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La questione degli omosessuali nei lager

Il percorso che conduce a riconoscere gli omosessuali come persone è ancora lungo e impervio e l’ostentazione non mediata dal fondamento di persona rende fragili le conquiste giuridiche...

di Salvatore A. Bravo - mercoledì 21 gennaio 2026 - 263 letture

Omosessuali nei lager

Heinz Heger [1] persona omosessuale deportata lungamente nei campi di concentramento nazisti dal 1939 al 1945 nel 1972 pubblicò la sua autobiografia. Il testo fu scritto dall’amico Hans Neumann dopo ben 15 interviste a Heinz Heger pseudonimo di Josef Kohout. È un documento di notevole valore storico, in quanto la storia della persecuzione contro gli omosessuali è ancora tutta da scrivere e tutta da conoscere.

Nel mese di gennaio cade “la giornata della memoria”, ma vi è il rischio che tale giorno sia la giornata della dimenticanza per non poche vittime del nazismo e del fascismo. Le vittime del terrore nazista furono innumerevoli e gli omosessuali furono oggetto di una persecuzione che univa disprezzo, riduzionismo e violenza all’interno di un dispositivo finalizzato a ridurli al silenzio e a obliare la loro memoria con l’eliminazione fisica. Erano considerati come disertori della razza ariana, in quanto mancavano al dovere della riproduzione di nuovi ariani da donare sull’altare del Reich. Il male non è superficiale come affermava la Arendt, il male è profondo e all’interno del suo abisso ci sono voci e volti che non raggiungono la luce della storia, ma sono ricacciati tra gli spettri della medesima. Il male si perpetua dando voce e pubblico risalto solo a taluni e riducendo al silenzio altri. Il male è tra di noi nella forma dell’occultamento degli sconfitti della storia e nell’uso strumentale di altri che hanno vissuto l’inferno in terra. Il male è nella strumentalizzazione dell’altro, si pensi all’Industria dell’olocausto di Norman Finkelstein. Ciò che non reca risultati materiali e politici scompare tra le piaghe dolorose della storia e il male si perpetua in tale prospettiva.

La storia delle persecuzioni naziste contro le persone omosessuali è una storia ancora sconosciuta e nei decenni trascorsi i testimoni sono scomparsi, mentre la documentazione è stata dispersa. La solitudine degli omosessuali non è terminata nel 1945, ma arriva fino a noi, in quanto si fa fatica a riconoscere gli omosessuali come persone. Heinz Heger racconta nella sua autobiografia l’esperienza dolorosa di non essere riconosciuto come “persona”, ma di essere stato abusato continuamente, in quanto un omosessuale è solo un groviglio insaziabile di desideri, non ha interiorità e non ha sentimenti, è solo un essere desiderante, dunque, una “non persona”:

“Secondo loro, in quanto uno «sporco finocchio», la cosa avrebbe dovuto darmi altrettanto piacere e divertimento quanto ne dava a loro. Ero disgustato a tal punto da vomitare e rimasi in balia di quei due senza alcuna possibilità di reagire. A loro non passava neanche per la testa che per provare attrazione sessuale è necessaria una disponibilità interiore e un desiderio di contatto - anche per un omosessuale: ciò che importava era solamente il loro piacere. Continuavano a dire oscenità e insulti su di me e su «quei maiali di finocchi»” [2].

Nei campi di concentramento gli esseri umani erano classificati secondo logiche “zoologiche”. A ciascuno spettava un contrassegno, il triangolo, che indicava in base al colore la categoria di incasellamento. Agli omosessuali il triangolo rosa e come espressione del pubblico disprezzo doveva essere più grande degli altri triangoli in modo che i “pervertiti” fossero riconoscibili. La riconoscibilità era una istigazione alla violenza. Detenuti e aguzzini potevano esercitare su di loro rabbia e dominio. Tra le vittime del sistema concentrazionario gli omosessuali occupavano una posizione infima, pertanto gli aguzzini non erano solo gli ariani ma anche gli altri prigionieri, i “fratelli di sventura”, si percepivano come superiori agli omosessuali, anzi erano liberi di sottometterli e far loro libera violenza. Non erano uomini, non erano persone, erano solo degenerati su cui esercitare ogni forma di dominio. Nei lager si imparava e si insegnava la pratica del male rappresentata come “naturale tendenza dell’essere umano al dominio:

“A seconda del reato commesso o della loro provenienza, i detenuti erano contrassegnati con un triangolo di stoffa colorata, messo di punta con al di sotto il numero identificativo del prigioniero. Il triangolo era grande circa cinque centimetri e veniva cucito all’altezza del petto sul lato sinistro della giacca e del cappotto e su quello destro dei pantaloni. I colori dei triangoli erano: giallo per gli ebrei, nero per gli asociali, rosso per i prigionieri politici, lilla per i Testimoni di Geova, verde per i criminali comuni, azzurro per gli emigrati, rosa per gli omosessuali, marrone per gli zingari. I triangoli rosa erano però più grandi degli altri di circa due o tre centimetri: dovevamo essere riconoscibili come «finocchi» anche da lontano” [3].

Non potevano ricoprire nessun ruolo all’interno dell’universo concentrazionario, potevano solo essere vittime su cui ciascuno poteva proiettare la propria aggressività, essi erano “la vergogna della Germania”. La solitudine era per loro un fardello che uccideva più delle fatiche, essi non potevano solidarizzare con le altre vittime in quanto erano soggetti per natura corrotti e corruttori e, dunque, non dovevano rivolgere la parola agli altri detenuti:

“Un omosessuale non poteva ricoprire un ruolo o svolgere una funzione, o per lo meno questa era la regola a Sachsenhausen. Inoltre, non potevamo scambiare nemmeno una parola con i detenuti degli altri blocchi e con un altro triangolo: questo per evitare, come ci dissero, che potessimo traviarli, inducendoli a pratiche omosessuali. In realtà, nei blocchi in cui non c’erano detenuti con il triangolo rosa, c’era molto più movimento che da noi” [4].

Nei lager si procedeva ad una selezione per sfinimento. Gli omosessuali dovevano eseguire i lavori più faticosi e dolorosi. I sopravvissuti hanno continuato a vivere nel lager, essi non sono mai usciti dal loro infinito dolore, poiché anche dopo il 1945 sono stati trattati come reietti e viziosi meritevoli solo di pubblico disprezzo. Il lager è durato tutta la vita per coloro che ne sono usciti vivi nel corpo e agonizzanti nello spirito. Su di loro nessuno sguardo di tenerezza e nessun gesto li ha consolati per la violenza subita nei lager ogni giorno, ogni ora e ogni minuto:

“Dopo l’assurdo lavoro con la neve, il nostro gruppo fu inserito nella squadra di lavoro addetta alla cava d’argilla della fornace Klinker: ribattezzata da noi detenuti «cava della morte», era tanto nota quanto temuta in tutti gli altri campi di concentramento come la più terribile fabbrica di annientamento umano e, fino al 1942, fu l’«Auschwitz» degli omosessuali. Infatti solo gli omosessuali erano destinati alla cava d’argilla, dove venivano costretti a condizioni di lavoro disumane e seviziati fino alla morte. In migliaia vi terminarono la loro vita tormentata, vittime di un meccanismo d’annientamento diretto e programmato dalla Germania hitleriana, ma fino a oggi non c’è stato ancora nessuno che abbia denunciato o deplorato tutto ciò, o che abbia reso omaggio alle vittime. Probabilmente ancora oggi non è di buon gusto parlare degli internati crepati nei lager, soprattutto se si tratta di omosessuali. Il lavoro nella cava d’argilla era uno dei più pesanti che ci si possa immaginare e veniva svolto sia d’estate con il caldo soffocante, sia d’inverno con un gelo pungente e la neve alta. Tutti i giorni bisognava trasportare un certo numero di carrelli d’argilla fino alle macchine per la fabbricazione dei mattoni e alle fornaci, in modo che ci fosse sempre materiale a sufficienza e la produzione non si interrompesse. Dato che la cava era situata molto in basso rispetto alle fornaci, il percorso da fare spingendo a mano sui binari i carrelli pieni era lungo e ripido: un vero e proprio calvario per i prigionieri sfiniti e mezzi morti di fame” [5].

Vi erano omosessuali che portavano il peso della loro origine razziale. C’erano ebrei omossessuali che portavano sul petto il doppio triangolo. Sotto il triangolo rosa c’era il triangolo giallo, ancora una volta la precedenza era data alla visibilità del “triangolo rosa”. L’archeologia dell’inferno non ha limiti, essa scende verso l’abisso della nullificazione, ma il nulla non un confine, è un disperdersi nell’inaudito:

“Uno dei miei compagni di prigionia, che nonostante il viso emaciato e il corpo deperito aveva ancora l’aspetto dell’intellettuale, era anche ebreo: sotto al triangolo rosa portava quello giallo, a formare la stella di David, il che gli procurava il doppio delle angherie da parte delle SS e dei kapò verdi. Era di Berlino, aveva venticinque anni e proveniva da una famiglia molto benestante. Era figlio unico e i suoi genitori erano stati eliminati già da tempo in un qualche campo, dopo aver acconsentito a che il loro patrimonio in Germania venisse «incamerato» dal Reich. Era stata una farsa, in quanto i nazisti avrebbero comunque sequestrato i loro beni” [6].

Uno dei modi per sopravvivere era trovarsi un protettore che in cambio della protezione esigeva favori sessuali. Tale strategia di sopravvivenza era riservata ai più giovani. Josef Kohout fu conteso da più protettori, non era più un essere umano ma un oggetto tra le grinfie fatali di un destino avverso. Doveva difendersi da coloro che, prigionieri come lui, scoperta l’illecita relazione volevano fargli confessare il reato, in modo da decretare la caduta del protettore che esercitava funzioni che gli consentivano privilegi e sostituirlo. I prigionieri erano in lotta, il sistema dei lager li addestrava a un darwinismo probabilmente impensabile nella loro esistenza ordinaria. Nei lager si sperimentava la disumanizzazione totale, l’essere umano era niente, era solo nuda vita in lotta per il potere:

“Ovviamente aveva anche dei nemici, soprattutto tra i prigionieri politici, che avrebbero assunto volentieri la direzione dei detenuti. Così i primi giorni del mio rapporto con lui alcuni rossi, cioè detenuti politici, vennero a trovarmi mentre lavoravo nella cava, sebbene risiedessero in un altro blocco e appartenessero a un’altra squadra. Volevano sapere se tra me e l’anziano del blocco ci fosse una relazione, come si comportava con me e se mi aveva fatto delle proposte sessuali. Così, apparentemente scherzando, mi facevano domande del tipo: «Ce l’ha grosso? Lo fa tutti i giorni?», oppure: «Ma uno così riesce a essere affettuoso?». Queste domande avevano il solo scopo di portare alla luce una relazione che ufficialmente era proibita, per far cadere in disgrazia il mio amico e porre fine al suo potere all’interno del campo: in questo modo i verdi avrebbero lasciato posto all’egemonia dei rossi. Non ammisi mai nulla né mi lasciai sfuggire la minima allusione, e alle loro domande ironiche rispondevo sempre: «Chiedetelo a lui, io non so niente». Infatti una cosa mi era ben chiara: se avessi ammesso anche un solo particolare della nostra relazione sarei finito stritolato tra i due gruppi di potere, dato che qualsiasi pratica omosessuale, se dimostrata, era perseguita con pene pesantissime che nella maggior parte dei casi provocavano la morte degli accusati. Questo per lo meno nel 1940, mentre in seguito i costumi all’interno del campo divennero più elastici” [7].

I detenuti con il triangolo rosa erano solo trastulli su cui esercitare una brutalità empia e sadica. Non erano persone, ma nuda vita su cui esercitare il potere di vita e di morte in modo irrazionale. Il sacro moriva e al suo posto non vi era che un godimento indifferenziato nel quale il più debole era solo un mezzo su cui esercitare la propria onnipotenza:

“Ma quelle SS, completamente ubriache, volevano ancora divertirsi con quella povera creatura appesa al muro e ordinarono al kapò di portare una tazza d’acqua bollente e una d’acqua fredda. «Pezzo di merda d’un frocio, dato che le palle non ti servono a niente, adesso te le cuociamo e poi te le raffreddiamo», disse l’ufficiale, e gli mise la tazza d’acqua bollente tra le cosce, in modo che ci entrassero i testicoli. Il detenuto lanciò grida strazianti, per il dolore insopportabile. Cercò di divincolarsi o di raggomitolarsi, ma le catene ai polsi e alle caviglie lo tenevano fermamente teso. «E adesso dagli l’acqua fredda, ha troppo caldo, il porco», gridò ridendo cinicamente uno delle SS, e l’aguzzino mise la tazza d’acqua fredda tra le cosce della vittima. Di nuovo il giovane si mise a urlare in maniera straziante, perché sia l’acqua bollente che quella fredda provocavano lo stesso dolore. Di nuovo cercò di liberarsi dalle catene, ma il suo corpo si divincolava invano. Questo «bagno alternato» venne ripetuto più volte, finché il giovane perse conoscenza, dopo aver urlato tanto da perdere la voce ed emettere solo dei gemiti strozzati. Gli fecero riprendere i sensi rovesciandogli addosso un secchio d’acqua fredda, dopo quei mostri sadici in uniforme ricominciarono la tortura, mentre i brandelli di pelle ustionata gli penzolavano ormai dallo scroto. «Dopotutto è un rottinculo, facciamolo un po’ godere», sbraitò uno degli sgherri e, afferrata una scopa che era in un angolo, spinse il manico nell’ano del detenuto. Questi non riusciva più neanche a urlare, dato che le corde vocali erano come spezzate dal dolore, solo il suo corpo si tendeva violentemente, tirava e cercava di strappare le catene: il giovane tirolese doveva avere una forza vitale incredibile. Le SS ridevano a squarciagola di «quell’idiota di un frocio», che spalancava la bocca cercando di gridare senza riuscirci. Infine liberarono dalle catene il poveretto svenuto, lasciandolo cadere al suolo, dove restò immobile con tutte le membra rotte. Le SS, completamente ubriache, uscirono fuori dal bunker barcollando. L’ultimo di loro inciampò sul corpo esanime del poveretto: infuriato, gli sferrò un calcio e il giovane reagì muovendosi. «Guarda un po’, ‘sto frocio di merda è ancora vivo», farfugliò l’ubriaco e, preso uno sgabello di legno appoggiato al muro, lo colpì alla testa con tutte le sue forze. Finalmente il povero martire era libero dalle sofferenze, adesso era morto e non doveva più patire quei tormenti. Per tutto il tempo in cui il mio compagno di sventura veniva torturato e seviziato, continuai a mordermi le mani per non gridare” [8].

Sulle persone omosessuali non si sperimentarono solo farmaci e tecniche mediche, ma anche furono oggetto di sperimentazioni sui processi di riconversione sessuale. Dovevano frequentare i bordelli nei quali dovevano riconquistare l’eterosessualità perduta esercitando violenza su donne costrette alla prostituzione. Nell’abisso del male ci sono sempre gradini da scendere, anche le donne nei bordelli dei campi di concentramento sono voci perse nella storia:

“Era prevista una visita obbligatoria alla settimana, in modo che potessimo conoscere le «gioie dell’altro sesso». Questa direttiva del Reich dimostrava soltanto che Himmler e i suoi consulenti scientifici avevano capito ben poco dell’omosessualità, considerata non come un orientamento pulsionale dell’essere umano, ma come un vizio da «guarire». Sfortunatamente, dopo più di venticinque anni di «progresso» scientifico, la maggior parte dei personaggi «competenti» dimostra ancora oggi la stessa ottusità. Quando arrivò il camion con le «ragazze di piacere», che molti aspettavano ansiosamente già da diversi giorni, scesero una decina di ragazze e di donne, subito condotte alle loro camere” [9].

Si poteva scegliere anche la castrazione chimica per ottenere la libertà, per poi essere spediti in Russia dove avrebbero trovato sicura morte:

“Verso la fine del 1943 Himmler stabilì una nuova disposizione per l’«eliminazione dei deviati sessuali», cioè degli omosessuali: chi di noi si fosse fatto castrare mantenendo una buona condotta sarebbe stato rilasciato. Alcuni detenuti con il triangolo rosa credettero a queste promesse e per uscire dalla morsa mortale del campo si sottoposero alla castrazione, ma nonostante la buona condotta - la cui valutazione dipendeva dall’umore del Blockführer e del Lagerführer - furono sì rilasciati, ma per essere spediti in Russia, a combattere, dove ebbero l’onore di morire eroicamente per Hitler e Himmler” [10].

Josef Kohout riuscì a sopravvivere, ma la sua esistenza continuò sulla medesima scia di dolore e di umiliazione. Non gli fu riconosciuto nessun indennizzo, in quanto fu arrestato per il paragrafo 175, legge abolita in Germania solo nel 1994 che criminalizzava l’omosessualità. Ai criminali che avevano vissuto l’esperienza dei lager non era concessa nessuna riabilitazione. La sua vita continuò nel segno di un dolore che non ebbe mai fine. Era libero, ma era ancora disprezzato e doveva subire la sprezzante inimicizia dei colleghi e dei vicini:

“La mia richiesta di riabilitazione per i lunghi anni di prigionia venne respinta dalle autorità democratiche, perché come detenuto con il triangolo rosa, ero classificato tra i criminali, anche se non avevo fatto nulla di male. Anche i criminali comuni non ottennero nessuna riabilitazione. Così mi cercai un posto da impiegato di commercio, che non mi offriva certo una grande realizzazione personale ma che almeno mi dava da vivere. Nei primi tempi i vicini parlottavano e spettegolavano sul loro vicino «finocchio» deportato in un campo di concentramento, ma siccome conducevo una vita molto ritirata e non venni mai coinvolto in qualche scandalo, mi lasciarono lavorare in pace, pur guardandosi bene dall’instaurare una qualsiasi relazione con me. Inizialmente la cosa mi andava bene - appena tornato non sentivo alcun bisogno di raccontare la mia storia ad altre persone - ma col tempo questo isolamento divenne pesante. A Vienna come altrove, anche se noi omosessuali vogliamo condurre una vita decorosa, il disprezzo della gente e la discriminazione sociale sono rimaste le stesse di trenta o cinquanta anni fa, il progresso dell’umanità ci ha dimenticati” [11].

Solo quando il dolore dei dimenticati avrà voce e sarà riconosciuto l’umanità potrà camminare su percorsi che conducono ad un umanesimo reale in cui il volto di ogni essere umano è accolto nel suo mistero profondo che mostra e dimostra la pratica criminale dell’incasellamento nella quale l’umanità muore e si partoriscono mostri incapaci di ascoltare con la totalità del proprio sé la presenza dell’altro. Nel 2026 l’omosessualità è reato in 63 stati e in alcuni vige la pensa di morte. Negli stati con legislazioni favorevoli nei quali è prevista l’unione civile o il matrimonio egualitario le discriminazioni sussistono.

Definire l’omosessualità un orientamento sessuale, già in sé, disumanizza poiché è negata la valenza affettiva. L’omosessuale non è considerato persona ma una semplice inclinazione sessuale. Il riduzionismo è in linea con la violenza tradizionale. Anche la sigla LGBT è grammatica della classificazione e tende a trasmettere il messaggio che l’omosessuale sia la sua inclinazione. La storia delle persecuzioni e delle discriminazioni non è stata pensata nel suo male profondo e, di conseguenza per non pochi le persone omosessuali sono pulsioni erotiche da liberare.

La sessualità all’ombra del capitalismo è solo consumo senza finalità progettuale e metafisica, per cui vi è il sospetto che le persone omosessuali siano diventate il mezzo con cui far passare tale messaggio nichilistico. Non è un caso che si usi la parola “gay” per indicare una inclinazione e un modello di vita fondato sugli eccessi e sul libero godimento. Il gay pride ha perso la funzione di denuncia per essere esposizione erotica del godimento senza impegno e attrazione turistica. Il percorso che conduce a riconoscere gli omosessuali come persone è ancora lungo e impervio e l’ostentazione non mediata dal fondamento di persona rende fragili le conquiste giuridiche e la tolleranza nei paesi più progrediti. L’integrazione è possibile solo se l’omosessualità è integrata nel concetto di persona e ciò non può che liberare dalla grammatica delle classificazioni in stile zoologico che mentre emancipano producono nuovi stereotipi.

[1] Heinz Heger, pseudonimo di Josef Kohout (Vienna 24 gennaio 1915 –  Vienna, 15 marzo 1994).

[2] Heinz Heger, Gli uomini con il triangolo rosa: La testimonianza di un omosessuale deportato, edizioni Sonda, 2019, pag. 25

[3] Ibidem, pag. 28.

[4] Ibidem, pag. 31.

[5] Ibidem, pag. 34.

[6] Ibidem, pag. 36.

[7] Ibidem, pag. 46-47.

[8] Ibidem, pag. 76-77.

[9] Ibidem, pag. 90.

[10] Ibidem, pag. 92.

[11] Ibidem, pag. 107.


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