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La parola come argine: intellettuali, potere e responsabilità civile nel pensiero di Lawrence Ferlinghetti

Lawrence Ferlinghetti ha attraversato il Novecento trasformando la letteratura in un gesto di resistenza civile.

di Laura Tussi - mercoledì 2 settembre 2026 - 395 letture

Poeta, editore, libraio e protagonista della Beat Generation, Lawrence Ferlinghetti ha attraversato il Novecento trasformando la letteratura in un gesto di resistenza civile. Fondatore della storica libreria e casa editrice City Lights di San Francisco, diede voce agli autori più innovativi del suo tempo e difese la libertà d’espressione anche davanti ai tribunali. Nella sua riscrittura di Pietà per la nazione, ispirata al celebre testo di Kahlil Gibran, Ferlinghetti consegna alle democrazie contemporanee un monito ancora attualissimo: quando il pensiero critico viene emarginato e la cultura cede il passo alla propaganda, è l’intera comunità a perdere la propria libertà.

La riflessione sul ruolo del cittadino e sulla tenuta morale delle istituzioni democratiche trova in Lawrence Ferlinghetti una delle voci più lucide, radicali e disincantate del secondo Novecento. La sua rilettura di Pietà per la nazione non rappresenta un semplice esercizio poetico o elegiaco, ma si configura come un’autentica denuncia politica e come una chiamata urgente alla responsabilità collettiva. Attraverso versi essenziali, incisivi e privi di qualsiasi retorica consolatoria, il poeta americano smaschera la progressiva degenerazione della res publica in una struttura dominata dal mercato, dall’autoritarismo e dall’indifferenza, dove la partecipazione democratica viene sostituita dall’omologazione e dal conformismo.

Il nucleo più profondo della critica ferlinghettiana risiede nel rapporto perverso che si instaura tra governanti e governati. L’immagine degli “uomini come pecore” guidate da “pastori cattivi” diventa la metafora di una regressione non soltanto politica, ma anche antropologica: il cittadino rinuncia alla propria autonomia di giudizio e si trasforma in una massa docile, facilmente manipolabile da classi dirigenti corrotte, incapaci di verità e animate dalla menzogna come strumento di governo.

In questo scenario distopico, ma inquietantemente riconoscibile anche nelle democrazie contemporanee, la figura dell’intellettuale assume un valore decisivo. Il saggio, il poeta, lo studioso, cioè colui che custodisce la memoria storica e alimenta il pensiero critico, viene progressivamente ridotto al silenzio. Non si tratta di un effetto collaterale del potere, bensì di una sua precisa strategia: eliminare le voci autonome significa indebolire gli anticorpi della democrazia. Quando la politica si svuota della propria dimensione etica e si riduce a mera tecnica di dominio, anche il linguaggio pubblico si impoverisce, celebrando la forza, il profitto, il consumo e i gerarchi, mentre cultura, ricerca e libertà di pensiero vengono considerate inutili o addirittura pericolose.

A rendere ancora più fragile la nazione descritta da Ferlinghetti è il rifiuto della complessità. La vanteria di chi afferma di “non aver mai sentito parlare di politica e di letteratura” non è una semplice manifestazione di ignoranza, ma diventa il simbolo di una società che ha trasformato l’anti-intellettualismo in un motivo di orgoglio. È qui che si consuma la frattura più drammatica: quella tra la nazione come comunità vivente e l’individuo ripiegato esclusivamente sul proprio interesse privato. La collettività viene percepita come un’entità estranea, quasi un corpo separato, e il singolo si sente sollevato da ogni responsabilità verso il bene comune.

Ferlinghetti demolisce questa illusione con una straordinaria forza morale. L’esistenza umana, suggeriscono i suoi versi, è intrinsecamente relazionale: nessun benessere individuale può sopravvivere a lungo dentro una comunità lacerata dall’ingiustizia, dalla disuguaglianza e dalla perdita della coscienza civica. La libertà personale non è mai isolata, ma dipende dalla qualità delle relazioni sociali, delle istituzioni e della cultura democratica che le sostiene.

È proprio questa dimensione universale a rendere Pietà per la nazione un testo capace di attraversare il tempo. Nato nel clima della contestazione americana, il poema parla oggi con sorprendente attualità alle società occidentali, segnate dalla crisi della partecipazione, dall’analfabetismo politico, dalla mercificazione dei rapporti umani e dalla spettacolarizzazione della vita pubblica. L’indifferenza civica e la rinuncia al pensiero critico diventano così le diverse manifestazioni di una stessa malattia democratica: l’abdicazione del cittadino al proprio ruolo di custode delle istituzioni.

L’eredità di Lawrence Ferlinghetti va ben oltre la poesia. La sua opera ricorda che la letteratura non è evasione, ma uno spazio di libertà in cui la coscienza collettiva può ancora interrogarsi, dissentire e resistere. In tempi in cui il linguaggio pubblico è spesso ridotto a slogan e polarizzazione, la parola poetica torna a essere un argine contro la manipolazione e l’oblio.

La democrazia, sembra dirci Ferlinghetti, non si difende soltanto nelle urne o nelle aule parlamentari: si difende nelle biblioteche, nelle scuole, nelle università, nei luoghi della cultura e in ogni gesto quotidiano di pensiero libero. Perché una nazione muore davvero non quando perde ricchezza o potenza, ma quando smette di ascoltare le proprie coscienze critiche e considera la cultura un lusso anziché il fondamento della propria libertà.


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