La poesia della settimana: Elsa Morante

Cento anni fa, il 18 agosto, nasceva l’autrice de L’Isola di Arturo. La poesia riportata fu scritta all’inizio del romanzo e la dedica è rivolta a Remo Natales, anagramma di Elsa Morante.
di Piero Buscemi - mercoledì 22 agosto 2012 - 4307 letture

Dedica a Remo N.

Quello che tu credevi piccolo punto sulla terra,
 fu tutto.
 E non sarà mai rubato quest’unico tesoro
 ai tuoi gelosi occhi dormienti.
 Il tuo primo amore non sarà mai violato.
 Virginea s’è rinchiusa nella notte
 come una zingarella nel suo scialle nero.
 Stella sospesa nel cielo boreale
 eterna: non la tocca nessuna insidia.

Giovinetti amici, più belli d’Alessandro e d’Eurialo,
 per sempre belli; difendono il sonno del mio ragazzo.
 L’insegna paurosa non varcherà mai la soglia
 di quella isoletta celeste.
 E tu non saprai la legge
 ch’io, come tanti, imparo,
— e a me ha spezzato il cuore:
 fuori del limbo non v’è eliso.

Elsa Morante (Roma, 18 agosto 1912 - 25 novembre 1985) Nata da una relazione extraconiugale della madre, Irma Poggibonsi,con Francesco Lo Monaco, trascorre l’infanzia in casa di Augusto Morante, istitutore al riformatorio per minorenni e suo padre soltanto nominalmente.

Terminato il liceo, l’adolescente Elsa va via da casa: per mantenersi, dà lezioni private ed inizia a collaborare con diverse testate giornalistiche (alcuni di questi testi compaiono nel volume, edito nel 1941, “Il gioco segreto”). E’ tuttavia con il suo primo romanzo, “Menzogna e sortilegio” (1948), che ella s’impone all’attenzione generale. Nel narrare i casi d’una benestante famiglia meridionale destinata alla decadenza, tramite lo sguardo febbrile e tormentato d’una giovane donna isolatasi dal mondo, la Morante s’allontana in maniera assai netta dall’imperante modello neorealistico: si precisa, da subito, la sua predilezione pel magico e la fantasticheria, in una chiave tuttavia caricata d’angoscia dal confronto coi dati della realtà.

Il medesimo tema è al centro del successivo “L’isola di Arturo” (1957), ove lancinante è lo scarto fra l’infanzia serenamente immersa nella natura del protagonista ed il dolore figliato dalla fine della mitizzazione della figura paterna: in questa dimensione edenica che inevitabilmente si dissolve nel contatto con la consapevolezza, risiede il nucleo dolente della poetica dell’autrice.

Nel decennio dei ‘60, provata da dispiaceri privati (la chiusura del rapporto con Moravia, che aveva sposato nel 1941) e coinvolta dalle inquietudini del periodo, licenzia un testo d’intervento diretto quale “Pro o contro la bomba atomica” (1965) ed il suggestivo “Il mondo salvato dai ragazzini” (1968): qui, sulla scorta della fiducia riposta nei “ragazzetti celesti”, celebra ancora l’utopia di un’esistenza svincolata da lacci e lacciuoli, inclusi quelli imposti dalle società strutturate, nei toni di un “anarchismo metastorico” (G.Fofi). Quest’ultimo argomento - il rifiuto della “storia ufficiale”, l’aperto parteggiare per gli umiliati e offesi - caratterizza pure “La storia” (1974), l’opera sua di maggior successo, in virtù d’un linguaggio piano e semplice e di una trama - le vicende d’unafamigliola romana durante la tragedia del secondo conflitto mondiale - coinvolgente, con qualche concessione al populismo.

Il commiato di “Aracoeli” (1982) è all’insegna di un pessimismo irredimibile, d’una disperazione lucida che neppure nel ricordo trova conforto: l’itinerario nella memoria di Manuele, proteso a ricostruire l’adorata immagine materna, si chiude nella constatazione che fra lui e la genitrice “si stende una sassaia deserta” (C.Garboli). La stessa, probabilmente, che divide ormai da tutto e tutti Elsa Morante, costretta per parecchi anni ad una dolorosa immobilità in clinica prima di spegnersi, nel 1985.


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