La nascita della tragedia

di Pina La Villa - venerdì 21 marzo 2008 - 7384 letture

La nascita della tragedia

L’odierna interpretazione di Nietzsche è quella impostata da Heidegger nel volume a lui dedicato. Heidegger vede in Nietzsche l’ultimo pensatore metafisico, un filosofo che pone al centro della propria attenzione il problema più antico e basilare della filosofia, la questione dell’essere.

Possiamo misurare la portata di questa interpretazione se pensiamo che la prima ricezione di Nietzsche fu piuttosto "letteraria", o più genericamente culturale (nel senso della critica della cultura, della riflessione sulle ideologie) che non strettamente filosofica.

Dilthey colloca invece Nietzsche accanto ai poeti-scrittori (es.Tolstoj) che si muovono in un orizzonte aperto da Schopenhauer: "questa specie di letteratura è vicina all’antica arte dei sofisti e dei rètori, che Platone esilia dall’ambito della filosofia, poiché al posto della dimostrazione metodica (nei loro scritti) subentra la persuasione (...). Il loro occhio resta diretto al mistero della vita, ma essi disperano di risolverlo con una metafisica universalmente valida: la vita deve essere spiegata in base a se stessa - questo è il grande principio che lega questi filosofi all’esperienza del mondo e alla poesia". La loro spiegazione della vita è "non metodica" ma espressiva e suggestiva.

Seguendo l’interpretazione heideggeriana (Gianni Vattimo, Introduzione a Nietzsche; Giorgio Colli, Introduzione a La nascita della tragedia) in realtà si mostra come in Nietzsche la filosofia pervenga a esiti specificamente ontologici (cioé a enunciati rilevanti sul senso dell’essere, secondo la più propria vocazione della metafisica) proprio attraverso un itinerario che passa , non casualmente e marginalmente, per la critica della cultura, la riflessione di tipo "moralistico", l’analisi dei pregiudizi, l’osservazione e autosservazione psicologica, cioé per tutte quelle vie che fanno di Nietzsche un "filosofo della vita" nel senso diltheyano del termine.

L’orizzonte di questa lettura è quello della "ontologia ermeneutica" col legame peculiare che in essa si determina tra "critica della cultura" o filosofia della vita o meditazione sulla decadenza (insomma, quel pensiero riferito all’esistenza nella sua concretezza e storicità) e riproposizione del problema della verità e dell’essere. Con la consapevolezza che questa connessione è anche al centro dell’attuale problematica della filosofia e costituisce la specifica attualità teorica del pensiero nietzschiano.

Come per tutta la più significativa filosofia del Novecento, anche per Nietzsche l’avvio al filosofare è dato da una riflessione sulle scienze umane.

La prima filosofia di Nietzsche si elabora nel periodo del suo insegnamento a Basilea e risente sia della sua formazione di filologo, sia delle sue venerazioni giovanili (Schopenhauer e Wagner).

L’insofferenza di Nietzsche per la filologia comincia da una critica della filologia professionale , del suo atteggiamento di ricerca positiva e obiettiva sull’antico, e diventa poi: A) Critica del mondo che configura il proprio rapporto con l’antico solo in questa forma, chiudendosi a ogni penetrazione del "Modello" classico; B) critica dei modi in cui l’immagine dell’antico si è trasmessa a questo mondo riducendosi infine a tale livello.

Da qui la prima, notevole, opera di Nietzsche, "La nascita della tragedia". L’opera è insieme una reinterpretazione della grecità , una rivoluzione filosofica ed estetica, una critica della cultura presente e un programma di rinnovamento di essa. Tutto ciò ruota intorno alla scoperta delle due nozioni di apollineo e dionisiaco.

L’immagine della grecità di cui a lungo è vissuta la tradizione europea è dominata dall’idea di armonia, bellezza, equilibrio, misura. Questa interpretazione si basa però, secondo Nietzsche, sulla considerazione dell’arte del V secolo. Se guardiamo invece alla saggezza popolare o alla musica troviamo ad esempio il detto di Sileno (precettore di Dioniso) - secondo cui per l’uomo il meglio sarebbe non nascere e, una volta nato, morire presto - troviamo una visione dell’esistenza che esula da ogni possibile interpretazione classicistica. Se poi consideriamo i miti e i riti orgiastici allora saremo indotti a "disfare pietra per pietra il geniale edificio della cultura apollinea" scoprendo l’altro principio che in essa vive, cioé il dionisiaco:

"il Greco conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza: per poter comunque vivere, egli dové porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata degli déi olimpici. L’enorme diffidenza verso le forme titaniche della natura... fu dai greci ogni volta superata, o comunque nascosta e sottratta alla vista, mediante quel mondo artistico intermedio degli déi olimpici"

Negli dei olimpici, la vita umana era contemplata "in una sfera superiore, senza che questo mondo perfetto dell’intuizione agisse come imperativo o come rimprovero".

Il mondo degli dèi olimpici è il mondo prodotto dall’impulso apollineo; l’esperienza del caos, del perdersi di ogni forma definita nel flusso incessante della vita che è anche sempre morte, è invece quella che corrisponde all’impulso dionisiaco; che è anch’esso un impulso, un Trieb: come l’apollineo tende a produrre immagini definite, forme armoniose e stabili che rassicurino, l’impulso dionisiaco non è solo la sensibilità al caos dell’esistenza, ma è anche spinta a immergersi in questo caos, sottraendosi al "principio individuationis". Il mondo apollineo degli dèi olimpici di Nietzsche è bensì, come le idee di Schopenhauer, un insieme di rappresentazioni sottratte alla volontà di vivere. Tuttavia, il rapporto degli dèi olimpici con il fondo oscuro dell’uno primordiale non è solo oppositivo,come in Schopenhauer; per quest’ultimo, attraverso le figure dell’arte (che rappresentano le idee) si tratta di sottrarsi alla volontà di vita che costituisce la sostanza irrazionale del mondo. Per Nietzsche... la portata liberatoria delle figure degli dèi olimpici si esercita solo se esse rimangono in un rapporto profondo con il dionisiaco, cioé con il mondo del caos al quale pure devono aiutarci a sfuggire. "Sotto l’incantesimo del dionisiaco si restringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estranea, ostile o soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l’uomo...Ora lo schiavo è uomo libero, ora s’infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni che la necessità ,l’arbitro o la moda sfacciata hanno stabilite fra gli uomini".

Questo rapporto tra apollineo e dionisiaco è anzitutto un rapporto di forze all’interno dell’uomo singolo, che all’inizio dell’opera Nietzsche paragona agli stati del sogno (l’apollineo) e dell’ebbrezza (il dionisiaco). Se la musica è arte prevalentemente dionisiaca, la scultura e l’architettura sono apollinee e così l’epopea.

Il culmine della grecità è la tragedia attica, che si presenta come la più perfetta sintesi dei due impulsi. La tragedia greca va intesa come "coro dionisiaco che sempre di nuovo si scarica in un mondo apollineo di immagini" L’autore del suicidio della tragedia è stato Euripide, che ha portato lo "spettatore sulla scena" iniziando il processo che avrebbe posto capo alla commedia attica nuova, nella quale sopravvive “la forma degenerata della tragedia". Euripide ha trasformato il mito tragico in un susseguirsi di vicende razionalmente concatenate e comprensibili, di stampo sostanzialmente realistico.

Euripide trasforma in senso realistico e razionale il mito tragico per soddisfare le esigenze di uno spettatore determinato, cioé Socrate. E’ Socrate a inaugurare nella mentalità greca una visione razionale del mondo e delle vicende umane, secondo la quale "al giusto non può accadere nulla di male", né nell’al di qua né nell’al di là. Il realismo della tragedia euripidea è una conseguenza dell’ottimismo teoretico di Socrate: ciò che merita di essere rappresentato sulla scena è la struttura razionale della vita.

Ma, secondo Nietzsche, la rassicurazione metafisica cercata nelle essenze, nell’ordine razionale dell’universo, è propria di una cultura indebolita e decadente. Con l’ideale di una "giustificazione estetica dell’esistenza Nietzsche persegue né più né meno che una alternativa alla metafisica (che egli chiama socratismo o platonismo), che in tutte le sue forme ha sempre cercato la rassicurazione in strutture essenziali, in un mondo "vero" il quale, contrariamente agli dèi olimpici, diventa subito, rispetto al mondo dell’esperienza, "imperativo o rimprovero" e quindi produce quella depressione della vita in cui consiste la decadenza legata al razionalismo socratico (platonico)-cristiano.


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