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La morte di Camillo Berneri

Camillo Berneri fu vittima delle dinamiche politiche europee. La sua morte solleva ancora oggi dubbi... Ne riparliamo attraverso la lettura di un saggio di Mario Signorino.

di Salvatore A. Bravo - venerdì 11 settembre 2026 - 375 letture

L’assassinio di Camillo Berneri e di Francesco Barbieri il 5 maggio 1937 è da contestualizzare all’interno della Guerra civile spagnola (1936-1939), ancora oggi poco conosciuta e non sufficientemente studiata. La Guerra civile spagnola fu esperienza politica nella quale si scontrarono ideologie politiche e potenze e, nel contempo, la prossimità di prospettive politiche e di interessi geopolitici consentì di superare barriere ideologiche e permise sintesi e alleanze inedite. Nel nostro tempo storico “post-ideologico” continuiamo ad essere prigionieri di contrapposizioni che, spesso, limitano la progettualità politica.

Camillo Berneri fu anarchico, ma si alleò con i socialisti di Carlo Rosselli e nel contempo a lui si devono le ipotesi di attuazione del comunismo libertario mediante alleanze politiche inedite e senza abolire lo stato. Scrisse una Costituzione per l’Italia post-fascista nella quale lo Stato era espressione dei comuni e delle istituzioni all’interno di una ridistribuzione del potere decisionale a favore delle comunità di base. Un pensatore e un uomo della prassi divergente. Il suo assassinio è, dunque, anche eliminazione pianificata della possibilità di realizzare il comunismo libertario.

A Barcellona nel maggio del 1937 si fronteggiarono i comunisti stalinisti sostenuti da Mosca e alleati dei liberali e gli anarchici alleati del POUM, il partito comunista antistalinista. Mosca in quei mesi trattava con Parigi e Londra per contenere l’espansione nazista, pertanto per rassicurare i potenziali alleati sosteneva le forze repubblicane in funzione antifascista e non certo per fondare una Spagna comunista.

Gli anarchici operavano e rendevano reale il comunismo libertario nelle regioni liberate dai franchisti. Le proprietà dei latifondisti e degli industriali erano confiscate e gestite dai contadini e dagli operai. Il comunismo anarchico era antistatalista e prediligeva la gestione diretta e condivisa della proprietà. I comunisti stataliniani, invece, restituivano le proprietà ai “padroni”, mostrando che non era ancora il tempo dell’abolizione della proprietà privata ed eliminavano gli anarchici. Mosca d’altronde aveva anche confiscato l’oro della Banca nazionale spagnola di Madrid per compensare le spese militari e per impedire che fosse usato dai franchisti per finanziare la guerra.

Il fascismo italiano e il nazismo sostenevano Franco in modo informale, mentre Francia e Inghilterra si attenevano al “non intervento”. Camillo Berneri fu vittima delle dinamiche politiche europee. La sua morte solleva ancora oggi dubbi, ciò malgrado la ricostruzione di Mario Signorino nel 1973 è tra le più plausibili e documentate. Sottovalutazione e fiducia nel movimento anarchico lo condussero a sottovalutare il pericolo:

“A Barcellona la battaglia è sempre indecisa, ma è già cominciata la resa dei conti.

Al numero 3 di Plaza del Angel, vicinissimo alla Casa CNT-FAI, abita Camillo Berneri. Le strade che danno nella piazzetta sono tutte chiuse da barriere di comunisti e poliziotti. Sul tetto del palazzo in cui sta Berneri i comunisti hanno piazzato una mitragliatrice e sparano contro il comitato regionale anarchico. Verso le 6 del pomeriggio un gruppo di “mozos de escuadra” e di “bracciali rossi” del PSUC irrompe nel portone numero 3. Li comanda un poliziotto in borghese; in tutto, saranno una dozzina. Salgono gli scalini di marmo che portano al primo piano e bussano alla porta di Berneri.

Ad aprire è Francesco Barbieri, 42 anni, anarchico di origine calabrese. Nell’appartamento, oltre Berneri, c’è la compagna di Barbieri e una miliziana. Il poliziotto in borghese intima ai due anarchici di seguirlo.

E per quale motivo?

Vi arrestiamo come controrivoluzionari. Barbieri è paonazzo. In vent’anni di milizia anarchica dice è la prima volta che mi viene rivolto questo insulto.

Appunto in quanto anarchici siete controrivoluzionari. Il suo nome fa Barbieri irritato. Gliene chiederò conto presto. Il poliziotto rovescia il bavero della giacca e mostra una targhetta metallica con il numero 1109.

I due anarchici vengono portati via, mentre la compagna di Barbieri chiede invano di poterli seguire.

Ma il viaggio è breve, di quelli che non ammettono testimoni. Berneri è gettato a terra in ginocchio e con le braccia alzate, e da dietro gli sparano a bruciapelo alla spalla destra. Un altro colpo, alla nuca lo ferisce. Barbieri segue la stessa sorte, ma il lavoro è meno pulito, gli assassini sprecano più colpi. Più tardi, verso sera, i cadaveri vengono abbandonati nel centro della città: si potrà dire poi che sono caduti come tanti altri negli scontri di strada. (…) La sua morte, Berneri se l’era proprio cercata.

Due giorni prima, sorpreso in casa dall’inizio dei combattimenti, con altri compagni, non li aveva seguiti quando si erano rifugiati al comitato CNT-FAI. Era rimasto in casa, con Francesco Barbieri, la compagna di questi e una giovane miliziana giunta da poco a Barcellona. (…)

Berneri, da parte sua, era impegnato in prima fila nel movimento anarchico. E’ strano che, iniziata la battaglia, non sentisse il bisogno di parteciparvi direttamente. Non capiva neanche quali pericoli si potevano correre in quei giorni a Barcellona?

Sapeva di essersi esposto anche troppo nella lotta politica catalana. Tra i dirigenti anarchici, era stato uno dei pochi a prendere pubblicamente le difese del POUM contro la campagna terroristica dei comunisti. Proprio alla vigilia dei fatti di Barcellona, l’Adunata dei refrattari di New York aveva pubblicato la prima puntata di un suo articolo in difesa del governo Nin. E già prima aveva provocato la rabbia dei comunisti e dei sovietici: tutti ricordavano, ad esempio, che alla fine del dicembre ‘36 Antonov-Ovseenko, console dell’URSS a Barcellona, aveva protestato presso le autorità catalane per un articolo apparso su “Guerra di classe”, in cui Berneri denunciava “l’assedio di Barcellona”, chiusa politicamente tra Burgos e Mosca.

L’anarchico italiano era anche sostenitore dell’uscita della CNT dal governo di Valencia. E la sua opinione contava, essendo uno degli elementi più in vista dell’anarchismo catalano. Era difficile immaginare che comunisti e la NKVD aspettassero solo l’occasione per fargliela pagare?

Forse Berneri era convinto che i comunisti non avrebbero osato toccarlo: per lui “el muy conocido professor Berneri”, si sarebbero mossi i proletari anarchici e anche i miliziani al fronte.

Ma più ancora doveva aver giocato l’incomprensione della battaglia appena iniziata: un errore comune a molti dirigenti anarchici, che nasceva dalla fiducia smisurata nella forza del movimento. Non a caso la prima reazione di Berneri, come quella degli atri dirigenti, era stata di far da paciere” [1].

La tragedia di Barcellona è stata la tragedia dell’Europa. La Spagna durante la Guerra civile sperimentò esperienze inedite che si sono inabissate nella dimenticanza. La storia spagnola è stata circoscritta alla sola esperienza del colonialismo, silenzio assoluto, invece, sulle sinistre comuniste spagnole.

Per poter pensare il futuro è necessario riconquistare il passato in modo olistico, mentre a noi giungono solo echi ben filtrati dai poteri. La storia della Spagna è sconosciuta, come la nostra storia, e tale “ignoranza pianificata” è da infrangere. Le catene dell’ignoranza contribuiscono alla disperazione del presente. Il passato, invece, ci dimostra che talune esperienze sono state rese realtà, anche se per un periodo breve, e questo non può che incoraggiare la lotta.

Il saggio di Mario Signorino, Il massacro di Barcellona, è quasi introvabile come molti altri studi giudicati dal sistema “politicamente scorretti”. A noi riconquistare la lunga storia delle sinistre, quelle vere, senza le quali nulla sarà possibile. La conclusione di Mario Signorino sul massacro di Barcellona ci invita a ripensare alla Guerra civile spagnola liberi dai pregiudizi e dalle conclusioni preconfezionate:

“I comunisti si giustificano in modo spiccio: in Spagna non c’è stata una rivoluzione; i consigli operai, le collettività agricole e tutti i comitati rivoluzionari non erano che stravaganze estremistiche che danneggiavano la condotta della guerra. Quanto alle masse anarchiche, come si fa a dire che erano proletari autentici? Quelli anarchici non sono mai proletari veri e propri: sono al massimo “sottoproletari” o “operai arretrati”, quando non sono “criminali” puri e semplici o “traditori” (le definizioni di Kolstov). In base a questa logica, nel maggio ‘37 a Barcellona c’è stata sì una azione controrivoluzionaria: ma non era quella dei borghesi del PSUC, era invece la resistenza dei proletari anarchici. E’ questa la sentenza emessa dalla maggioranza delle forze politiche che agivano nella repubblica spagnola. Il vero processo per i fattti di Barcellona dovrà rovesciare questo giudizio” [2].

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Copertina di Il massacro di Barcellona, di Mario Signorino

[1] Mario Signorino, Il massacro di Barcellona, Fabbri editori, Milano, 1973 pp. 102-105.

[2] Ibidem pag. 147.


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