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La riforma universitaria

Cerchiamo di fare chiarezza nella riforma dell?università e della ricerca che sta smuovendo moltissimi atenei (e non solo la componente studentesca, ma ancor di più i docenti) e istituti collegati alla ricerca.

di Antonio Cavallaro - domenica 10 ottobre 2004 - 5995 letture

Cerchiamo di fare chiarezza nella riforma dell?università e della ricerca che sta smuovendo moltissimi atenei (e non solo la componente studentesca, ma ancor di più i docenti) e istituti collegati alla ricerca. Io non conoscevo molto bene in cosa consisteva la ricerca, quindi dopo un po? di ricerca su internet ho iniziato a comprendere il perché di questa massiccia mobilitazione.

Nella riforma universitaria, i professori, ordinari e associati verranno reclutati attraverso concorsi nazionali distinti a cadenza annuale. Il numero di posti disponibili per settore, sarà pari al fabbisogno indicato dalle università più un 20% per consentire una flessibilità maggiore. Assumeranno più gente di quella che serve in modo da tenersi una scorta di vincitori di concorsi che non avranno un effettivo incarico ma disponibili in caso di necessità. Gli incarichi a tempo determinato potranno avere una durata di due anni, rinnovabile una volta sola, ma con la possibilità di essere trasformati in contratti a tempo indeterminato. Così si effettua la precarizzazione della docenza universitaria. Inoltre viene abolita la differenza fra tempo pieno e tempo parziale per i docenti, chi sceglie la seconda ipotesi avrà uno stipendio ridotto, e quindi si verrà a consolidare la prassi di considerare l?impiego nell?università come un secondo lavoro da affiancare a quello professionale, con perdita di qualità per la docenza.

Per quanto riguarda i ?contratti di ricerca?, è previsto che non verranno istituiti nuovi ricercatori, quindi in un?Italia dove già avevamo un gap enorme nella ricerca, proprio perché storicamente non si era mai messa in mostra per i soldi investiti in ricerca, ormai si stipuleranno contratti a collaborazione coordinata e continuativa (i famosi Co.Co.Co). Però la legge specifica che alla fine dell?incarico l?attività svolta presso la struttura universitaria costituisce un titolo preferenziale nei concorsi pubblici. Quindi se fai il Co.Co.Co. all?interno dell?università forse avrai qualche chances in più per il ?mitico? posto pubblico.

Perché questa riforma precarizza il lavoro accademico. Perché prevede un precariato di 29 anni. Il ministero considera un tale periodo di gavetta partendo dal dottorato, passando per una serie di contratti di cui non si comprende bene la natura, fino al concorso nazionale per l?ordinariato. Chi aspira alla carriera universitaria deve rinunciare, per 29 anni, a qualunque certezza, con il rischi che dopo 20 anni di studi, ci si veda un bel giorno senza nessuna reale opportunità.

Il presidente del CNR, Lucio Bianco ha dato le dimissioni per contrasti con il ministro dell?istruzioni sul nuovo riordino della ricerca in Italia. Infatti, in un?intervista, Bianco ha affermato che con il riordino, è venuta meno l?autonomia del CNR, in quanto tutte le delibere del Consiglio direttivo salvo il piano triennale, con l?ultima riforma del 1999, erano immediatamente esecutive e non dovevano essere approvate da nessuno, invece col nuovo decreto è il ministro che le deve preventivamente approvare. Inoltre, attraverso l?istituzione di nuove strutture dipartimentali a cui gli attuali istituti dovrebbero fare riferimento, si delinea un modello organizzativo burocratico-verticistico, avendo potere di veto sulle decisioni. In poche parole si lede l?art. 33 della Costituzione che sancisce l?autonomia e la libertà della ricerca.

La riforma prevede anche un rafforzamento dei rapporti fra innovazione e impresa. In realtà il rapporti tre il CNR e le imprese esiste già ed è consolidato, dei 108 istituti di cui è costituito, 94 hanno rapporti con 1800 imprese. Con la riforma del 1999 già veniva consentito ai ricercatori di avviare spin-off con enti privati, il problema sta nel fatto che il governo, con i suoi finanziamenti non riesce a coprire nemmeno le spese fisse, quindi tutta la ricerca italiana non è finanziata dal denaro pubblico. Di conseguenza, si corre il rischio che non essendoci fondi per la ricerca istituzionale tutto viene affidato al mercato privilegiando esigenze di breve periodo e tralasciando al ricerca di lungo periodo.

E? anche nato ?l?Osservatorio per la ricerca? un movimento che pur non criticando apertamente il decreto dubita fortemente sull?attuazione di questo. Questo è un movimento di base che dà voce a tutti quei ricercatori degli enti che temono di perdere l?autonomia. Il decreto di riordino della ricerca in Italia sembra avere l?obiettivo di mettere delle persone di nomina politica che controllino l?attività di ricerca. Questo, insieme al timore di un?ingerenza estrema del mondo industriale, distruggerebbe totalmente il campo della ricerca nazionale.

Queste sono le parole con cui Bianco, nella sua lettera al Presidente del Consiglio, dà le dimissioni e che sintetizzano il sentire comune: ?con l?attuale sistema di governo della ricerca, non si riesce a discutere nel merito dei problemi, stante una visione a monte che sostanzialmente nega l?utilità di una ricerca nazionale intesa come avanzamento delle conoscenze non necessariamente legate ad una immediata ricaduta pratica?.

Tutto questo, unito alla riforma globale dell?istruzione, che comprende anche la scuola dell?obbligo, sembra orientare la spersonalizzazione del sistema d?istruzione nazionale, in poche parole, viene meno la concezione dell?istruzione come forma di comprensione di ciò che ci circonda. In effetti, sembra che si stia portando avanti un sistema scolastico, universitario e di ricerca atto a creare una serie di soggetti funzionali al rapido inserimento in contesti lavorativi, quindi sfruttabili quando servono e poi da parcheggiare.

Il 15 novembre i sindacati hanno dichiarato uno sciopero generale per dire ?no? alla riforma.


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> La riforma universitaria
13 ottobre 2005, di : ilconte

Il Politecnico di Studi Aziendali di Lugano www.unipsa.ch e www.umc-pcu.edu con sentenza n.204/2000 del 14/9/2000 è stato condannato per PUBBLICITA INGANNEVOLE dal GRAN GIURI dello IAP ISTITUTO dell’AUTODISCIPLINA PUBBLICITARIA in quanto il messaggio in oggetto è stato ritenuto ingannevole nella misura in cui ingenera nel pubblico la convinzione di poter conseguire un titolo analogo al titolo di dottore conseguibile in Italia quando il titolo conseguibile presso il Politecnico di Studi Aziendali non è paragonabile ad alcun titolo accademico italiano.Il messaggio è ulteriormente recettivo in quanto il titolo pubblicizzato è privo di valore legale nella stessa Svizzera e come tale non è passibilie di alcun riconoscimento secondo quanto previsto sia dalla Convenzione Europea del 1959 sia dalla normativa Italiana e Comunitaria in materia di riconoscimento dei titoli accademici stranieri.Inoltre vi è il mancato riconoscimento da parte delle Autorità Elvetiche del Politecnico di Studi aziendali quale istituzione universitaria di qualsiasi genere come desumibile dalla richiesta avanzata dalle stesse Autorità di informare il pubblico circa l’ASSENZA DI VALORE LEGALE e la NON EQUIPOLLENZA di detti titoli ad ALCUN TITOLO ACCADEMICO ITALIANO O SVIZZERO OD EUROPEO. Rivolgetevi quindi it a strutture riconosciute quale è la ESE EUROPEA SCHOOL OF ECONOMICS www.uniese.
La riforma universitaria
23 aprile 2006, di : DU3

Scrivo a proposito della situazione dei diplomati universitari in Italia. Nonostante alcuni articoli sui giornali, la questione è passata sotto silenzio e tutto è ancora incerto. Non troverà in questa lettera un approccio formale o una descrizione squisitamente giuridica, ma piuttosto il malcontento, la delusione, la sfiducia di quasi un’intera generazione di cittadini italiani.

Mi sono iscritta ad un corso di Diploma Universitario perché incoraggiata da chi (mi riferisco agli atenei sovvenzionati dall’Unione europea) sosteneva l’assoluto valore accademico e la spendibilità lavorativa di un tale titolo.

Ho conseguito il titolo di Diploma Universitario ma ho dovuto fare presto i conti con la realtà. Non solo il titolo non era affatto spendibile né in aziende pubbliche, né in quelle private, ma con la riforma universitaria ha perso ogni valenza.

Le motivazioni che hanno spinto così tante persone a questa scelta non sono state, come pensa qualcuno, l’incapacità e la prospettiva di uno sforzo minore, anche perché così non è stato, ma piuttosto la ferma convinzione di conseguire una preparazione più pratica, volta ad un più facile inserimento nel mondo del lavoro, e l’adeguamento al sistema scolastico europeo che, sicuramente, raccoglieva più successi e mieteva meno vittime, ma soprattutto evitava "parcheggi" negli atenei. Il lavoro e gli sforzi li abbiamo fatti, abbiamo contribuito a finanziare le università, esattamente al pari di tutti. Nessuno sconto, nessuna facilitazione: frequenza obbligatoria dei corsi, e di conseguenza nessuna possibilità di svolgere una qualsivoglia attività lavorativa, sbarramenti nel prosieguo degli studi, stage finale presso aziende e tesi, penalizzazioni sul punteggio finale a causa di eventuali ritardi nel conseguimento del titolo. Come si può notare molti di questi aspetti sono parte integrante della riforma universitaria: è evidente che siamo stati delle cavie. Ciò che più ci caratterizza è la delusione, l’assoluta sfiducia nel sistema scolastico e legislativo italiano. Negli altri Paesi dell’unione europea il nostro titolo è pienamente riconosciuto (come Bachelor) e l’accesso ai master ed ai dottorati è consentito senza alcuno sbarramento, né debito. Poi qualcuno si meraviglia della fuga dei tecnici all’estero! Ancora sento commenti sulla inutilità e l’assoluta mancanza di valore del titolo di Diploma Universitario, specialmente da parte di chi, nelle aziende, si occupa della ricerca del personale. Ciò che le università ci richiedono per il conseguimento del titolo di laureato triennale, che in realtà ci spetterebbe di diritto, è un’altra iscrizione, con altre tasse (più alte perché trattasi di secondo titolo accademico: oltre al danno la beffa), altra tesi, altri esami, e frequenza obbligatoria. Insomma un altro anno: 4 anni per conseguire un titolo triennale.

Non aspiro ad un’equipollenza del titolo comprendendo che l’autonomia (l’anarchia?) universitaria non lo consente, ma almeno ad un’equipollenza dei diritti (accesso agli stessi concorsi, alle stesse posizioni lavorative, agli stessi trattamenti retributivi, ecc...) .

Mi chiedo perché se 4 (anni di alcuni vecchi corsi di laurea, come Fisica) è uguale a 5 (anni dei suddetti corsi di laurea nel nuovo ordinamento), 3 (anni del Diploma Universitario) non è uguale a 3 (anni della laurea di primo livello)? E perché le equipollenze vengono riconosciute solo ad alcune classi (ISEF, Diplomati sanitari, settore artistico)? Qualche malalingua afferma che ciò sia dovuto al fatto che alcuni deputati appartengono a tali categorie. Devo candidarmi? Per di più all’orizzonte si profila la nuova riforma del ministro Moratti che renderebbe perfettamente inutile anche lo sforzo di conseguire il titolo di laurea triennale, creando ulteriore confusione.

Aggiungo che questi mesi, che per molti sono di vacanza, per me e per chi come me è in questa situazione sono cruciali: iscriversi con tutto l’onere che ciò comporta o attendere ancora sperando nel miracolo dell’equipollenza? Se dovessi decidere per l’iscrizione correrei il rischio di sprecare soldi, tempo, risorse nel caso in cui il miracolo dovesse avverarsi; se decidessi al contrario di aspettare il miracolo, correrei il rischio di sprecare altri anni.

Un diritto riconosciuto solo ad alcuni e non esteso a tutti è una discriminazione e di per sé costituzionalmente illegale. Perché dovrei contribuire col mio studio e col mio lavoro alla crescita di una nazione che mi nega un diritto, che mi nega il presente ed il futuro? Certa di non avere né la forza né il potere di cambiare le cose, spero almeno di aver riportato alla luce un malcontento e di aver sottolineato che dietro le decisioni politiche ci sono fortissime ripercussioni sulle persone e sulle vite di queste.

Grazie per l’attenzione.