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La pandemia quale perduta occasione

La guerra alla covid-19 poteva essere la grande occasione per una ristrutturazione dell’intero Paese, una palingenesi democratica e liberatoria...
di Sergej - giovedì 28 gennaio 2021 - 861 letture

Nessuno parla del meccanismo innescato. L’Italia che non ha avuto la capacità di sviluppare un proprio vaccino [1], ma deve acquistare quello prodotto da Paesi esteri, dovrà indebitarsi pesantemente per l’acquisto del vaccino; l’Europa interviene solo in parte per il sostegno all’economia, ma soprattutto i soldi di debito con l’Europa serviranno prima a ripagare le case farmaceutiche estere - un processo di ridistribuzione delle ricchezze su scala europea, di trasferimento di risorse, di impoverimento dei Paesi che non hanno saputo essere al “passo sui tempi” con la pandemia. L’Italia dovrà così prima ripagare il debito con il vaccino e poi con l’Europa. L’Europa dà la chance, in tempi ridotti, di poter investire soldi per creare opportunità di produzione e commerciali che possa servire per guadagnare: con tali guadagni (profitto) si dovrebbe poter ripagare i debiti. Ma siccome il nostro apparato di potere (casta politica e famiglie proprietarie dei mezzi di produzione, amministratori e bancari) non ha la più pallida idea su cosa investire per generare profitto, l’unica cosa che sanno è come portare soldi alla Cayman e acquistare barche per la villeggiatura e le crociere attorno al mondo (oltre alla cocaina e i festini per satollare i propri rampolli) - nel medio e lungo periodo ci sarà un impoverimento ulteriore del Paese: con ulteriori restringimenti per le classi medie, per pensioni, ospedali e scuole. Sono meccanismi molto semplici. Una doppia ghigliottina in pratica - quella dei vaccini e quella del MES (o comunque lo si voglia chiamare).

L’Italia dal 1914 ad oggi ha conosciuto una serie di guerre che, tra alti e bassi, ci ha portato a questo livello di sviluppo (o non sviluppo). La Prima guerra mondiale è stata l’occasione per mettere le mani sulle ricchezze dell’Impero austriaco, che abbiamo contribuito a rapinare compiendo una guerra d’invasione, una vigliaccheria militare. Nonostante il capitalismo italiano abbia fornito ai soldati sul fronte armi, cannoni e vestiti di cattivissima qualità (lucrando il più possibile) e dopo la nostra Caporetto, siamo riusciti a mettere mano alle ricchezze austriache che hanno portato un flusso di ricchezza - e di instabilità sociale, perché i pezzenti s’erano messi in testa che volevano le briciole di quelle ricchezze -: il fascismo ha governato i flussi.

1921 - anniversari

La guerra d’Etiopia è stata una emorragia, non compensata dallo sfruttamento coloniale. Ci siamo ritrovati nel 1941 impreparati dal punto di vista militare; e la Germania non ha potuto fare molto per sostentare la nostra economia. Abbiamo perso la Seconda guerra mondiale e siamo diventati un Paese occupato. Ci è stato fatto divieto di occuparci di determinati settori economici (e scientifici), nel nostro territorio sono stati impiantate basi militari straniere. Nell’ambito della Guerra Fredda l’Italia si è trovata come Stato confine ma di pertinenza dell’Occidente. Un flusso finanziario (il Piano Marshall) ha permesso la ricostruzione e le famiglie al potere hanno continuato a trovarsi in sella. Come tutti i Paesi occidentali abbiamo partecipato degli “anni gloriosi” Cinquanta e Sessanta [2]. Abbiamo dismesso le colonie: l’Italia non ha più potuto contare, come invece Gran Bretagna e Francia, sui proventi dello sfruttamento delle colonie che hanno permesso a questi Stati di mantenere un buon livello di competitività internazionale. Siamo diventati un Paese industriale (prima eravamo un Paese sostanzialmente agricolo). Nel 1975 la ristrutturazione (sotto forma di Crisi Petrolifera, con la successiva Inflazione pensata per ridurre il costo del salario) che ci ha consentito di superare la crisi che ha invece affossato i Paesi dell’Est europeo. Dagli anni Ottanta in poi non siamo più riusciti ad avere una chiara idea progettuale di sviluppo. I due partiti che si erano allenati all’interno della Guerra Fredda, dopo il 1989 si ritrovano svuotati. Il progetto europeo, pensato come nuova frontiera, cade nelle mani del pensiero neo-liberista e l’Europa da progetto di modernizzazione e di liberazione democratica “verso l’alto”, diventa ottuso progetto della miopia neoliberista. Il precario equilibrio italiano dopo il 1989 ha visto: il Meridione condannato a uno stato di progressivo sottosviluppo e senza alcuna politica economica statale, serbatoio per manodopera a basso prezzo; l’economia delle cooperative e dello sviluppo sociale, che aveva caratterizzato le regioni del Centro, viene progressivamente abbandonato; il Nord (con il “miracolo” del Nord-Est) viene specializzato come centro manifatturiero italiano, di supporto alle regioni tedesche (di qui anche la perdita progressiva di importanza del Nord-Ovest, rispetto alla Francia). Si chiude l’economia della moda, si tenta l’economia legata al cibo ma senza riuscire a strappare un trattato internazionale al riguardo.

Lo sviluppo di un Paese è anche una questione contabile. Tanti soldi entrano (le “esportazioni” commerciali), tanti soldi escono (gli acquisti di beni essenziali, beni voluttuari, materie prime): il tutto sempre non perché un giorno uno si sveglia e dice: “Vendo le mie collanine all’estero!” ma in base a trattati commerciali internazionali tra Stati, in cui lo Stato è il garante dei flussi.

L’importanza e la funzione dello Stato (e dunque della politica) sta nel fatto che è lo Stato (la classe politica) che controlla i flussi di import-export, e gestisce le politiche di ridistribuzione dei redditi interno, ovvero a chi vanno le ricchezze che si conquistano con l’esportazione (o meglio: il differenziale che si ha tra il costo di un prodotto, e il prezzo di vendita all’estero).

Dal 1989 in poi ha dominato in Italia l’assunto neo-liberista per cui, nella ridistribuzione dei redditi all’interno, dovevano essere favorite le classi proprietarie dei mezzi di produzione. Ciò ha favorito la sperequazione, ovvero il fatto che i ricchi siano diventati sempre più ricchi e i poveri sempre di più, e più poveri. Alcuni sussulti interni (“Mani pulite”) e alcune resistenze (i cattolici sociali, la sinistra democratica) hanno in parte attenuato il trend ma non lo hanno fermato.

La guerra alla covid-19 poteva essere la grande occasione per una ristrutturazione dell’intero Paese, una palingenesi democratica e liberatoria - era il motivo per cui i futuristi alla svolta del Novecento inneggiavano alla guerra: l’altra faccia delle palingenesi ricercate o evocate. Uno scatto d’orgoglio - noi che non crediamo nelle palingenesi. Per l’ennesima volta, come abbiamo visto in questi ultimi cento anni (si pensi alla Costituzione del Carnaro), una occasione perduta.


[1] Perché Cuba sì e l’Italia no? Quando indagheremo davvero in fondo, dando uno sguardo dentro di noi, al tipo di sviluppo (o non sviluppo) che abbiamo costruito negli ultimi decenni?

[2] Su tutti questi temi si rimanda a: Il capitale nel XXI secolo / Thomas Piketty ; traduzione di Sergio Arecco. - 2 rist. - Milano : Giunti/Bompiani, 2020. - 946 p., [14] : br. ; 20 cm. - (I grandi Tascabili Bompiani ; 589). - Tit.orig.: Le capital au XXIe siècle. - ISBN 978-88-452-9745-8.


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