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La ‘ndrangheta nel bar del Palazzo di giustizia di Torino

Va detto che i guai del bar del Palagiustizia non rappresentano una novità assoluta, se si considera che, nel 2017, un’altra inchiesta aveva portato all’arresto di otto persone per corruzione e turbativa d’asta

di francoplat - lunedì 24 luglio 2023 - 1746 letture

«Il posto migliore per nascondere qualsiasi cosa è in piena vista». Forse la ‘ndrangheta non si è ispirata direttamente alla frase dello scrittore statunitense Edgar Allan Poe, ma certamente il caso giudiziario che la riguarda pare potersi ottimamente sintetizzare con questa citazione. Cos’è successo? Stando alle accuse mosse dagli inquirenti, alcuni ‘ndranghetisti a Torino si erano infiltrati nella cooperativa Liberamensa, aggiudicataria, fra le altre cose, della ristorazione del carcere e del bar interno al Palazzo di giustizia. Va detto che i guai del bar del Palagiustizia non rappresentano una novità assoluta, se si considera che, nel 2017, un’altra inchiesta aveva portato all’arresto di otto persone per corruzione e turbativa d’asta, facendo emergere l’interesse del clan camorristico dei Nuvoletta per l’appalto della gestione del locale.

Più di recente, invece, magistrati e avvocati torinesi, tra un’udienza e l’altra, potevano godere di un caffè fornito dalla mafia calabrese, all’interno di quello spazio giudiziario intitolato al procuratore Bruno Caccia, la cui morte – nel giugno 1983 – fu commissionata, almeno per quanto concerne le risultanze giuridiche attuali, da Domenico Belfiore, ‘ndranghetista, appunto, e vicino ad alcune delle persone coinvolte nell’inchiesta. Al di là del caso Caccia, la cui scomparsa è ancora velata da non pochi misteri, vale la pena comprendere meglio i caratteri di questa indagine. All’alba del martedì della scorsa settimana, la Dia torinese e il Nucleo investigativo del Comando provinciale dei carabinieri hanno arrestato quattro persone tra Torino e Savona. Le accuse sono di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, usura, trasferimento fraudolento di beni e organizzazione del gioco d’azzardo. Una nutrita serie di reati che non sono tutti esclusivamente riconducibili all’infiltrazione nella cooperativa Liberamensa e che mettono in evidenza il modus operandi dei criminali calabresi nel capoluogo regionale del Piemonte. Figura di spicco tra gli arrestati è quella di Rocco Pronestì. A Torino sin dagli anni Settanta, vicino a importanti famiglie ‘ndranghetiste – quella degli Ursino e quella dei Belfiore, tra le altre –, era amico di Placido Barresi, il pluriassassino che, in precedenti audizioni in aula, dichiarò di essere socio con Domenico Belfiore del Bar Monique, locale sottostante il Tribunale di Torino e spazio di incontro tra malavitosi; a quanto pare, un vizio ricorrente della ‘ndrangheta. Pronestì non è un criminale qualunque, come si evince già da questi dati. Un pentito dirà di lui: «non poteva non sapere la verità sull’omicidio del procuratore Bruno Caccia».

Se si insiste sui legami stretti tra Pronestì e Belfiore, se si rileva la caratura del primo e i rapporti profondi con le ‘ndrine locali è perché sono passati decenni dal 1983 a oggi, dall’assassinio del procuratore torinese all’inchiesta sulla gestione ‘ndranghetista del bar del Palagiustizia, eppure alcuni nomi paiono incancellabili, così come inespungibile sembra essere la pressione intimidatoria dei clan calabresi sul territorio locale. È sufficiente leggere le dichiarazioni delle vittime delle estorsioni, così come le riporta Giuseppe Legato in un articolo su “La Stampa” (19 luglio 2023), per comprendere come Pronestì e compagni intimidissero chi, per svariate ragioni, si fosse addentrato nel labirinto soffocante dello strozzinaggio. Il gestore di alcuni locali notturni torinesi davanti agli inquirenti, a cui le intercettazioni danno la certezza che stia subendo intimidazioni per insolvenza nei confronti della malavita calabrese, risponde: «Se dovessi prendere in prestito soldi a usura, non ve lo direi, perché non voglio mettere a rischio la mia famiglia».

Non è necessario girare armati o apparire picciotti baldanzosi e prestanti, muscolari. Pronestì e gli altri indagati sono anziani e disarmati, come annota la giudice Giorgia De Palma che ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare, ma hanno alle spalle l’ombra dell’organizzazione, i nomi importanti, la tradizione decennale di reati mai eradicati dal territorio. «Un buon cavallo corre anche soltanto con l’ombra della frusta», recita un detto, e le vittime quell’ombra la sentivano eccome. Poi, quando l’ombra non era sufficiente, i sodali ‘ndranghetisti passavano alle minacce esplicite: «guarda che se non vieni e mi fai girare le palle ti prendo e ti stacco la testa», precisa in dialetto Pronestì a un imprenditore del settore alberghiero.

Usura ed estorsione, i reati più rilevanti. Accanto a Pronestì, con la stessa accusa, è stato arrestato Rocco Cambrea, sessantaduenne, già condannato per associazione a delinquere per mafia e specialista del gioco d’azzardo, organizzatore di una bisca in un bar di via Postumia a Torino, dove agganciava le future vittime dell’attività di strozzinaggio. Con loro, vi erano poi Saverio Giorgitto e Crescenzo D’Alterio. In particolare quest’ultimo, insieme a Pronestì e Cambrea, aveva organizzato «un’articolata attività di infiltrazione in attività economiche lecite, specie nel commercio di alimenti, utilizzando una serie di prestanome e le competenze di alcuni professionisti oggi indagati». È l’Arma a precisare questo particolare processo di infiltrazione e ad aggiungere che tale operazione era stata avviata «proprio dopo i contatti con membri della famiglia Belfiore».

Si torna al mandante, o presunto tale, dell’omicidio Caccia e ciò consente di tornare al bar del Palazzo di giustizia intitolato al magistrato torinese. Perché, come si è detto, la ‘ndrangheta si era incuneata nella cooperativa Liberamensa, prendendone il controllo e spolpandola, come con linguaggio crudo dichiarano molte fonti giornalistiche. La cooperativa, nata nel 2005, si era distinta per aver avviato molti progetti di inclusione sociale; nel 2018, aveva assunto la gestione del bar, ma ben presto erano sorti problemi di natura finanziaria, che resero faticosi i pagamenti del canone d’affitto e che si acuirono a seguito della pandemia. Proprio nel 2020, si palesò Crescenzo D’Alterio che, attraverso la presidente dell’associazione, Silvana Perrone, presentò Mauro Allegri, imprenditore alimentare sulla carta, ma prestanome del clan, che vantava dinanzi ai soci della cooperativa addentellati con il Vaticano e che si diceva disposto a investire assieme a un altro finanziatore, Mauro Amoroso. Allegri e Amoroso finirono per assumere il controllo della cooperativa e, anziché investire, stornarono gli utili dell’ente, tanto che il Comune, davanti ai debiti accumulati da Liberamente, diede lo sfratto all’associazione; sfratto che diventò definitivo nel marzo 2022.

Pur precisando che la sopra citata Silvana Perrone non è indagata, resta comunque interessante osservare come, tra le carte giudiziarie vergate dalla De Palma, si trovi annotato che la donna «presenta dei collegamenti con il “gruppo Belfiore” in quanto suo fratello, Perrone Gennarino detto Gianni è persona che frequenta abitualmente Belfiore Giuseppe (fratello di Salvatore Belfiore detto “Sasà”, e di Domenico detto Mimmo)». Non è un attacco personale alla presidente di Liberamensa, visto che le frequentazioni di un consanguineo riguardano, o possono riguardare, essenzialmente lui. Tuttavia, secondo altre testate giornalistiche, la Perrone aveva «amicizie e parentele influenti nel Comune di Moncalieri» e, davanti al decreto ingiuntivo ricevuto dai prestanome dei boss per dei pagamenti arretrati, si sarebbe rivolta a Gaetano Belfiore, fratello di Domenico, anziché affrontare una regolare lite tributaria (Fonteufficiale.it del 20 luglio 2023).

Saranno le aule di tribunale a decodificare, nel dettaglio, i caratteri specifici di questo filone d’inchiesta e a chiarire il ruolo preciso dei singoli protagonisti. Di fatto, oggi, il bar del Palazzo di giustizia torinese è gestito da un’altra cooperativa, Pausa Café, il cui responsabile, Marco Ferrero, ha rilasciato qualche giorno fa un’intervista a Carlotta Rocci de “La Repubblica” (19 luglio), dichiarando di voler restituire dignità al locale, facendolo diventare ciò che dovrebbe essere, ossia un presidio di legalità, e sottraendolo alle mani della criminalità mafiosa. «L’obiettivo è trasformare questa caffetteria in una piattaforma per l’inclusione lavorativa e sociale delle cittadine e dei cittadini vulnerabili ed esclusi da un lato, ma anche un luogo per la sperimentazione di soluzioni per la produzione, trasformazione e commercializzazione del “cibo buono”, basato su soluzioni circolari e sostenibili».

Si auguri buona fortuna a Pausa Café. Ma non si dimentichi l’impudenza delle cosche ‘ndranghetiste. Impudenza che non è temerarietà o coraggio; è oltraggio, sberleffo, forse anche, nell’ipotesi peggiore, fiducia spaccona nell’impunità. Il caffè in Italia è una bevanda amata e, d’altro canto, amara. Si muore per una tazzina di caffè, lo si sa. E resta difficile digerire l’idea che questa bevanda fosse servita calda e fumante agli uomini di legge del palazzo Caccia da mani criminali, a cui forse, spuntava un sorriso in bocca all’idea di garantire una tazzina avvelenata dal fetore (relativamente) occulto delle loro manovre delinquenziali.


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