La rosa inversa: una storia settecentesca?
La Rosa Inversa / Maria Attanasio. - Palermo : Sellerio, 2026. - 376 p., [16] : br. ; 16,8 cm. - (La memoria ;1368). - ISBN 88-389-4933-6.
La rosa inversa
Agli inizi del secolo scorso il cavaliere Flerez, nostalgico e tradizionalista, scopre in un vecchio palazzo nobiliare siciliano una stanza segreta, che contiene, accanto a simboli e insegne della massoneria, opere di Voltaire, Diderot, Montesquieu e d’Alembert.
Ma ad attirare la sua attenzione è un manoscritto, La Rosa Inversa, racconto autobiografico del barone Ruggero Henares, l’antico proprietario del palazzo.
Nato nel 1743, educato nel Collegio dei Gesuiti di Calacte (questo il nome della città siciliana immaginaria, nome col quale l’autrice chiama la sua Caltagirone), Henares diventa amico di Giuseppe Balsamo, alias Cagliostro. Dopo essere stato espulso dal collegio e in rotta col padre, Ruggero diventa ufficiale a Napoli - e si fa un nemico nel clero - viaggia, ma poi , morti il padre e il fratello primogenito, torna a Calacte – e qui incontra Amalia, una clavicembalista che diventerà la sua amante. Aderisce a diverse logge massoniche e fonda nella sua città la loggia La Rosa Inversa, dove si discute di uguaglianza e libertà.
Questa, in estrema sintesi, la storia del romanzo di Maria Attanasio, La rosa inversa: l’ho letto d’un fiato, come una scorribanda nel ‘700, e in realtà, fra viaggi avventurosi, salotti, baroni, gesuiti, libri e Inquisizione, la storia che Maria Attanasio ci racconta ha il ritmo e lo sguardo beffardo, amaro e al tempo stesso divertito, di un romanzo picaresco del ‘700.
È vero che il picaro è un mascalzone di basso rango, mentre qui il protagonista è un barone. Ma Ruggero Henares, questo il nome del protagonista, è un barone sui generis, portato dalle vicende della sua vita e dalle sue letture ad abbracciare gli ideali egualitari della seconda metà del XVIII secolo. E attraverso la sua storia forte è la critica alla società del suo – e del nostro - tempo.
Manca il racconto in prima persona, che è presente anche in un altro genere letterario tipico del ‘700: i memoires– ricordiamo Goldoni, Alfieri, Casanova. In La rosa inversa la voce narrante finge il ritrovamento delle memorie del protagonista e ne ripropone il racconto.
Con quest’ultimo romanzo Maria Attanasio si diverte - e ci diverte - facendoci entrare nella cultura di un secolo, anche attraverso la “partitura” della storia di Henares, divisa in cinque movimenti che ricordano la passione settecentesca per il teatro e la musica. Un secolo che coltivò l’utopia di un mondo migliore perché rischiarato dai lumi della ragione. Come nel libro che viene citato, di Louis-Sébastien Mercier, L’anno 2440. Sogno se mai ve ne fu uno.
Un pre-testo, un exit, un post factum, un epilogo, un post scriptum e un’appendice arricchiscono questa struttura originale di una storia che ripropone con un respiro più ampio i temi cari all’autrice: l’amore per la sua città e la sua storia e la passione per gli archivi, la capacità di unire storia e invenzione, personaggi reali e personaggi immaginari, per cercare di cogliere la “verità” di un’epoca o di un fatto storico, in cui l’elemento locale serve ad affrontare i temi più generali della memoria e della sua cancellazione, l’indignazione per le ingiustizie, la speranza di un mondo migliore.
Ma il vero protagonista del romanzo è il Potere (ed ecco perché nel racconto ci sono poche donne, dice per inciso l’autrice in uno dei suoi “cantucci”).
E a questo proposito, mentre attraversavo - leggendo il libro - le strade del Settecento alla vigilia della rivoluzione francese, mi sono sentita catapultata nell’oggi:
“L’abuso del potere è distruttivo, a lungo andare, per il potere stesso. Lo annunzio: saranno convocati gli stati generali e la Bastiglia diventerà una promenade publique. Aspetto quel giorno”.
Parole di Cagliostro, dice l’autrice, scritte dopo essere stato per dieci mesi in carcere alla Bastiglia, contenute nella Lettera ai francesi di questo controverso personaggio, che fu perseguitato
“non per le sue pratiche magiche ma per la sua filantropia e le sue profezie, come quella sugli stati generali e la Bastiglia che diventa dopo la rivoluzione promenade publique".
Il Potere che perseguita, inquisisce, tortura, ma anche il potere che diffonde la paura, che cancella la memoria, che distorce la verità, come nella ricostruzione del processo a Cagliostro da parte dell’Inquisizione, come attraverso l’opuscolo che ha ispirato il libro, dal titolo lunghissimo, che inventa una vicenda di sana pianta - come quella che oggi chiamiamo fake news - come fa il cavaliere Flerez, erudito e storico locale, agli inizi del Novecento, che da fuoco a libri e documenti ritenuti pericolosi.
Perché il Potere teme e usa il potere della parola, e quindi la distorce o la cancella, la inventa e ne fa uno strumento di controllo.
Ma la parola può anche smascherare (alimentando magari qualche speranza).
In una delle tante citazioni che aprono le varie parti del romanzo (e che sono altrettante suggestioni per il lettore) troviamo questa definizione tratta da un saggio di Maria Rosaria Ferrarese, Poteri nuovi, Il Mulino, 2022:
“Il potere è sempre all’erta ed è capace di continue re-invenzioni: è come un ballo che nel tempo rinnova le mosse, il ritmo, i costumi, nonché la distanza tra i ballerini, e la storia è una loquace testimone delle sue acrobazie”.
È questo che Maria Attanasio continua a creare: la parola che smaschera, che mostra le “acrobazie” del potere.
Su Maria Attanasio segnalo il bel saggio di Dario Stazzone, Una scrittura della memoria. Saggio sulle narrazioni di Maria Attanasio, Algra editore, Viagrande 2026.
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -