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La morte di Harold Bloom

di Sergej - mercoledì 16 ottobre 2019 - 868 letture

Iniziamo riportando, per i più pigri lettori, quanto dice Wikipedia:

"Harold Bloom (New York, 11 luglio 1930 – New Haven, 14 ottobre 2019) è stato un critico letterario statunitense, divenuto una figura nota al grande pubblico negli anni Novanta, quando pubblicò la sua opera The Western Canon nel 1994, ponendosi al centro di un dibattito sull’eredità dei classici, chiamato guerra dei canoni.

Nato a New York, figlio di Paula (Lev) e di William Bloom, suo padre era nato ad Odessa e sua madre vicino a Brest Litovsk. Ha vissuto nel South Bronx. È stato educato come un Ebreo ortodosso in una famiglia in cui si parlava yiddish, ha studiato letteratura ebraica ed ha imparato l’inglese all’età di sei anni.

Fra i più influenti critici letterari statunitensi, è divenuto professore emerito all’Università di Yale, dove era stato Sterling Professor of the Humanities and English (Discipline Classiche), il più alto rango accademico di quell’Ateneo. In precedenza era stato Berg Professor di Lingua e letteratura inglese alla New York University. Dal 1959 ha scritto più di quaranta libri: venti di critica letteraria, diversi libri in cui discute di religione e un romanzo. Ha curato la pubblicazione di centinaia di antologie, scritto saggi e prefazioni ad altre centinaia di edizioni di opere letterarie, in versi e in prosa."

Ho cominciato a leggere Bloom nei primi anni Ottanta. Era per me un periodo interessante, in cui scoprivo tutto un filone di studi di estetica - di matrice anglosassone e statunitense - che fino ad allora avevo trascurato (a favore dell’altro polo, dominante all’epoca, quello semiologico e diviso tra la Francia e alcune cose provenienti dai Paesi dell’Est: Todorov, la "scuola di Tartu", ecc_). C’era qualcosa di "pomposo" nella sua scrittura, proveniente da un mondo culturale in difensiva rispetto alle "fughe in avanti" e all’altro polo dell’estetica statunitense che tramite la California tendeva ad aprirsi a influssi provenienti dall’Estremo Oriente (per noi). E tuttavia libri come L’Angoscia dell’influenza (The Anxiety of Influence: A Theory of Poetry, 1973; edizione italiana nel 1983), o La Kabbalah e la tradizione critica (Kabbalah and Criticism, 1975; in italiano nel 1982) sono stati per me e continuo a ritenerli importanti.

Bloom incarnava il tentativo dell’estetica occidentale tradizionale del "canone": quello su cui scriverà poi nel 1994 nel saggio "Il canone occidentale" (The Western Canon: The Books and the Schools of the Ages). Di contro la tendenza storicista che sempre di più tendeva a evitare il giudizio sull’opera o sugli autori, muovendosi tra sociologia e antropologia del passato, affastellando fatti e cose e determinando (anche grazie alla scuola francese degli Annales) una immersione nella microstoria in cui il fatto estetico veniva messo da parte - con Bloom si riportava la centralità non solo dell’opera ma dell’autore (auctor) come centrale; e non solo: ma dell’auctor che veniva di nuovo isolato e innalzato ad Auctor (con la a maiuscola). Quando Bloom ritagliava dal flusso della storia 26 autori e li infilzava come diademi nella immaginaria corona degli eccelsi, operava la separazione - tipica dell’estetica ottocentesca e romanticista - tra "geni" e mestieranti o semplici impiegati della letteratura. Nello stesso tempo rivendicava il valore dell’estetica rispetto allo storicismo, e con ciò sembrava mandare fulgidi bagliori dorati provenienti da una tradizione culturale di cui si sentiva eccelso erede.

Era un momento di auto-difesa del mondo WASP che si sentiva minacciato dalla modernità che ormai volgeva sulle linee della globalizzazione neoliberista. Un moto di retroguardia o la riaffermazione egemonica di quella élite culturale sulla globalizzazione che si voleva imporre a tutti e a tutti i costi?

Il mondo culturale italiano aveva avuto negli anni Settanta un periodo molto fervido e contraddittorio. Già a metà degli anni Ottanta (dello scorso secolo) tutto era rifluito all’interno dell’accademia e del conformismo. Questi ultimi strali provenienti dal mondo anglosassone non ci hanno molto né convinti né colpiti particolarmente. Se il reaganismo ha avuto un senso edonistico (come rilevò beffardamente D’Agostino) da noi, nel campo degli studi estetici si presentava con il suo aspetto più conservatore e grigio. In questo grigiore poteva spiccare un critico in controtendenza come Blooom che quantomeno aveva il coraggio dell’anticonformismo.

La sensazione era che di fronte all’apocalisse paventata o, come si diceva dopo il 1989, alla "fine della storia", si volesse tentare di mettere in un’astronave i semi della cultura "occidentale" per preservarli per future generazioni. Un discorso ultimativo, volto non per il presente ma per un futuro che cominciava a non essere più chiaro ma avvolto dai timori dell’oscurità.



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