La pazienza

Un incentivo per reinserirsi al lavoro. Anche a quelli di 86 anni
di Adriano Todaro - martedì 13 maggio 2014 - 1501 letture

‒ "Lei capisce che il momento è difficile, il mercato si è contratto, la nostra produzione non riesce a stare al passo con la concorrenza. Ci dispiace molto non poter continuare ad utilizzare la sua competenza, il suo attaccamento a questa azienda, dove siamo tutti una famiglia. Purtroppo, però, dobbiamo fare a meno del suo impegno".

‒ "Mi licenziate?".

‒ "Beh, non drammatizziamo. Licenziarla... Diciamo che nostro malgrado siamo costretti a non utilizzare la sua professionalità...".

‒ "... Mi licenziate!".

‒ "Lei usa un termine obsoleto... ma sì, se preferisce, lei è licenziato". ‒ "E io come faccio? Devo ancora pagare il mutuo, ho due figli...".

‒ "... Suvvia non si disperi. Oltre alla liquidazione che ha maturato, le diamo anche un incentivo al reinserimento lavorativo".

‒ "E cos’è?".

‒ "E’ un’indennità accumulata attraverso accantonamenti di stipendio, ma è finanziata totalmente attingendo al budget della nostra industria. Così lei può reinserirsi nel mondo del lavoro, con più serenità".

Il lavoratore in questione è sollevato. Torna a casa e racconta tutto alla moglie. Presi dall’entusiasmo telefonano ad un’agenzia di viaggi e prenotano 10 giorni alle Maldive, così, tanto per rilassarsi. I sindacati, invece di litigare, dovrebbero inserire in tutti i contratti una norma simile anche perché c’è un precedente illustre. Ci sono lavoratori che quando se ne vanno gli danno un "incentivo al reinserimento lavorativo". Sono lavoratori che hanno avuto grosse responsabilità e dopo anni e anni di stress è giusto che gli si riconosca loro un "incentivo al reinserimento lavorativo".

Chi sono? Sono i parlamentari dell’Unione europea che ‒ dopo un certo numero di anni di gravose cene, di pesanti pranzi di lavoro, viaggi aerei a/r a Strasburgo, Bruxelles e puntatine in Lussemburgo, quando non sono più rieletti ‒ gli si dà questa indennità. Gliela diamo noi, perché siamo magnanimi e perché capiamo i loro problemi, la fatica che sopportano per reinserirsi nel mondo del lavoro.

No, non è la pensione o come la chiamano loro il vitalizio. Diciamo che è una mancia, una paghetta per potersi trovare un nuovo posto di lavoro. Perché, capite bene, con i tempi che corrono trovare un altro lavoro non è facile.

Prendete ad esempio Ciriaco De Mita di quel di Nusco, anni 86. Dopo aver passato una vita a violentare la lingua italiana, è giusto che sia reinserito al lavoro. E cosa gli facciamo fare a 86 anni? Potrebbe insegnare italiano agli stranieri. No? Troppo difficile, è vero. Ci vorrebbe, data l’età, un lavoretto più tranquillo... Ecco guardiano di notte della reliquia di San Ciriaco? Si addormenta? Vabbè, ci pensiamo dopo.

Intanto lui, oltre al vitalizio, si porta a casa 159 mila euro perché si è fatto vent’anni di Europa e gli è venuto il bruciore di stomaco. Cristiana Muscardini (Msi) che è lì dal 1989, dal viso stanco e segnato, si mette in saccoccia 190 mila euro, Mario Borghezio (Lega), intellettuale hegeliano, fine e profondo, 103 mila euro e così tutti gli altri.

Bon, d’accordo. E quelli, poverini, che sono entrati nel 2013? Niente paura, a loro va un contentino di 39 mila euro. Alcuni deputati, poi, hanno anche il doppio vitalizio. Difficile capire il perché di tale norma, forse perché hanno lavorato il doppio degli altri? Boh! Questo era possibile sino al 2009, oggi non più. Ma chi c’era nel 2009 il doppio vitalizio se lo becca. Fra gli italiani figura anche il subcomandante Fausto e bisogna dire che è una bella fortuna che abbia più pensioni. Andare ogni sera ad un party della nobiltà più o meno nera, è dispendioso: la sora Lella vuole sempre nuovi vestiti, poi è necessario non arrivare a mani vuote, un presente è necessario e inoltre, il Fausto, ha dovuto cambiare anche il porta occhiali che tiene appeso al collo. Insomma, un sacco di spese.

Se in Europa si fa così, in Sicilia si fa di meglio. Il vasa-vasa Totò, condannato definitivamente per mafia a sette anni, ora in galera, riceve, ogni mese, 6 mila euro lordi come vitalizio, essendo stato per più di un decennio all’Assemblea regionale.

Mi rallegro di questo perché so che il sopravvitto, in carcere, è sempre più caro. Il tutto nasce perché quello del loden si è distratto un momento. Mentre cercava, appunto, il loden, si è dimenticato di mettere nella norma che coloro i quali sono condannati per mafia non hanno diritto al vitalizio.

E così a 56 anni, Totò prende, giustamente, la pensione mentre è in galera. Nessuno dice nulla, nessun scandalo. Tutto prosegue come sempre nel Paese del Gattopardo. D’altronde, in un Paese dove si applaudono gli assassini di un ragazzo di 18 anni, dove lo Stato tratta sia con la mafia che con Genny ’a carogna non c’è da meravigliarsi. In Parlamento non ci sono forse 72 condannati, prescritti o imputati? Non siamo forse il Paese in cui uno, che addirittura aspira a diventare presidente della Repubblica, alza il dito medio nei confronti di chi lo contesta? Non è forse avvenuto in Italia l’incontro fra il presidente della Repubblica e un osceno condannato definitivo? E, di grazia, in quale altro Paese del mondo può avvenire che un rottame come Flavio Briatore sia invitato a tenere una lectio magistralis in una privata e carissima università?

Io mi meraviglio che qualche italiano si meravigli di questi episodi. La meraviglia, semmai, è che dopo 20 anni di potere dell’Omino Debosciato, gli italiani credano ad un altro venditore di tappeti. Un boy scout democristiano. Come Ciriaco di Nusco.

Io mi meraviglio e nello stesso tempo mi stupisco. Di cosa? Della pazienza degli italiani.


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