La morte di una civiltà e l’arretramento del pensiero etico
Su Gaza si discute sul riconoscimento dello stato di Palestina, si prende tempo [...]. La mediocrazia è in questa dinamica “disumana troppo disumana”. Sta a noi deviare dal cammino che i signori della terra ritengono ormai segnato, sta a noi preparare il “nuovo”.
Il tempo della disumanità assoluta
L’occidente vive il tempo dell’agonia. La morte di una civiltà si presenta mediante l’arretramento del pensiero etico. Nei media scorrono le immagini degli oligarchi occidentali e del genocidio a Gaza, ma i media si limitano ad un semplice conteggio di prezzi e di cadaveri. Si contano gli effetti dei dazi americani sull’economia europea e con la stessa categoria di quantità di conteggiano le vittime quotidiane del genocidio a Gaza, mentre tutto questo accade si descrivono le dinamiche e gli interessi economici in gioco. Un mondo di numeri, dove la vita perisce in ogni istante. Le valutazioni etiche sono abilmente ridotte a presenza formale, poiché esse esigono decisioni radicali.
Ora dinanzi ad un quadro spettrale di tal genere ben rappresentato dal Presidente degli Stati Uniti con il suo linguaggio privo di ogni filtro e sempre diretto a difendere gli interessi nazionali a discapito anche, e specialmente, degli stati alleati non vi sono azioni o reazioni nette, ma le posizioni sono di compromesso. Con le “libere trattative”, in cui il più forte strappa ciò che voleva, mentre gli alleati portano a casa risultati che tutti sanno essere solo “un contentino mediatico”. Il clero orante del giornalismo applaude ai leader di tanto “coraggio e passione nel difendere gli interessi sovrani”. Lo spettacolo è sempre in scena, mentre il numero dei morti continua a salire.
Su Gaza si discute sul riconoscimento dello stato di Palestina, si prende tempo, permettendo ad Israele di proseguire la sua azione senza che nulla accada. Non vi sono sanzioni e i rapporti commerciali e militari continuano con Israele senza essere turbati dal sangue dei vinti. Gli stati che riconoscono lo stato palestinese rischiano di subire un’impennata dei dazi. Tutto è disumano.
L’occidente mostra il suo volto deteriore e la sua decadenza non è solo di ordine economico o produttivo ma è specialmente etica.
Se manca la progettualità politica non resta che sopravvivere. In occidente si sopravvive, non si attende il futuro, ma si consumano i giorni.
Si sopravvive nella scissione tra morale e politica e tra teoria e prassi. La teoria è stata sostituita con il calcolo degli interessi di classe delle oligarchie, mentre la prassi è solo opportunismo tattico.
Il linguaggio ha il suo succedaneo nella volgarità della volontà di potenza che per comunicare ai sudditi di essere “protetti dal padrone” usa espressioni dirette e che dichiarano la potenza del più forte. L’occidente è una giungla artificiale, in cui la volontà di onnipotenza muscolare-guerriera è l’unica legge che norma le vite.
Potenza muscolare da attuarsi con il dominio delle armi e del denaro. Paradigmatico è stato l’annuncio di Trump:
“Sono tutti in fila per baciarmi il cu.o”.
Eppure non accade nulla. L’occidente ha perso con il pensiero etico la capacità politica. Decenni di generazioni dedite al fuoco del consumismo e dell’illimitato hanno bruciato la capacità critica e progettuale. I barbari sono all’interno dei nostri confini. La lunga agonia rischia di consumarsi tra conflitti sociali e guerre, poiché l’egoismo irriverente e massacratore non può che condurre alla cecità del pensiero incapace di valutare gli effetti sociali delle politiche di tagli e di investimenti nell’industria delle armi per sostenere gli interessi dei “padroni”. La politica è al loro servizio. Dinanzi al rischio imminente di un crollo tragico è necessario ricostruire la relazione tra teoria e prassi per progettare l’alternativa e formare caratteri resistenti al tempo presente. La resistenza non è solo teoretica che si ricongiunge alla prassi, ma anche, e specialmente, formazione di caratteri etici capaci di congedarsi dal linguaggio comune intriso di “chiacchiere” e “di calcoli personali”. Di tutto questo necessitiamo. In primis è necessario elaborare l’alternativa e definire i principi da attuare con la prassi, altrimenti essi sono soltanto opportunistiche espressioni vocali senza nessuna rilevanza effettuale. Si deve porre in essere il circolo virtuoso tra teoria e prassi. Per procedere verso questo obiettivo uno dei percorsi possibili è riconquistare e attualizzare la cultura classica e l’umanesimo.
Marx fu ottimo lettore di Aristotele, Epicuro e Democrito. Lettore creativo, e non certo, un semplice ripetitore di concetti vetusti. Egli sentiva l’indignazione dinanzi al male e, pertanto, la cultura classica fu una delle fonti da cui germinò la sua opera e la sua azione.
Riumanizzarci anche con la cultura classica
La teoria e la prassi si scindono con l’applauso generale dei media e delle Accademie per lasciare spazio all’utile immediato. Il passato e il futuro si inabissano, in tal modo, e fanno emergere una temporalità anonima e quantitativa senza memoria e ricordi. Il deserto avanza nel quotidiano e il pensiero arretra ed è vissuto con “pubblico fastidio”. La cultura classica è tollerata, solo se si limita a ricordare il passato senza avere nessun impatto paideutico sul presente. Deve prevalere sempre e comunque l’imperativo del “consumo acefalo” e dell’”esistenza anonima”.
Al termine di questo percorso l’irrilevanza e l’indifferenziato regnano sovrani. La cultura classica è vissuta come un corpo estraneo che ricorda all’essere umano la sua natura politica e sociale, e specialmente rammenta con inquietudine che l’umanità è spirito; è concetto che trasforma le contraddizioni del mondo. La temporalità senza prassi, invece, determina la “fine della temporalità progettante”, di conseguenza l’essere umano si ritira dalla storia e dalla politica, in quanto non ha paradigmi per giudicare in modo olistico il proprio tempo, e specialmente, ha smarrito la definizione dialettica del valore-concetto di “bene”.
Il grande vuoto è immediatamente occupato da una libertà autodistruttiva nella quale le soggettività narcisistiche si adattano al mondo fino a scomparire nei marosi di un tempo senza armonia e senza etica. Le soggettività narcisistiche sono “giganti dai piedi di argilla”, apparentemente prometeiche, ma in realtà pronte a cadere alla prima frustrazione. In questo clima di lassismo tempestoso le discussioni sul senso della cultura classica si susseguono, l’intento è probabilmente saggiare “la residua popolarità della medesima” e dunque si attende che l’erosione di essa sia irreversibile per poterla eliminare e riporre nel “niente”.
I suoi sicari sono tra di noi, talvolta sono ministri asserviti agli ordini del mercato, più spesso sono le stesse università nelle quali le facoltà umanistiche sono indotte per sopravvivere a imitare i metodi delle scienze sperimentali. Ci si disumanizza con la dimenticanza dei classici. Essi insegnano la resistenza, a non cedere al male e ad avanzare verso il bene comunitario. L’occidente necessita di modelli con cui leggere le fosche figure del nostro presente, invece si assiste alla distruzione dell’umanesimo. Si dichiara “coram populo” la fine della cultura classica e si proclama la sua resa incondizionata al tempo che procede al ritmo della quantità senza qualità. La sua inutilità è coltivata nei luoghi deputati alla sua trasmissione viva e vivente. La cultura classica, in tal maniera, non ha più nulla da trasmettere, deve solo tacere per confondersi con lo scientismo.
La mediocrazia è in questa dinamica “disumana troppo disumana”. Sta a noi deviare dal cammino che i signori della terra ritengono ormai segnato, sta a noi preparare il “nuovo”. Ogni gesto, ogni azione e fino all’impegno quotidiano, per coloro che vogliono e possono donarsi con fermezza, sono granelli di sabbia nel sistema, insignificanti allo sguardo di molti, ma da essi può sorgere il nuovo. Il grembo dell’occidente non è ancora sterile, di questo dobbiamo prendere atto per inerpicarci verso sentieri che il dominio non può pensare e comprendere, poiché è prigioniero della sua stessa grammatica che conosce solo il silenzio artificiale del deserto crematistico. Inerpicarsi per “il nuovo”, dunque, non significa solo pensare “il nuovo”, ma formarsi nel carattere per sostenere la progettualità politica ed etica. Riumanizzarci questo è l’imperativo del nostro tempo, e a tal scopo bisogna coltivare con l’umanesimo “il carattere resistente e mai resiliente”.
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