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La mancata trasmissione

di Sergej - lunedì 9 agosto 2021 - 942 letture

Qualcosa è accaduto tra le macerie della guerra (la guerra in Europa tra il 1939 e il 1945), la ricostruzione, il boom economico degli anni Sessanta. La fase della modernizzazione che è stata poi l’industria del consumo. Una cosa di cui si accorse Pasolini, quando cominciò a parlare della tabula rasa che la nuova fase aveva fatto, il genocidio culturale in atto, la morte dell’innocenza. La guerra aveva scombussolato la quotidianità, scombussolato usi e costumi, ritmi di vita, mescolato le carte. Sia vincitori che vinti furono costretti a entrare in un nuovo mondo. Nelle biografie di Margherita Hack e di Laura Lepetit c’è questa visione dell’infanzia nelle città sottoposte alla penuria e ai bombardamenti: la libertà in quella situazione, il poter scorrazzare in bici tra le strade deserte. Il controllo ante-guerra sui bambini da parte delle famiglie dei più diversi ceti sociali, cade o si modifica. In Italia, con importanti differenziazioni tra Nord e Sud, che hanno vissuto due guerre diverse. Quando termina la guerra e si ricostruisce un minimo di “normalità”, diversi fattori si mischiano: la modernizzazione proveniente dai “piani” statunitensi; il trovarsi l’Italia quale Stato di frontiera, tra Est e Ovest, con una forte presenza sociale legata al PCI e con una sempre più vasta presenza sociale legata alla DC e al Vaticano cattolico; residui strutturali dei ceti culturalmente cresciuti sotto il passato regime (ad esempio tutta la vecchia burocrazia) che naturalmente si portavano appresso, endemicamente, struttura di pensiero e caratteristiche sociali del “passato”. Nel destino di Paese sconfitto, occupato e poi “liberato”, l’Italia si è trovata davanti alla necessità di ricercare il “nuovo”, di ristrutturarsi secondo le “nuove regole”, modelli la cui fonte erano gli Stati Uniti, (in parte) la Gran Bretagna. Negli anni Sessanta interviene la televisione e la civiltà della plastica a sanzionare l’ulteriore salto culturale. La famiglia aveva subito un primo scompaginamento nel corso della guerra. Maschi al fronte come sempre carne da macello, oppure a intrallazzare con il mercato nero; femmine al lavoro a sostituire i maschi nella fabbriche e nei campi. Si indebolisce la funzione formativa del gineceo: le famiglie costituivano non nuclei cellulari (padre madre figli) ma erano un centro allargato in cui la cucina era il centro del gineceo, in cui le più grandi non solo cucinavano ma tessevano o svolgevano altri lavori “domestici”, si scambiavano informazioni e livellavano conoscenze e etica collettiva, si imbastivano matrimoni e si davano i modelli estetici di bellezza da perseguire. I figli non erano compresi all’interno di una categoria specifica (come sarà poi con il consumismo e la nascita dei teenager ecc_), erano indistintamente solo i non-ancora-grandi, cui non si dava alcun conto e quando lo si faceva erano trattati già come grandi (e, nel caso, specie nei ceti più poveri, direttamente immessi nel mondo del lavoro).

La rivolta delle bambine

Non è possibile pensare ai diversi ruoli all’interno della famiglia e alla famiglia stessa come se fosse stata “sempre così”. E le situazioni inoltre cambiavano in base alle classi di appartenenza. Una famiglia negli anni Venti non è la stessa cosa di una famiglia negli anni Trenta. Negli anni Venti sono ancora attivi fattori di modernizzazione diversi rispetti a quelli del decennio successivo. Un processo di “liberazione” in atto negli anni Venti viene bloccato e deviato con il regime fascista, negli anni Trenta. La donna socialista degli anni Venti e la donna “liberata” delle classi alto borghese, vengono sostituite dalle donne del regime, la retorica della “madre”, mentre l’accordo tra regime e chiesa cattolica influenza ulteriormente il processo. Il cinema veicola modelli e influenza il continuo mutamento in atto.

Sulla famiglia reale (tradizionalmente) e sulla famiglia data dal Duce e dai suoi familiari si mutuano i modelli (formali) per le famiglie e i rapporti tra i sessi. Quanto di vecchio e nuovo era ammesso quale modello: la “madre”, il capo-famiglia (Mussolini), il nuovo (Ciano e Edda) ecc_ Mi hanno sempre molto colpito alcuni filmati degli anni Trenta, in cui appaiono Edda e Galeazzo: due giovani coniugi dai modi e dalle caratteristiche “cosmopolitiche”, nei gusti e negli abbigliamenti non dissimili da coetanei dell’high class inglese o nordamericana dell’epoca. L’amore per il cinema e per il jazz dei figli maschi di Mussolini è ben nota.

Del resto mentre in alcuni ambiti della chiesa cattolica la donna era ancora quella senza anima e pregna del peccato originale, la funzione di “madre” all’interno del fascismo non necessariamente è “retriva” (anche se dopo tale fu considerata). Il fascismo fu in parte anche un elemento di modernizzazione - una delle possibili vie della modernizzazione all’interno del consesso dei Paesi “civili” -; nella ridefinizione dei ruoli e degli obiettivi, dare alle donne la funzione di madre in ogni caso, mi sembra, era qualcosa di più alto rispetto al ruolo che il cattolicesimo dell’epoca assegnava loro.

Dopo il crollo dell’impalcatura del fascismo, le cose si scompaginano; nuovi modelli diventano cogenti, e questi sono portati dalle riviste, dal cinema, dalla radio e poi dalla televisione; e sono modelli in gran parte di provenienza nordamericana.

Proprio la sconfitta, ha significato per l’Italia - per la percezione dei ragazzi e le ragazze dell’epoca, la consapevolezza che niente dei valori del passato poteva essere utilizzato: era “tutto sbagliato, tutto da rifare”. Quello che dicevano i propri genitori, la propria madre - non aveva senso. All’interno della famiglia tradizionale, la cura e il primo insegnamento dei bambini spettava alla madre; il padre era utilizzato dalle madri come utile bau-bau, spauracchio per terrorizzare i più fragili. Entrambi, sia il padre che la madre, ricevevano benefici da questa divisione del lavoro: il padre cui era demandato il lavoro esterno, il procurarsi quel salario che all’interno della vecchia società, doveva bastare per sfamare tutta la famiglia, aveva tempo libero (considerando che il lavoro non era di 8 ore, ma spesso di 10 o 12 ore) per attività ludico-ricreative (che sia l’osteria, il gioco, il casino ecc_); la madre concentrata sul lavoro domestico, aveva tempo per le proprie attività in cui utile e dilettevole venivano coniugate - si pensi al cucito, spesso di gruppo; ma anche alla lettura ecc_.

La cesura nella trasmissione delle conoscenze che si ebbe allora, e che sarà ancora una volta ripetuta negli anni Sessanta, è stata importante ed ha avuto conseguenze nei processi di mutamento in atto.

Il rifiuto della madre è stato una costante del femminismo degli anni Settanta, almeno quanto il rifiuto del padre per i maschietti a partire dal Sessantotto.

Rifiuto che ha avuto le caratteristiche del silenzio dei padri e delle padri, l’impossibilità di comunicazione tra padri/madri e figli. Gusti e comportamenti dei figli divennero incomprensibili ai padri e alle madri. Non tanto in sé sulla questione della ribellione. Perché poi, in parte, quelle madri e quei padri erano stati ribelli nella generazione precedente “alla loro età”. Per molti vi era una impossibilità a intervenire su quella ribellione, proprio perché anche loro erano stati ribelli alla loro età. Solo che “nel mezzo” c’erano stati eventi-cesura (come la guerra, e quel che era avvenuto spesso sotto la croce del crimine) che avevano ulteriormente complicato le cose.

La comunicazione poi diventava impossibile nel momento stesso in cui la nuova realtà, il nuovo moderno, pretendeva il “superamento” del passato. Tutto ciò che era prima del 1945 era medioevo, il mondo nuovo pretendeva il sacrificio del vecchio.

All’interno del nuovo sistema di produzione, fordista, la famiglia doveva nuclearizzarsi; le case da stabili dovevano diventare condomini e appartamenti. Masse di popolazione venivano travasate da una regione all’altra, per poter utilizzare e sfruttare manodopera a basso costo; e manodopera che sempre di più aveva un salario che bastava a sfamare il singolo e non più la famiglia per cui era necessario che anche altri componenti della famiglia entrassero nel mondo del lavoro - per prima le mogli, a salari più bassi (e dunque doppio affare per il capitale).

I processi non avvengono mai simultaneamente, e tendono a investire prima le classi più elevate e poi via via i ceti più bassi. Nel frattempo, ciò che accade alle classi più elevate, modello per le classi inferiori che tendono a imitare i ceti dominanti, rafforza il processo e il mutamento in atto.

La Milano attorno al 1960 è stata il centro del mutamento economico e sociale in atto. E il nuovo femminismo che qui nasce è fortemente influenzato sia dai mutamenti intercorsi all’interno della famiglia, che agli influssi culturali provenienti dagli Stati Uniti. E sono in gran parte figlie della buona borghesia dell’epoca. A un certo punto della sua autobiografia, Laura Lepetit dice che non avrebbe mai aderito ad un femminismo tipo quelle delle suffragette ottocentesche, vestite con tristi anonime camicette. È la “fronda” borghese che periodicamente si vede in atto, e che ora assume connotazioni di genere e di classe specifici. Negli anni Settanta si accoderanno a queste esponenti di classe provenienti anche dalla media e piccola borghesia, e dalla periferia.

Mentre le classi operaie e in parte contadine dell’epoca trovano nel PCI il proprio referente di classe, e proprio negli anni Sessanta il PCI compie un “salto di classe” trovando quadri all’interno della piccola e media borghesia (che sarà poi utile per l’evoluzione di questo partito in direzione riformista); e la fronda borghese costruisce la ribellione del Sessantotto universitario, poi sostituita dalla nuova ondata del Settantasette (con caratteristiche sociali peraltro diverse e dunque con caratteristiche di lotta diverse); il femminismo trova quale nemico unificante, l’antagonista, non l’oppositore di classe, ma l’altro sesso (il maschio). Mentre la critica di classe era tutto sommato tradizionale, e parte del percorso insito all’industrializzazione, la critica femminista è trasversale e dirompente, totalmente altra.

Un virus che ha posizionato in forme di fanatismo estremo alcune. Per sempre segnati sotto forma dello shock esistenziale alcuni dei compagni che non avrebbero mai immaginato di poter essere messi in discussione loro che pensavano di fare parte della generazione di quelli che invece erano “contro” (contro il capitale, contro la guerra del Vietnam, contro lo sfruttamento delle fabbriche ecc_), insomma le anime belle dei militanti puri e duri.

Forme di critica che entrambi i due partiti di massa dell’epoca, che egemonizzavano la politica parlamentare, avevano cercato di assorbire al loro interno. Per quel che posso sapere fin qui, la DC con forme un po’ blande e marginali - il PCI cercando di porre la “questione femminile” all’interno del discorso politico: di qui le forme del femminismo all’interno del sindacato; l’UDI; le commissioni e le pubblicazioni che il PCI a questo “tema” si impegnò puntigliosamente a dedicare. Tema appunto, assieme al ventaglio degli altri “temi” patrimonio del programma e della politica della Sinistra - la questione meridionale (via via sempre più sbiadita nel tempo), la mafia, l’occupazione ecc_. Cooptata all’interno della serie di “temi”, la “questione” veniva in questo modo depotenziata e resa innocua. Ma nello stesso tempo, in questa forma, veniva comunicata e veniva conosciuta tra le masse, uscendo fuori dai ristretti circoli femministi.

Gli anni Settanta sono stati in Italia gli anni in cui la critica dell’estrema Sinistra ha raggiunto l’apice, e ci si è accorti che questa critica (sia quella di classe che quella di genere) era non solo manichea ma anche assolutamente sterile. Solo che poi una volta che si è avviato il processo, non è più possibile tornare indietro. È tutto risolvibile solo con un massacro. È quel che è avvenuto. A questo massacro siamo sopravvissuti, perché poi nuove generazioni crescono (nel frattempo) e continuano a agire mutamenti sociali e strutturali che fanno comunque andare in direzione altra la società. Le generazioni che sono state protagoniste dello scontro, negli anni successivi hanno funzionato come reduci: segnati anch’essi, comunque, condizionati comunque da quello che avevano fatto e dal pensiero di cui erano portatori; per fortuna o per sfortuna, tutto sommato, poche migliaia di ex combattenti.

A cavallo degli anni Ottanta c’è un altro trapasso, un altro momento in cui viene a mancare il trasferimento culturale intergenerazionale. La vecchia generazione che non ha nulla da dire, e la nuova generazione sorda, che non sa nulla di quello che l’ha preceduta. È stata accusata, quella nuova generazione, di essere la generazione più ignorante tra quelle che si sono succedute nel dopoguerra. Totalmente ignare e avulse da qualsiasi elemento di politica, dopo che negli Settanta c’era stata una sovrabbondanza di politica. Già prima del 1989 il PCI aveva smesso di fare proselitismo presso le nuove generazioni, la politica era ridotta a gestione dell’esistente - dopo il 1989 l’ordine di scuderia fu: abbandonate la nave, si salvi chi può. Con tangentopoli, la diaspora dalla politica al privato interessò l’intera classe dirigente democristiana.

La mancata trasmissione indica sempre una cesura forte. Segno di un esaurimento (della fase precedente), perdita di conoscenze e saperi. Si butta via con l’acqua sporca anche il bambino. (Forse) solo questo il modo per poter ricominciare daccapo. Ma certamente il mondo non è più “come prima”.

Negli anni Cinquanta le madri sembrano non avere più nulla da insegnare, qualsiasi cosa dicono è sbagliato, sono accusate (quando va bene) di essere colluse con il patriarcato. Negli anni Settanta le madri sono le assenti, quelle che fanno figli a cui non badano perché impegnate in altre faccende affaccendate, una "mission" egoistica ed egocentrica ben più importante. Negli anni Novanta sono le nipoti che con pazienza provano a recuperare i brandelli dopo che il mondo postapocalittico o in attesa dell’apocalisse che è stato loro lasciato non va più avanti e sembra avere smarrito il futuro.

Negli anni Novanta c’è stata una ripresa, nelle nuove generazioni, della lettura di quello che quei movimenti avevano prodotto. Fenomeni di travestitismo, derivate (parte del fenomeno dei club e del cosplay); all’interno, inconsapevolmente dentro o più o meno consapevolmente contro, il nuovo paradigma neoliberista. Un “meglio che niente”, che permette di continuare a covare idee “altre”, all’interno di una società del consumo e dell’omologazione culturale. Le sopravvissute femministe degli anni Settanta, hanno nel frattempo vissuto sulla propria pelle i mutamenti: dei tempi e del vissuto. Le ragazze che erano sono diventate madri e poi nonne. E hanno cominciato a intuire la realtà del silenzio delle madri, e la consistenza - le ragioni reali - di quel loro strillare allora. In cui così tanti motivi si mischiavano - quanto di sbagliato e quanto di giusto poteva allora esserci. Un po’ troppo tardi - quando le loro madri spesso erano già morte - e quando ormai non c’era più nessuno a cui dire.

Il femminismo è ora mestiere delle nipoti.

Perché l’altro femminismo, quello ancora nelle mani delle femministe “di allora” mostra, immiserito, tutti i limiti di classe - il suo “peccato d’origine”.

È femminismo quello che lotta per le “quote rosa” e per l’equiparazione degli stipendi tra maschi e femmine, senza occuparsi del valore di quello stipendio rispetto al costo della vita? È femminismo quello che lotta per la toponomastica femminile, pretendendo di apparire (termine della civiltà televisiva) accanto a notori criminali e genocidi? È femminismo quello che salta dalla sedia ogni volta una femmina viene ammazzata da un maschio, e non si muove quando una femmina muore sul lavoro? È femminismo quello che nella ricerca storica esalta qualsiasi figura della storia del passato che sembra avere appartenenza di genere femminile, e prova a riscrivere la storia da una “prospettiva” altra anche a costo di creare una narrazione della storia e non una ricerca storica? È femminismo quello che non parla più dell’aborto e del sistema tutto italico delle “obiezioni di coscienza” dei medici cattolici?

Troveremo mai un punto d’incontro tra “Il corpo è mio e lo gestisco io” e “Pretendiamo l’impossibile”, punto d’incontro che ci permetta, a tutti noi - maschi femmine e cantanti - di realizzare e vivere in un mondo migliore, oltre che solo sognarlo?


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