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La riforma universitaria

Cerchiamo di fare chiarezza nella riforma dell’università e della ricerca che sta smuovendo moltissimi atenei (e non solo la componente studentesca, ma ancor di più i docenti) e istituti collegati alla ricerca.

di - giovedì 7 ottobre 2004 - 8391 letture

di Pascal Allegra

Cerchiamo di fare chiarezza nella riforma dell’università e della ricerca che sta smuovendo moltissimi atenei (e non solo la componente studentesca, ma ancor di più i docenti) e istituti collegati alla ricerca. Io non conoscevo molto bene in cosa consisteva la ricerca, quindi dopo un pò di ricerca su internet ho iniziato a comprendere il perché di questa massiccia mobilitazione.

Nella riforma universitaria, i professori, ordinari e associati verranno reclutati attraverso concorsi nazionali distinti a cadenza annuale. Il numero di posti disponibili per settore, sarà pari al fabbisogno indicato dalle università più un 20% per consentire una flessibilità maggiore. Assumeranno più gente di quella che serve in modo da tenersi una scorta di vincitori di concorsi che non avranno un effettivo incarico ma disponibili in caso di necessità. Gli incarichi a tempo determinato potranno avere una durata di due anni, rinnovabile una volta sola, ma con la possibilità di essere trasformati in contratti a tempo indeterminato. Così si effettua la precarizzazione della docenza universitaria. Inoltre viene abolita la differenza fra tempo pieno e tempo parziale per i docenti, chi sceglie la seconda ipotesi avrà uno stipendio ridotto, e quindi si verrà a consolidare la prassi di considerare l’impiego nell’università come un secondo lavoro da affiancare a quello professionale, con perdita di qualità per la docenza.

Per quanto riguarda i "contratti di ricerca", è previsto che non verranno istituiti nuovi ricercatori, quindi in un’Italia dove già avevamo un gap enorme nella ricerca, proprio perché storicamente non si era mai messa in mostra per i soldi investiti in ricerca, ormai si stipuleranno contratti a collaborazione coordinata e continuativa (i famosi Co.Co.Co). Però la legge specifica che alla fine dell’incarico l’attività svolta presso la struttura universitaria costituisce un titolo preferenziale nei concorsi pubblici. Quindi se fai il Co.Co.Co. all’interno dell’università forse avrai qualche chances in più per il "mitico" posto pubblico.

Perché questa riforma precarizza il lavoro accademico. Perché prevede un precariato di 29 anni. Il ministero considera un tale periodo di gavetta partendo dal dottorato, passando per una serie di contratti di cui non si comprende bene la natura, fino al concorso nazionale per l’ordinariato. Chi aspira alla carriera universitaria deve rinunciare, per 29 anni, a qualunque certezza, con il rischi che dopo 20 anni di studi, ci si veda un bel giorno senza nessuna reale opportunità.

Il presidente del CNR, Lucio Bianco ha dato le dimissioni per contrasti con il ministro dell’istruzioni sul nuovo riordino della ricerca in Italia. Infatti, in un’intervista, Bianco ha affermato che con il riordino, è venuta meno l’autonomia del CNR, in quanto tutte le delibere del Consiglio direttivo salvo il piano triennale, con l’ultima riforma del 1999, erano immediatamente esecutive e non dovevano essere approvate da nessuno, invece col nuovo decreto è il ministro che le deve preventivamente approvare. Inoltre, attraverso l’istituzione di nuove strutture dipartimentali a cui gli attuali istituti dovrebbero fare riferimento, si delinea un modello organizzativo burocratico-verticistico, avendo potere di veto sulle decisioni. In poche parole si lede l’art. 33 della Costituzione che sancisce l’autonomia e la libertà della ricerca.

La riforma prevede anche un rafforzamento dei rapporti fra innovazione e impresa. In realtà il rapporti tre il CNR e le imprese esiste già ed è consolidato, dei 108 istituti di cui è costituito, 94 hanno rapporti con 1800 imprese. Con la riforma del 1999 già veniva consentito ai ricercatori di avviare spin-off con enti privati, il problema sta nel fatto che il governo, con i suoi finanziamenti non riesce a coprire nemmeno le spese fisse, quindi tutta la ricerca italiana non è finanziata dal denaro pubblico. Di conseguenza, si corre il rischio che non essendoci fondi per la ricerca istituzionale tutto viene affidato al mercato privilegiando esigenze di breve periodo e tralasciando al ricerca di lungo periodo.

E’ anche nato "l’Osservatorio per la ricerca" un movimento che pur non criticando apertamente il decreto dubita fortemente sull’attuazione di questo. Questo è un movimento di base che dà voce a tutti quei ricercatori degli enti che temono di perdere l’autonomia. Il decreto di riordino della ricerca in Italia sembra avere l’obiettivo di mettere delle persone di nomina politica che controllino l’attività di ricerca. Questo, insieme al timore di un’ingerenza estrema del mondo industriale, distruggerebbe totalmente il campo della ricerca nazionale.

Queste sono le parole con cui Bianco, nella sua lettera al Presidente del Consiglio, dà le dimissioni e che sintetizzano il sentire comune: «con l’attuale sistema di governo della ricerca, non si riesce a discutere nel merito dei problemi, stante una visione a monte che sostanzialmente nega l’utilità di una ricerca nazionale intesa come avanzamento delle conoscenze non necessariamente legate ad una immediata ricaduta pratica».

Tutto questo, unito alla riforma globale dell’istruzione, che comprende anche la scuola dell’obbligo, sembra orientare la spersonalizzazione del sistema d’istruzione nazionale, in poche parole, viene meno la concezione dell’istruzione come forma di comprensione di ciò che ci circonda. In effetti, sembra che si stia portando avanti un sistema scolastico, universitario e di ricerca atto a creare una serie di soggetti funzionali al rapido inserimento in contesti lavorativi, quindi sfruttabili quando servono e poi da parcheggiare.

Il 15 novembre i sindacati hanno dichiarato uno sciopero generale per dire «no» alla riforma.


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> La riforma universitaria
11 ottobre 2005, di : Giovy79

La Moratti si sta divertendo a rovinare l’università italiana, se si dimettesse farebbe un bene al popolo italiano,perchè per colpa sua l’universtià sta ritornando ad essere un privilegio per pochi.....visto che con la sua "bellissimna"riforma hanno anche avuto l’idea di mettere i numeri programmati in quasi tutti i corsi di laurea(alle lauree specialistiche potevano almeno risparmiarselo,chi inizia non può nemmeno avere diritto a terminare l’intero percorso universitario?). Poi....siccome in Italia era già difficile trovare lavoro ha anche avuto la felice idea di far diventare precari pure i ricercatori. E brava la Morattiiiiiii!!!!!!!!! PS: Per non parlare della riforma 1+2+2 che ha intenzione di attuare (ancora paggio della 3+2 che almeno era sopportabile)!
    > Chi ha iniziato?
    19 ottobre 2005

    Tutto ciò che concerne la riforma scolastica, ma anche: i contratti a formazione lavoro; i Co.Co.Co., da chi sono stati istituiti?!
    > W il nuovo!!
    26 ottobre 2005, di : Carlo Dini

    La precarizzazione, così viene chiamata dai contestatori, farà un gran bene...Quale norma etica o diritto umano viene calpestato se impediamo ad un cialtrone (docente o ricercatore che sia) di continuare a fare il suo non-lavoro impunemente? I migliori non hanno ovviamente nulla da temere ma tutto da guadagnare. Le aziende finanzieranno progetti di ricerca presso quelle università ovviamente capaci dal punto di vista delle risorse umane. Gli staff di pseudo intelletuali, amici di amici, lottizzati e lottizzatori, incuranti fino ad oggi, di qualsiasi verifica sul loro lavoro, inizino a fare i bagagli!!W la Moratti!!!!! Sicuramente col tempo si aggiusteranno e si metteranno a punto tutti i meccanismi affinchè la riforma produca tutti i suoi benefici. E’ così che si va avanti: con l’innovazione e la messa a punto, con buona pace di tutti quei conformisti conservatori ideologizzati di cui l’Italia, quella che accetta le sfide, ne ha piene le scatole!!!!
> La riforma universitaria
19 ottobre 2005

Premetto che mi sta a molto a cuore l’universita’ italiana perche’ io stesso sono un ricercatore: lavoro da qualche anno in un universita’ molto prestigiosa negli usa (per dirla con un linguaggio che va tanto di moda tra giornalisti e politici, sono un "cerello in fuga"!), ma mi piacerebbe tornare in italia. Premetto anche che non sono affatto un sostenitore di questo governo!

Io devo confessare che sono molto perplesso sulla discussione che si sta creando sul decreto moratti per la riforma universitaria. Infatti, so che tutti (proprio tutti!) sono contrari a questo decreto (e’ gia’ questo e’ di per se straordinario), ma non riesco a capirne il motivo.

Mi spiego. Che io sappia i punti principali del decreto proposto sono: 1. l’abolizione del ruolo di ricercatore, 2. i concorsi nazionali, 3. l’abolizione degli incarichi part-time.

Cerco di analizzare i tre punti.

1. abolizione del ruolo di ricercatore.

Sull’abolizione del ruolo di ricercatore, non ho un’idea molto forte, credo che ci siano dei pro e dei contro, ma non pernso sia un cambiamento cosi’ drammatico. L’aspetto piu’ negatico, ovviamente, e’ che un giovane ricercatore, con il nuovo sistema, avra’ qualche anno in piu’ di precariato (ma non necessariamente, perche’, se molto bravo, potrebbe diventare professore molto presto). Gli aspetti positivi sono legati al fatto che, proprio per questo motivo, si crea piu’ competizione tra i giovani ricercatori e maggiori stimoli a produrre di piu’. Non dimentichiamoci che oggi all’universita’ ci sono molti ricercatori che non producono nulla (senza che nessuno li puo’ cacciare, perche’ hanno il "posto fisso"), mentre con il nuovo sistema (se ben applicato, ovviamente!) se qualcuno non produce non dovrebe avere possibilita’ di restare all’universita’, e se qualcuno e’ bravo e produce, non dovrebbe avere difficolta’ a fare carriera all’interno dell’universita’.

Se analizziamo come e’ il sistema all’estero, vediamo che:

- in Francia il sistema e’ simile a quello italiano, con il posto fisso fin dal primo livello di "ricercatore" (sia esso CNRS o "maitre de conference"). Li pero’ per qualche motivole mi sembra che le cose funzionino molto meglio che in Italia, ovvero la qualita’ della ricerca (almeno nel mio campo, la matematica) e’ molto piu’ elevata che in italia. Penso che uno dei motivi sia legato al fatto che li’ ci sono due tipi di universita’, l’universita’ normale e le universita’ di eccellenza (ecole normale ed ecole politechnique) dove vengono concentrate le maggiori risorse, i migliori doceti e soprattutto i migliori studenti; cioe’ le famose "scuole di seie A e serie B" che in italia tanto odiamo. E questo forse crea la competitivita’ necessaria a far funzionare bene il sistema.

- negli usa (ed in molti altri paesi) la situazione e’ diversa, e forse simile al sistema che propone la moratti: precariato in forma di post doc per 2-3 anni, precariato in forma di tenure-track per altri 5-6 anni, ed alla fine la famosa tenure (cioe’ il nostro "posto fisso"). E mi sembra che, almeno negli usa, questo sistema funzioni molto bene e la qualita’ della ricerca e’ di alto livello (tanto e’ vero che molti giovani e brillanti ricercatri italiani vengono negli usa a lavorare!)

2. concorsi nazionali

Io sono un convinto sosenitore dei concorsi nazionali. Semplicemente perche’ e’ chiaro a tutti, oramai, che i concorsi locali sono una rovina per le universita’. Basti pensare che, a causa dei concorsi locali, e’ stata eliminata nelle universita’ la mobilita’: si studia, si fa il post doc e si diventa ricercatore sempre nello stesso posto. E questo secondo me e’ un male enorme dell’universita’, perche’ lo scambio di menti tra le varie universita’ e’ fondamentale per favorire la qualita’ e la produzione della ricerca scentifica. Sempre per fare il confronto con gli usa, qui nessuno (o quasi) fa il post doc dove ha fatto il dottorato, e nessuno (o quasi) diventa professore dove ha fatto il post doc. Inoltre, mi sembra che i concorsi locali favoriscano il clientarismo (ma forse questo e’ un male legato alla mentalita’, piu’ che al sistema concorsuale...)

3. abolizione degli incarichi part-time.

Su questo punto ovviamente sono contrario, e non capisco il motivo per cui la moratti vuole abolire il part time. Ad ogno modo mi sembra un punto minore del decreto (cioe’ con conseguenze modeste), perche’ il numero di docenti che attualmente sono a tempo parziale e’ una percentuale del tutto trascurabile.

Spero che qualcuno risponda con degli argomenti, non con degli slogan.