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La porta della bellezza e il materno che è in noi

Catania, quartiere di Librino, 15 maggio 2009: rivive il mito della Grande Madre grazie a Fiumara d’Arte di Antonio Presti.

di Pina La Villa - sabato 16 maggio 2009 - 2077 letture

Catania, quartiere di Librino, 15 maggio 2009: rivive il mito della Grande Madre.

Rivive, cioé parla e indica la strada da percorrere in questa oscura fase della nostra storia.

Parla il linguaggio della poesia e dell’arte, linguaggio universale, comprensibile da tutti, nel momento denso, emozionante, del rito e della festa.

Una rotatoria e il ponte di un cavalcavia, il muro del ponte che taglia in due il quartiere. Cemento e grigio, aiuole gialle, auto. Questo tutti i giorni, nell’anonimo vivere di un quartiere qualsiasi delle nostre città.

Oggi la rotatoria è vietata alle auto. E’ diventato il luogo in cui rivive il mito, il luogo del rito, della festa. E’ popolata da persone accorse dal quartiere, da altre (giornalisti e non ) venute da Catania e da altrove, e dai ragazzi e dagli insegnanti delle scuole di Librino che inaugurano oggi, insieme alla fondazione Fiumara d’arte di Antonio Presti, la porta della bellezza, realizzata su quello che era un muro grigio di cemento.

Nel mito della Grande Dea Madre rivisitato da Antonio Presti per la porta della bellezza e per il rito realizzato oggi, la bellezza (la cantante Rita Botto) sta in cima a una collinetta spoglia che si staglia su un cielo incerto di sole e nuvole grigie (la giornata è capitata così). Vestita di bianco, il suo canto invoca la Grande Madre, perché si affacci, riappaia. E la Grande Madre, nelle vesti di una donna senegalese, si affaccia sul ponte, al centro della porta, e danza al canto della bellezza che ora è scesa dalla collina e le sta di fronte e la prega perché apra la porta della bellezza a Librino, perché dia la vita al quartiere (“smuovi il sangue a Librino”, dicono i versi di Giancarlo Parisi per la canzone).

E la Grande Madre apre la porta, la scopre in tutta la sua bellezza, mentre scoppiano i fuochi d’artificio, colorando il cielo di blu e rosso, come i colori della porta: il blu del mare e il rosso della terra, la terracotta con cui sono state realizzate le opere degli artisti che ora possiamo vedere.

Sono tutte opere ispirate al tema della Grande Madre, divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie e moltiplicatasi, nel tempo e nelle varie culture, in diverse divinità femminili, tutte legate al ciclo della natura e a quello della vita. Divinità che presiedono all’agricoltura, alla fertilità, ai riti di morte e rinascita.

Alle raffigurazioni si alternano le parole dei poeti che celebrano la natura, il sole, le conchiglie, i fiori, la luna, gli astri, il vento, le correnti, il mare.

Il più recente e a noi noto dei miti che riguardano le incarnazioni della Grande Madre è quello di Demetra e Persefone, che fra l’altro ha in Sicilia il suo centro.

Il mito racconta che mentre Persefone stava giocando sulle sponde del Lago di Pergusa, in Sicilia, con alcune ninfe, Ade la rapì dalla terra e la portò con sé nel suo regno. La vita sulla terra si fermò, dappertutto fu la carestia, e la disperata dea della terra Demetra cominciò ad andare in cerca della figlia perduta.

Alla fine Zeus, non potendo più permettere che la terra stesse morendo, costrinse Ade a lasciar tornare Persefone e mandò Hermes a riprenderla. Prima di lasciarla andare, Ade la spinse con un trucco a mangiare quattro semi di melagrana magici, che l’avrebbero da allora costretta a tornare nel mondo sotterraneo per quattro mesi all’anno. Da quando Demetra e Persefone furono di nuovo insieme, la terra rifiorì e le piante crebbero rigogliose ma per quattro mesi all’anno, quando Persefone è costretta a tornare nel mondo delle ombre, la terra ridiventa spoglia e infeconda.

Assistendo al nuovo rito davanti alla porta della bellezza, ho pensato che Persefone è stata agli inferi molto più di quattro mesi all’anno negli ultimi tempi, e che la disperazione di Demetra sia arrivata al limite estremo.

E’ ora che madre e figlia si ricongiungano, che la terra venga curata e gli uomini amati.

Abbiamo bisogno del materno, che non vuol dire necessariamente femminile.


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