, soprattutto, di non andare in una località protetta, ma di restare nel paese d’origine, l’ha pagata cara. Lui ha consentito di avviare un’indagine – “Face Off” – e di portare a compimento un processo che ha portato alla condanna dei suoi aguzzini, ma è anche finito in un tortuoso percorso istituzionale che ha segnato il fallimento della sua impresa. A chi deve la responsabilità della cessazione della sua attività? Alla solitudine, alla terra bruciata intorno da parte di quello che lui definisce Stato – ossia noi cittadini – e a quella che chiama “mafia istituzionale”, riferendosi ai lacciuoli che gli si sono stretti attorno, animati dalla burocrazia occulta, nascosta, cavillosa, inerziale.

È solo in virtù di una determinazione profonda, di un carattere tenace e combattivo – di cui i tratti sono chiaramente percepibili nel corso di tutta l’intervista –, oltre che di un nucleo famigliare straordinariamente compatto, che Ignazio ha potuto affrontare mille difficoltà: quelle materiali, quelle psicologiche, i silenzi della comunità e anche i pettegolezzi, la paura per la sua incolumità e per quella dei suoi cari, le pastoie burocratiche. Quanto alla sua incolumità, ha rinunciato alla scorta, perché, a partire dal 2018, era stata negata ai suoi familiari e, per questo, sa di essere, come dice lui stesso, un morto che cammina.

La sua storia di vittima delle estorsioni è iniziata nel 1999, in un crescendo di intimidazioni, incendi ai suoi mezzi, lettere minatorie, sino al 2006, anno terribile e discriminante, anno in cui un capitano dei carabinieri decide di metterlo sotto intercettazione e, da là, si giunge all’arresto del clan che lo vessava. È solo l’inizio, perché è da questo momento che la vita di Ignazio, strozzata dalla mafia, incontra le manchevolezze della legge, a partire dalla mancanza di una normativa che tuteli chi, avendo denunciato ed essendosi esposto pubblicamente, rischia di perdere tutto. Ignazio combatte, fonda, con altri testimoni di giustizia, un’associazione che li rappresenti, si incatena davanti al ministero, chiede che lo statuto di testimone di giustizia venga riconosciuto e ben distinto da quello dei collaboratori di giustizia, con i quali i primi vengono ancora confusi. Non è una lotta vana. Nell’arco di alcuni anni, tra il 2013 e il 2018, a livello regionale siciliano e a livello nazionale vengono varate due leggi che dispongono l’assunzione presso la pubblica amministrazione di chi rientra, appunto, nella categoria dei testimoni di giustizia.

È giustamente fiero di questa battaglia vinta, ma non appagato. Non lo è perché ancora tiepido è il numero di coloro i quali sentono la cittadinanza come un dovere, una responsabilità da assumersi davanti alla violenza mafiosa. Il suo discorso è chiaro e inoppugnabile: da un lato, la necessità che ognuno di noi combatta contro la mafia che ha dentro. Sì, per Ignazio, la prima battaglia è con sé stessi, con quel quid di mafiosità che ci portiamo dentro. Ma anche affrontato questo conflitto interiore, è necessario, poi, un altro passaggio, ossia la presa di consapevolezza collettiva del contrasto alle mafie. Se attorno al testimone di giustizia si stringessero dieci, mille, un milione di persone, i clan non potrebbero nulla. Invece, la comunità si sfila, si allontana, ci si sente soli, come Falcone, che Ignazio cita a proposito della solitudine in cui si muore, isolati e preda facile dei tuoi nemici. Una solitudine che il mio interlocutore non ha dimenticato, che ha conosciuto sulla sua pelle e che cerca di risparmiare ad altri: il Natale o il Capodanno lo passa, insieme alla sua famiglia, con qualcuno che, magari per aver denunciato, è rimasto isolato.

È una conversazione ricca, colorita – Ignazio non usa mezze parole, a volte – e saggia, cioè giocata su un registro concettuale tutt’altro che rigido e manicheo. Ha ben chiaro l’illegalismo mafioso, il mio ospite, ma gli sono altrettanto chiare le responsabilità delle istituzioni e della società civile. È netto nel suo giudizio sui suoi estorsori, sulla burocrazia occulta e lontana dal cittadino, ma è capace di comprendere i sentimenti che governano gli indecisi nella denuncia, l’eroismo degli “angeli” – come li chiama – che lo hanno protetto, ossia i carabinieri, a dispetto dei mezzi, spesso scarsi, dati loro in dotazione dallo Stato. Così come è lucido nel separare la sua regione dalle accuse univoche e tranchant di mafiosità: è vero che è nata in Sicilia Cosa nostra – afferma –, ma qui sono pure nati gli anticorpi dell’antimafia, ora a disposizione di tutti. È questo affascinante impasto di determinazione e comprensione, l’uomo spesso sorridente e capace di dichiarare la propria paura e l’importanza del pianto liberatorio, la necessità di saper chiedere aiuto. Lucido e realista e anche in grado di chiudere gli occhi davanti ai paesaggi della sua terra e di riaprirli all’improvviso, vedendo la bellezza insozzata dal sangue innocente di quelle plaghe.

«Sei soddisfatto, Ignazio»?; «sì, perché ho liberato i miei figli», dice, commuovendosi al pensiero che, un giorno, lo ringrazieranno i suoi nipoti. Non ha torto. Liberare, per lui, significa riaffermare le ragioni della legalità, essere «partigiani di legalità», afferma, riferendosi a quei ragazzi che hanno lottato, durante la Resistenza, perché fossimo liberi. Allontanare un testimone di giustizia dal luogo che lo ha visto strozzato dalla violenza mafiosa, significa svellere un presidio di legalità da quel territorio, un modello, un punto di riferimento, qualcuno che vede, sente, ragiona e dice “no”. È ricco d’umanità e un po’ guascone, Ignazio Cutrò, su cui ancora si posano, nel ricordo, le grandi mani del padre che, asciugandogli il sudore, gli diceva: «ogni goccia di sudore che cade mentre lavori, è una goccia di dignità».

La dignità è la sua cifra. Questa sicuramente non gliel’hanno strappata né i mafiosi né quella parte di Stato che, non potendo controbattere alla sua idea di sconfitta istituzionale se restano i mafiosi e se ne vanno i testimoni di giustizia, ha manifestato le tante incongruenze di un paese legale titubante e, per così dire, timido davanti all’arroganza del branco mafioso. Nel suo piccolo – che non è, poi, così piccolo – Ignazio ha mostrato a tutti noi cosa voglia dire essere e farsi cittadino. Un insegnamento tutt’altro che superficiale nell’era del grande disimpegno e di cui è possibile apprezzare la fragranza nell’intervista integrale qui allegata.


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