La pandemia sia lezione di pace

Riflessione del professor Francesco Barone, docente al’Ateneo aquilano e portavoce del Premio Nobel per la pace, Denis Mukwege
di Fabio Iuliano - mercoledì 1 aprile 2020 - 617 letture

“I mutamenti che deriveranno da questa drammatica esperienza, spero che inducano le persone chiamate a governare il mondo ad attivare strategie e interventi che mirino alla realizzazione di un rinnovato pianeta di pace, divenendo così essenziale il processo di educazione indirizzato alla solidarietà sociale, che non può più avere il carattere della temporanea circostanza”.

Lo dice il professor Francesco Barone, docente al dipartimento di scienze umane dell’Università dell’Aquila, con all’attivo oltre cinquanta viaggi umanitari in Africa, portavoce del premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege, che ha denunciato la catastrofe umanitaria in Congo, con centinaia di migliaia di donne violentate, oltre quattro milioni di sfollati e sei milioni di morti.

“Paura, timore, preoccupazione, solitudine, incertezza sul futuro sono le sensazioni più ricorrenti in questo periodo di pandemia. Ci ricordano qualcosa raccontato in passato dai nostri genitori e dai nostri nonni. Ricordi di sofferenza che inevitabilmente, una volta vissuti cambiano lo sguardo sulla vita”, dice Barone.

“Forse siamo stati colti di sorpresa. Forse no. Eravamo talmente appesantiti dalle velocità e dal sonno della materia che non ci stavamo rendendo conto della direzione che il mondo stava prendendo. Troppo impegnati nell’affermazione dell’io, pian piano, siamo diventati estranei anche a noi stessi”, è la riflessione del prof.

“Artigiani dell’invisibile, affetti da una specie di trance e con la smania di successo, siamo rimasti in silenzio di fronte a un mondo fatto di disuguaglianze e ingiustizie intollerabili. Assoggettati ai linguaggi e agli interessi di pochi, abbiamo conosciuto una nuova idea di mondializzazione e di globalizzazione. E ne siamo rimasti vittime”.

“Ora, un microscopico e bastardo nemico ci sta minacciando. È talmente potente da incuterci timore. È talmente potente da essere riuscito a favorire una tregua nelle zone di guerra. Non è intelligente questo virus, eppure è riuscito a far tacere le armi”.

“E noi invece, credendo di essere i giganti della ragione e dell’intelligenza, le armi le facciamo costruire e le utilizziamo”.

“Da questa difficile condizione si potrà trarre l’insegnamento che occorre estirpare i pregiudizi, le discriminazioni, le disuguaglianze – prosegue Barone - . L’educazione alla pace si affianca all’educazione alla democrazia, alla libertà, alla legalità, all’affettività. È orientata al rispetto alla vita, al rispetto dell’essere umano e della sua dignità. Senza eccezioni. Mai. La nostra capacità di costruire la pace dipende dalla nostra mente, dalla nostra volontà di saper distinguere nettamente il male della violenza e il bene della non violenza”.

“E ora che vi sono intere famiglie a non disporre di cibo, dobbiamo essere consapevoli che la povertà è amara. La solitudine è amara. È dal contatto tra famiglia e scuola che potrebbe propagarsi il monito universale della pace e della cooperazione. La strada per il cosiddetto ‘mondo migliore’ passa attraverso le scelte individuali”.

“Di fronte allo smascheramento della nostra vulnerabilità possiamo superare la convinzione dell’eternità terrena. Stiamo vivendo un periodo di dolore”, continua Barone, convinto che “da questa frattura fisica e psicologica è possibile ristabilire l’armonia e l’integrità”.

“Nei giorni scorsi sono circolati in rete video di bambini africani che sorridendo hanno incoraggiato noi tutti. Si, proprio loro che non sono certi neanche di ciò che avverrà il giorno dopo. Non c’è nessun luogo affettivo e protettivo come la nostra casa. L’essere costretti a rimanerci dovrebbe indurci a riflette nei confronti di coloro che, vivendo in contesti di povertà e di emarginazione, manifestano la forza d’animo di consolarci”.

“Si spera, ovviamente, che nei confronti di loro, non si tratti dell’ennesima attenzione destinata a durare un attimo. Ora abbiamo il tempo per concentrarci sulla prospettiva di voler essere con gli altri e di voler essere in comune con gli altri, assumendo come bussola il concetto di pluralità inteso come necessità”.

“Ora più che mai risulta essenziale la trasmissione della ‘chiarezza umana’, il senso di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri, in termini di verità e autenticità. Questo richiede empatia verso gli altri con diverse identità, comprensione dei diversi flussi di civiltà e capacità di vedere le differenze come opportunità di relazioni costruttive, rispettose e pacifiche tra le persone”.

“Ciò”, conclude il professor Barone, “determina l’adesione a un nuovo modo di pensare, in cui prevale la quiete, la riflessione e il senso di una persona nuova, libera e cosciente”.

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Professore Francesco Barone


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