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La nonviolenza come fondamento della politica

Forza, consenso e liberazione dal dominio. A partire dalla teoria della dinamica del potere di Gene Sharp.

di Laura Tussi - domenica 17 maggio 2026 - 368 letture

«Ogni potere, anche il più feroce, si regge sempre su due pilastri: la forza e il consenso». Questa affermazione sintetizza la teoria della dinamica del potere resa celebre dal filosofo e sociologo Gene Sharp, il quale ha teorizzato che l’autorità non è invincibile, poiché dipende costantemente dall’obbedienza, dalla sottomissione e dalla cooperazione dei sudditi o dei cittadini. Si tratta di una delle intuizioni più profonde della filosofia politica moderna: nessun potere umano può sostenersi esclusivamente sulla coercizione. Anche il dominio più brutale necessita di una forma di accettazione, di cooperazione o di obbedienza da parte dei governati. La violenza può reprimere, intimidire, punire; ma da sola non basta a garantire la durata di un ordine politico. Ogni struttura di potere, infatti, vive dentro una rete di relazioni sociali che implicano sempre un certo grado di consenso, esplicito o implicito, attivo o passivo.

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Gene Sharp

La riflessione attraversa, in forme diverse, gran parte del pensiero politico contemporaneo. Max Weber definiva lo Stato come il detentore del monopolio legittimo della forza; ma proprio il termine “legittimo” indica che la coercizione, per essere stabile, deve essere riconosciuta come valida da una parte significativa della società. Analogamente, Antonio Gramsci sosteneva che il dominio non si esercita soltanto mediante gli apparati repressivi, ma anche attraverso l’egemonia culturale: la capacità di ottenere adesione morale e intellettuale. In questa prospettiva, il consenso non è un elemento secondario del potere: ne costituisce una componente essenziale.

Da qui deriva la seconda tesi del testo: «Negando il consenso, quel potere già comincia a vacillare». La noncollaborazione rappresenta dunque una forma radicale di azione politica. Quando gli individui smettono di riconoscere la legittimità di un ordine ingiusto, esso perde progressivamente la propria efficacia. La storia del Novecento offre numerosi esempi di tale dinamica. Le lotte anticoloniali guidate da Mahatma Gandhi contro il dominio Britannico si fondavano precisamente sulla convinzione che il potere coloniale dipendesse dalla collaborazione degli oppressi. Il boicottaggio, la disobbedienza civile, il rifiuto di cooperare con le istituzioni coloniali non erano semplici gesti simbolici, ma strumenti concreti di trasformazione politica.

Per Gandhi la nonviolenza non era mera passività né rinuncia all’azione. Essa costituiva invece una forza morale e storica capace di disarticolare il sistema della violenza senza riprodurne la logica. La sua idea di satyagraha — “forza della verità” — implicava che la resistenza autentica dovesse combattere l’ingiustizia senza annientare l’avversario, mirando non alla distruzione del nemico ma alla sua trasformazione morale. Tale concezione verrà ripresa da Martin Luther King, per il quale la nonviolenza era «una spada che guarisce». Anche il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti mostrò come sistemi apparentemente invincibili possano essere incrinati dalla mobilitazione collettiva non armata.

Il testo afferma inoltre: «Non esistono poteri invincibili». Questa frase rifiuta ogni concezione fatalistica della storia. Le dittature appaiono spesso eterne finché esistono; ma la loro stabilità è in realtà fragile, poiché dipende dall’equilibrio tra paura e consenso. Quando questo equilibrio si rompe, anche i regimi più repressivi possono crollare rapidamente. Il collasso di molte dittature militari latinoamericane, o il superamento dell’Apartheid mostrano come la pressione morale, sociale e politica delle masse possa delegittimare strutture di dominio considerate immutabili.

La nonviolenza, in questa prospettiva, non coincide con l’assenza di conflitto. Al contrario, essa riconosce il conflitto come dimensione inevitabile della vita politica, ma rifiuta che esso venga risolto attraverso l’annientamento fisico dell’altro. Qui emerge una distinzione decisiva: la violenza mira alla sottomissione; la nonviolenza mira alla conversione democratica del rapporto politico. Per questo il testo può sostenere che «la nonviolenza è più forte di qualunque potere violento». La superiorità della nonviolenza non è soltanto morale, ma anche storica e antropologica: la violenza genera altra violenza, produce spirali di vendetta, stabilisce relazioni fondate sulla paura; la nonviolenza, invece, tenta di ricostruire il legame sociale.

Questa idea si colloca in una lunga tradizione filosofica che comprende, oltre a Gandhi e King, figure come Lev Tolstoj, Hannah Arendt e Aldo Capitini. Arendt, in particolare, distingueva rigorosamente tra potere e violenza: il potere nasce dall’azione comune e dalla capacità delle persone di agire insieme; la violenza, invece, appare quando il potere si indebolisce. In questo senso, l’uso crescente della forza può essere interpretato come segno di fragilità politica piuttosto che di autentica stabilità.

La frase «Salvare le vite è il primo dovere» introduce una dimensione etica fondamentale. Ogni politica che anteponga l’astrazione ideologica alla vita concreta degli esseri umani rischia di trasformarsi in barbarie. Il Novecento ha mostrato in modo drammatico gli effetti devastanti delle ideologie totalitarie quando la dignità della persona viene subordinata alla ragion di Stato e alla purezza etnica Le guerre mondiali, i genocidi, i campi di sterminio e le distruzioni nucleari hanno rivelato fino a che punto la tecnica e il potere possano separarsi dall’etica.

Da qui il richiamo finale: «Pace, disarmo, smilitarizzazione». Non si tratta semplicemente di un auspicio morale, ma di una proposta di civiltà. La militarizzazione permanente delle società contemporanee produce una normalizzazione della guerra e della logica nemico/amico. In tale contesto, la nonviolenza appare come una critica radicale all’idea che la sicurezza possa fondarsi sull’accumulazione della forza distruttiva. Essa propone invece una sicurezza costruita attraverso la cooperazione, la giustizia sociale, il dialogo internazionale e il riconoscimento reciproco.

L’ultima formula — «Nonviolenza o barbarie» — assume così un valore ultimativo. Essa richiama implicitamente la celebre alternativa formulata da Rosa Luxemburg: “socialismo o barbarie”. Tuttavia, la sostituzione del termine “socialismo” con “nonviolenza” amplia il problema oltre le appartenenze ideologiche tradizionali. La questione decisiva non è più soltanto quale sistema economico adottare, ma quale forma di umanità costruire. Barbarie significa qui dominio assoluto della violenza, disumanizzazione dell’altro, distruzione del legame etico che rende possibile la convivenza. La nonviolenza, invece, rappresenta il tentativo di fondare la politica sulla dignità umana e sulla responsabilità reciproca.

In conclusione, si propone una concezione della politica radicalmente alternativa alla tradizione del potere fondato sulla forza. La tesi centrale è che il dominio non sia mai assoluto, perché dipende sempre dalla cooperazione dei dominati; e che proprio per questo la resistenza nonviolenta possa diventare una forza storica capace di trasformare la società. La nonviolenza non appare dunque come utopia ingenua, ma come pratica politica concreta e come principio etico universale. In un’epoca segnata da guerre permanenti, crisi democratiche e nuove forme di autoritarismo, essa continua a rappresentare una delle più profonde possibilità di emancipazione della storia umana.

Nota: Gene Sharp (1928–2018) è stato un politologo, saggista e filosofo statunitense, universalmente riconosciuto come il più importante teorico della lotta nonviolenta strategica. Soprannominato “il Machiavelli della nonviolenza” o “il Clausewitz della guerra nonviolenta”, Sharp ha rivoluzionato l’approccio alla disobbedienza civile: non considerava la nonviolenza un dogma morale o religioso (come Gandhi), ma un’arma pragmatica, politica e militare estremamente efficace per abbattere le dittature e difendere i diritti democratici. Nel 1983 ha fondato l’Albert Einstein Institution, un’organizzazione non profit dedicata alla ricerca e alla diffusione della resistenza nonviolenta nei conflitti globali.


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