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La paura dei cosacchi e quella dei chierichetti

Un dubbio mi perseguita ormai da alcuni mesi. Dobbiamo avere più paura dei cosacchi o dei chierichetti?

di Evaristo Lodi - mercoledì 11 maggio 2022 - 1119 letture

La Bessarabia, l’Ucraina, la Moldova sono paesi che, quando va bene, hanno un vago sentore esotico nell’immaginario collettivo degli italici benpensanti e benestanti. Al contrario, siamo costretti ad ascoltare una ridda di accenti sbagliati e/o di parole confuse, spesso da parte di giornalisti che arrancano sugli avvenimenti. Cercherò di essere più preciso. Oggi la Repubblica di Moldova, corrisponde, (compresa la Transinistria), grosso modo a quella che, durante il periodo sovietico e con vari cambiamenti a seconda delle invasioni, veniva chiamata Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia. Sono rimasto colpito quando una giornalista televisiva ha pronunciato il nome di “Moldava”, ignorando che è il fiume che attraversa Praga. Per non parlare di quei giornalisti che hanno cambiato i nomi delle località, utilizzando la lingua ucraina invece di quella russa, senza sapere che, almeno fino al 2014, i cartelli stradali recitavano le due diciture, senza scomporsi più di tanto.

Eppure solo ottant’anni fa un’intera generazione fu obbligata a calcare con stivaloni di cartone quelle terre spesso inospitali, soprattutto d’inverno.

«… nel momento in cui, varcato il Prut, entriamo in Bessarabia. Oggi è il 1° settembre 1941 […] Dopo il Prut ecco il Dniestr, lasciamo la Bessarabia che i rumeni si sono annessi per benigna concessione di Hitler…» [1]

Oggi è di moda citare Hitler, anche a sproposito, per cercare di capire cosa stia succedendo nel granaio dell’URSS. Ma se leggiamo qualche articolo giornalistico con attenzione, rischiamo di trovarci di fronte a verità nascoste o da nascondere.

«In occidente i cosacchi rimano sempre perfettamente con la paura, eccome: babau su cavallini mai stanchi e poco strigliati, con le lunghe lance, le maniere selvagge» [2]. Ma cosa ci può interessare dei cosacchi e della guerra in Ucraina? C’entrano, c’entrano, eccome: questa paura atavica dei fieri cavalieri hanno invaso tutta l’Europa e nemmeno l’Italia ne è stata esclusa: «Anche se abbruciacchiato dalla rossa vampa, in Italia il cosacco feroce viene a puntino ancora nel 1948 per spaventare nel segreto dell’urna e guadagnarsi qualche decimo delle masse» [3]. Ma gli occidentali sono ancora più retorici quando pensano ai cosacchi di oggi: «Eppure i cosacchi erano già venuti in Italia con armi e cavalli, ma le divise erano quelle tedesche. Arruolati in Ucraina per ravvivare i loro talenti contro i russi avevano anche loro galoppato in ritirata fino alla Slovenia e al Friuli, riadattati alla caccia ai partigiani titini. Gli inglesi immemori delle antiche blandizie ad Hyde Park li consegnarono a Stalin. Adesso mandano loro armi perché fermino Putin» [4].

Questa guerra ci coglie impreparati e ignoranti ma noi sapremo reagire! Sapremo reagire alla barbarie che si protende verso Ovest con ferocia inaudita, all’inizio del XXI° secolo! È un pericolo esiziale per la nostra società dei consumi, per la nostra bella epoca pervasa di benessere. È per questo che cerchiamo disperatamente di ostruire il passaggio alle orde barbariche che ci minacciano attraverso due imponenti vie: le sanzioni economiche (se non sbaglio siamo, o quasi, al sesto pacchetto) e l’invio di armi (finalmente è stato imposto il top secret su questa pratica che non favorisce certo l’adesione delle benestanti masse italiane). Ma il risultato sembra dipingere un futuro sempre più fosco, non solo per i nostri nemici ma anche per noi. Sembra quasi che le suddette vie abbiano come conseguenza una pratica che abbiamo mediato dall’oriente, da quello estremo, però. Sembra che la nostra alternativa sia ridotta ad una prospettiva giapponese che oscilla fra il Kamikaze e l’ Hara-Kiri. E visto che siamo nell’epoca della globalizzazione, stiamo andando in questa direzione a velocità supersonica. Eppure il nostro passato, antico intendo, ci dovrebbe spingere a comprendere gli avvenimenti che si susseguono: l’Europa dovrebbe avere gli strumenti culturali per comprendere gli avvenimenti che segnano il passaggio da un’epoca all’altra. E si sa, questi passaggi sono sempre dolorosi e terribili per chi è costretto a viverli e li subisce da spettatore ignaro.

La magia d’Europa è quella di rimanere stupefatti dalla realtà e dalla vita, quando sembra normale, abituandosi al quotidiano, non riuscire più a distinguerne le particolarità, a notare le differenze che vi sono di casa in casa lungo le strade che solitamente percorriamo. Sono quelle che Pasolini definiva come «condizioni intollerabili di conformismo e di nevrosi, e quindi di estremismo (che è appunto la conflagrazione dovuta alla miscela di conformismo e nevrosi)».

Scusate ma Pasolini sta parlando dell’Italia e non dell’Europa: nel giugno del 1974, scrive due articoli (“Gli italiani non sono più quelli” e “Il Potere senza volto”), apparsi sul Corriere della Sera” e poi ripubblicati nei suoi “Scritti corsari”. «Nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all’edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza [sic!] che la storia non ha mai conosciuto. […] Ma questo Potere [l’autore spiega precisamente la scelta della “P” maiuscola] ha anche omologato culturalmente l’Italia: si tratta dunque di una omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre».

Certo gli anni Settanta sono lontani da noi ma basterebbe sostituire alcune parole con altre, più attuali e scopriremmo la precisione della fosca profezia pasoliniana. Per fare un esempio, provate sostituire la parola “fascista” con la parola “russo” oppure, se volete fare un’acrobazia ancora più mirabolante, sostituitela con “ucraino”; l’effetto straniante è assicurato, come se immaginaste di essere invitati a un banchetto sontuoso, in Russia o in Ucraina, e accettaste di adeguarvi alle loro consuetudini: bere un litro di vodka ghiacciata, non quella dolce, durante un pasto!

«In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista [in questo caso sarebbe meglio utilizzare la parola, più neutrale, “soldato”], ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro e a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione».

Poi Pasolini prosegue con una colta citazione letteraria: «Padre Zosima (letteratura per letteratura!) ha subito saputo distinguere, tra tutti quelli che si erano ammassati nella sua cella, Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora si è alzato dalla sua seggioletta ed è andato a prosternarsi davanti a lui. E l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi al Karamazov più giovane) perché Dmitrj era destinato a fare la cosa più orribile e a sopportare il più disumano dolore».

Si sa, erano gli anni Settanta e non si poteva pensare che citando uno scrittore russo si incorresse nel delitto di mancata par condicio con la letteratura ucraina che, oggi è assolutamente accertato, ha più diritto a essere considerata letteratura europea, rispetto a quella propugnata dallo zar Putin il terribile. Provvedo subito a rimediare all’errore con una citazione di uno scrittore ebreo (e su questo Lavrov ha avuto parole grondanti cultura e ha costretto Putin a scusarsi), nato a Odessa il 1° luglio 1894 (spero che questa bellissima, multietnica città, enormemente ricca di cultura, non venga distrutta perché sarebbe un disastro e potrebbe spalancare le porte ad un disastro ben più grande!). Isaak Ėmmanuilovič Babel’, scrittore e poeta, visitò e conobbe molte città europee e, per un lungo periodo, sarà considerato il poeta della rivoluzione bolscevica. Visse anche a Nikolaev [5] dove nacque la sorella. Visse anche a Horlivka [6], nel Donbass, regione con giacimenti carboniferi quasi inesauribili («…vero cuore elettrico e carbonifero di un grande paese, nel quale tutto è gigantesco e dove gli altiforni sono uno spettacolo fiammeggiante e imponente») [7]. Da questo luogo partì il fenomeno dello stacanovismo, vero emblema futurista, altro che le smargiassate di dannunziana memoria. Dopo aver scritto pagine memorabili che magnificano “L’armata a cavallo”, formata da quei cavalieri ucraini con cui Domenico Quirico vuole sarcasticamente spaventarci, verrà fucilato il 27 gennaio del 1940, nell’ambito delle “purghe staliniane” prima dell’operazione nazista Barbarossa [8].

Ci siamo scandalizzati per le parole del patriarca di Mosca Vladimir Michajlovič Gundjaev che ha preso il nome di Cirillo I°. Poi mi sono consolato con le parole che ha avuto Papa Francesco, rivolgendosi al suo omologo ortodosso, con cui aveva intessuto, in passato, proficui e lunghi scambi di idee per riannodare, in un puro spirito ecumenico, quella cesura fra le due grandi chiese cristiane che ormai si trascina da troppo tempo. «Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin.» [9]. Sono un po’ perplesso sul fatto che Francesco abbia apostrofato Cirillo con il termine chierichetto, se non altro perché risulterebbe tremendamente offensivo. Da bambino sono stato un chierichetto esemplare! Il termine chierico invece attraversa la storia del Cristianesimo e anche dell’Islam [10]. Non solo, anche nel mondo laico ha assunto un significato di funzionale al potere: «[…] quegli uomini la cui funzione è di difendere i valori eterni e disinteressati, come la giustizia e la ragione, quelli che io chiamo i chierici, hanno tradito questa funzione a vantaggio di interessi pratici» [11]

A volte, solo gli artisti si rifiutano di essere dei chierici di Stato ed è certo che l’ucraino Babel’ abbia oscillato verso il clericalismo bolscevico. Come è certo che la sua sete di giustizia lo abbia portato a morire, schiacciato da quel potere che, solo nei primi anni dopo la rivoluzione, aveva percorso strade cruente ma ideali, protette dall’indiscusso dedushka Lenin.

È indubbio che Babel’ scrivesse in russo e chissà come considerava la lingua ucraina, forse una lingua della Grande Madre Russia, da preservare e proteggere dalle ondate della Storia. Il suo pianto sulla città di Odessa rimane insuperato e oggi quelle parole rimangono minacciose e cupe a rimarcare che, con il cambiare di un’epoca, il peggio deve ancora accadere. «La fodera di una borsa pesante è cucita di lacrime» [12].

Un dubbio mi perseguita ormai da alcuni mesi. Dobbiamo avere più paura dei cosacchi o dei chierichetti?

[1] Monsignor Enelio Franzoni, medaglia d’oro al valor militare per essere rimasto con i soldati italiani feriti e quindi impossibilitati alla ritirata, nei campi di prigionia in Russia. “Alpino sacerdotale”: [Youtube→https://www.youtube.com/watch?v=lpJgsnqlOEo].

[2] Domenico Quirico, “Se in Occidente torna l’incubo dei cosacchi” pubblicato il 22 aprile 2022 sul quotidiano “La Stampa”

[3] Ibid. Vedi i manifesti propagandistici elettorali della Democrazia Cristiana, soprattutto per le elezioni del 1948

[4] Ibid.

[5] I puristi della lingua ucraina mi scuseranno. Nikolaev è la traslitterazione dal cirillico russo, mentre Mikolaïv è la traslitterazione dal cirillico ucraino ma la città è la stessa e fu fondata in un anno simbolo per le repubbliche occidentali, il 1789. Fu fondata dal principe Potëmkin che a molti di noi può ricordare indifferentemente un colosso della cinematografia russa o un colosso della cultura italica: Fantozzi. Per approfondimenti spiccioli si possono consultare questi due link: Wikipedia ; [Treccani→https://www.treccani.it/enciclopedia/nikolaev_%28Enciclopedia-Italiana%29/].

[6] Qui mi scuseranno i puristi della lingua russa: la traslitterazione dal cirillico russo è Gorlovka. In questo caso è interessante sapere che la città fu fondata, all’inizio del XVIII° secolo dai cosacchi zaporoghi che, guarda caso, provenivano da Zaporižžja (non so da che parte stia la traslitterazione!). Sempre per chi volesse approfondire: Wikipedia ; [Treccani→https://www.treccani.it/enciclopedia/gorlovka_%28Enciclopedia-Italiana%29/].

[7] Isaak Babel’ “Tutte le opere”, I Meridiani Mondadori, Milano, 2006, le citazioni sono tratte dalla cronologia/biografia a cura di Adriano Dell’Asta.

[8] Ibid.

[9] “Il colloquio con Papa Francesco”, Il Corriere della Sera 3 maggio 2022

[10] Per semplici approfondimenti: Treccani ; [Wikipedia→https://it.wikipedia.org/wiki/Chierico].

[11] Julien Benda, “Il tradimento dei chierici. Il ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea”, Torino, Einaudi, 2012. Testo scritto nel 1927 e ripubblicato recentemente.

[12] Cit, Isaak Babel’, “Racconti di Odessa”, dal racconto “Il Re”


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