La scuola catanese di fronte alla povertà educativa
Il dossier sulla povertà educativa a Catania, redatto da Antonio Fisichella, è un testo che dovrebbe imporre nella città una discussione immediata, ampia e profonda.
Il dossier sulla povertà educativa a Catania, redatto da Antonio Fisichella e recentemente pubblicato da «Prima i Bambini» e «Memoria e Futuro», è un testo che dovrebbe imporre nella città una discussione immediata, ampia e profonda. Quasi un riflesso automatico di fronte alla gravità dei dati e delle analisi che contiene. Non è detto, però, che questo accada.
La pigrizia intellettuale, il particolarismo degli interessi e delle prospettive sono elementi che privano da tempo questa città di reali spazi pubblici di discussione. Bisogna quindi lavorarci con determinazione, usando questo prezioso lavoro come leva per mettere tutto in discussione: la scuola, le istituzioni locali, le politiche nazionali ed europee, e un certo modo di fare associazionismo. Mettere tutto in discussione, dunque, e guardare a Catania non come a un “caso” isolato, ma come a un punto di crisi drammaticamente visibile di processi di disgregazione, disuguaglianza e oppressione che attraversano il Mezzogiorno e l’intero Paese.
Il rapporto evidenzia (anche con eccellenti grafiche) una situazione di povertà educativa che sarebbe forse più corretto definire di esclusione educativa. Una condizione che percorre tutte le fasce d’età e ipoteca pesantemente il futuro sociale di un’intera comunità.

- Che ne faremo dei nostri ragazzi - La scuola a Catania
Siamo di fronte non solo a un dramma umano e sociale, a un’ingiustizia inaccettabile, ma soprattutto a un nucleo di fragilità che si irradia in una trama di connessioni, delineando un quadro gravissimo. Basti pensare al legame tra povertà educativa e i diffusi comportamenti criminali tra i minori: il rapporto spiega come la criminalità minorile – di cui Catania è una sorta di capitale nazionale, con dati assoluti paragonabili a quelli di città molto più grandi – presenti caratteristiche che la integrano saldamente alle organizzazioni mafiose. Allo stesso modo, la percentuale sconvolgente di NEET (i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano) che assegna a Catania il primato nazionale, rappresenta un problema sociale ed economico di ordine generale.
Questo quadro analitico rende evidente la centralità politica della povertà educativa: si tratta di uno dei terreni su cui si possono ridefinire i rapporti di forza tra gli interessi e costruire una visione complessiva della società. I dati esposti con tanta chiarezza nel rapporto costituiscono una condanna inequivocabile delle politiche degli ultimi decenni: quelle neoliberiste più selvagge, ma anche quelle della «governance» di ispirazione europea, del familismo, del mercato che “sgocciola” benefici per tutti, dell’esaltazione del privato sociale, del PNRR, di Draghi e di Meloni.
La scuola è inevitabilmente al centro della discussione sulla povertà educativa, anche se non è certo l’unica istituzione coinvolta. Fermo restando che tante istituzioni scolastiche e moltissimi insegnanti svolgono un lavoro straordinario (come emerge chiaramente anche dal rapporto), da cosa dipende l’incapacità della scuola di aggredire il problema della povertà educativa nei suoi molteplici aspetti? E perché, invece, si registra un crescente disagio degli studenti, testimoniato anche da episodi gravissimi nelle ultime settimane? Dipende da elementi quantitativi e qualitativi introdotti da scelte politiche sostanzialmente omogenee, pur nel variare dei governi, negli ultimi decenni.
Proviamo a sintetizzarli per grandi linee:
1. Una scuola con poco tempo
Le vie dell’attacco al tempo scuola – cioè all’elemento essenziale per costruire un rapporto educativo e percorsi di socializzazione – sono infinite. Il dossier mette giustamente l’accento sullo scandalo dell’assenza di tempo pieno e prolungato, che rappresenta un duro colpo nei primi anni del ciclo educativo, difficilmente recuperabile, e costituisce un’inaccettabile divaricazione di cittadinanza tra Nord e Sud. Oltre a questo, però, esistono altri meccanismi, espliciti e impliciti, che colpiscono il tempo scuola.
Nelle superiori non sono stati più recuperati i tagli di ore e materie operati dalla riforma Gelmini e si prosegue sulla stessa strada con il taglio di un anno negli istituti tecnici e professionali (ma ci sono sperimentazioni anche di percorsi quadriennali nei licei). Un taglio preparato dal ministro Bianchi, inserito nel PNRR e realizzato da Valditara, che comporta la perdita di centinaia di ore di lezione per alunno. Il diplomato di un istituto tecnico uscirà da questi percorsi con quasi mille ore di lezione in meno rispetto al suo collega di qualche anno fa. E stiamo parlando proprio degli istituti tecnici e professionali, cioè del comparto della scuola secondaria dove si concentrano gli studenti provenienti dalle classi popolari, gli studenti immigrati e quelli con disabilità. A tutto ciò si aggiunge il taglio implicito del tempo scuola causato dai ritardi nelle nomine dei supplenti, che a volte lasciano le cattedre vuote per settimane.
2. Una scuola intermittente
L’educazione è costruzione – di relazioni, di un collettivo, di un percorso culturale – e richiede tempo, continuità e profondità, tanto più quando si inserisce in contesti difficili. Il modello di scuola che si sta affermando è invece quello di una scuola “carosello”, che ne rappresenta l’antitesi. Il precariato, che riguarda circa un quarto degli insegnanti (e oltre la metà di quelli di sostegno), impedisce spesso una continuità didattica razionale. Ma c’è anche un modello organizzativo che privilegia il “progetto”, cioè occasioni episodiche, rendendo difficile il lavoro di classe. Si aggiunge infine una prassi di individualizzazione eccessiva dell’insegnamento, arrivata al culmine con i progetti del PNRR, le attività di orientamento, mentoring ecc., che spesso portano al disorientamento del gruppo classe: esattamente quel collettivo di diversi ma eguali che invece andrebbe costruito.
3. Una scuola deculturata
Molto si chiede alla scuola, per esempio rispetto alla maturazione di un uso critico e consapevole dei social e della rete. Ma per rispondere a questa sfida serve una scuola che rafforzi la sua nervatura culturale, il suo impianto critico e l’assunzione della complessità. Le tendenze vanno esattamente nella direzione opposta: la retorica delle competenze contro le conoscenze, la banalizzazione dei contenuti (che passa anche dai libri di testo), una scuola sempre più gerarchizzata e aziendalizzata in cui lo spirito critico viene messo tra parentesi. A ciò si aggiungono le indicazioni ministeriali di Valditara, ispirate a un occidentalismo retrivo che, oltre a essere estraneo alla cultura democratica, rappresenta un ostacolo a un’idea indispensabile di complessità del mondo.
4. Una scuola disastrata
Il patrimonio edilizio scolastico – e qui le responsabilità ricadono gravemente sugli enti locali – è inadeguato e gestito molto male: per ristrettezze di bilancio (anche su questo molte promesse del PNRR sono state tradite), per interessi particolari (ancora oggi vi sono scuole allocate in modo ingiustificabile in edifici privati) e per una radicale incapacità di governo. E non si tratta solo di grandi progetti risolutivi. Non è garantita nemmeno una gestione oculata dell’esistente, dalla manutenzione ordinaria all’utilizzo delle numerose strutture inutilizzate o sottoutilizzate a causa del calo demografico e dell’emigrazione.
Lontano da noi l’idea illuministica che la povertà educativa, come qualsiasi problema sociale, possa avere una risposta esclusiva tra le mura scolastiche. La scuola deve però fare la sua parte, e può farla solo se si invertono radicalmente le tendenze oggi in atto. Per la scuola di Catania, ma anche molto oltre, questo rapporto rappresenta uno strumento potente per rimettere in discussione gli assetti consolidati, riaprire un conflitto e immaginare un futuro diverso. Bisognerà utilizzarlo bene.
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