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La rivoluzione inevitabile

In Battle in Seaattle viene ricordata l’importanza di continuare a lottare per i propri diritti, dell’importanza di scendere in piazza, perché un mondo diverso non è solo possibile, ma inevitabile.

di Fabrizio Cirnigliaro - mercoledì 2 dicembre 2009 - 2174 letture

Battle in Seattle è un film del 2007 scritto e diretto da Start Townsend

La “battaglia” a cui fa riferimento il titolo è quella che si è tenuta sulle strade di Seattle, per 4 giorni, a partire del 30 novembre, giorno in cui doveva tenersi la cerimonia di apertura del meeting del WTO. L’azione “pacifica” dei manifestanti riuscì a bloccare il regolare svolgimento dell’evento. Il film racconta quegli eventi attraverso le “storie” di 12 diverse persone. Manifestanti, poliziotti, giornalisti, politici. Nonostante il cast stellare, da Woody Harrelson, a Ray Liotta, al premio Oscar Charlize Theron, moglie del regista, la pellicola non è mai uscita nelle sale, ed è stata distribuita direttamente in DVD. Nel film il regista denuncia apertamente il WTO, un’istituzione chiave della globalizzazione, soffermandosi soprattutto sulle malefatte delle industrie farmaceutiche e facendo notare il poco spazio che hanno invece all’interno di questi meeting i rappresentanti dei paesi del Terzo Mondo e delle associazioni quali Medici senza frontiere.

E’ la prima pellicola che cerca di raccontare i fatti accaduti in quei giorni. Le storie dei personaggi sono inventate, uno degli obiettivi dell’opera è di mettere sullo stesso piano i poliziotti e i manifestanti. Ognuno con una propria storia, uomini uguali con una “divisa “diversa come cantava anni fa Fabrizio De Andrè. Non si cerca un colpevole in questo film “corale” sulla falsa riga di Crash, anche se in questo caso si può tranquillamente parlare di “occasione perduta”. Non mancano dei buoni spunti, come quando una giornalista taglia l’intervista di un manifestante, perché ovviamente i media sono controllati dai grandi della terra, e certi messaggi non possono essere mandati in onda. Non si capisce per quale motivo invece dovremmo credere che il messaggio del regista sarebbe riuscito a bypassare il controllo della lobby cinematografica. Forse non è un caso che il film sia stato criticato per aver in un certo modo “Blockusterizzato” la realtà, soprattutto per come sono stato costruiti certi personaggi: la giornalista (Commie Nilson), il sindaco (Ray Liotta ) e soprattutto uno dei poliziotti (Woody Harrelson) Il movimento di Seattle è riuscito a far convergere persone che provenivano da paesi diversi , con alle spalle lotte diverse, ma che avevano una cosa in comune, un nemico: il profitto a discapito delle persone. Studiosi dell’economia globale, dell’ingegneria genetica, dell’estrazione di risorse naturali, attivisti dei diritti dei lavoratori e degli animali.

Quella di Seattle non è stata un’esplosione spontanea, ma il risultato di mesi di preparazione, che ha colto del tutto impreparati la polizia e la autorità, che avevano sottovaluto la potenziale azione di protesta “pacifica” dei manifestanti. Sono passati 10 anni dagli scontri che sono avvenuti a Seattle in quei giorni. Grazie a quella “battaglia” il WTO, fino allora sconosciuto a molti, divenne improvvisamente popolare, cosi come la FAO e il Fondo Monetario Internazionale. Anche se ancora non tutti hanno ben capito il ruolo di queste organizzazioni mondiali, incapaci di prevedere e fermare le crisi economiche mondiali e di diminuire in qualche modo il numero sempre maggiore della popolazione non autosufficiente. Nella pellicola viene ricordata l’importanza di continuare a lottare per i propri diritti, dell’importanza di scendere in piazza, perché un mondo diverso non è solo possibile, ma inevitabile.

Nel nostro paese, dopo gli scontri di Genova, il “movimento dei movimenti” si è improvvisamente disgregato. Sono rimaste, sparse per l’Italia, da Priolo a Vicenza, le varie proteste locali, etichettabili con il termine “NIMBY” (Not in my Back Yard). A manifestare è la gente comune, non i soliti comunisti o i facironosi “No Global”. Ci sono coloro che dicono di no al rigassificatore, sentendosi traditi dai rappresentati politici locali, e ci sono anche coloro che reputano non necessario un allargamento della base militare americana nel nostro territorio. Luca Casarin, che nel 2001 si era auto proclamato portavoce dei vari movimenti antagonisti italiani, adesso reputa che sia di prioritaria importanza la difesa dei diritti dei piccoli imprenditori, ha improvvisamente scoperto il “popolo della partita Iva”, è stato folgorato sulla via del fisco, aprendo una sua azienda, che per il momento non ha nessun dipendente, e chiamandola “Nexus 7”, con un chiaro riferimento ai replicanti ribelli di Blade Runner. L’impressione è che Casarin sia solamente la brutta replica di se stesso. Non è un caso che ormai quando in Italia si parla di rivoluzione è esclusivamente per via della “rivoluzione del digitale terrestre”. Ma, come ripete sempre il factotum Carlo Lucarelli, questa è un’altra storia.


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