La malvagità del bene e gli indifferenti
Mi capita spesso di assistere al passaggio veloce di bici o in gruppi folti e ridanciani di turisti, mentre sui marciapiedi tra cartoni, coperte, escrementi e residui di cibo...
Nella mia città oggetto di “overtourism” in modo accelerato e aggressivo, al punto da essere stata trasformata in breve tempo in un albergo diffuso senz’anima, si possono cogliere scene improvvise nelle quali scorgere la verità del nostro tempo. Nel capitalismo marcescente anche il “bene è malvagio” perché solo propaganda per legittimare il sistema. La “malvagità del bene” è l’espressione più vera con cui possiamo connotare il tempo in cui il male si veste con le parole del “bene” per poter acquietare le coscienze di tanti che restano abbagliati dalle belle parole. Eppure la verità è dinanzi a noi, ma resta distante e non pensata.
Mi capita spesso di assistere al passaggio veloce di bici o in gruppi folti e ridanciani di turisti, mentre sui marciapiedi tra cartoni, coperte, escrementi e residui di cibo consumati senza umanità languono poveri corpi distesi e increduli, intorno a loro solo scatolette, bottiglie, tanta plastica e coperte anche in estate. I viaggiatori nel loro desiderio di godimento non li degnano di uno sguardo, per cui scorrono veloci e scivolano verso le loro mete rigorosamente programmate.
Due realtà apparentemente distanti, ma in realtà sono “un’unica verità”. Molti non trovano casa, pertanto sono costretti a sopravvivere in condizioni disumane. Affitti carissimi, lavoro precario e pubblico disprezzo, tutto contribuisce a spingere migranti e non solo verso uno stato di abulia. Ci si lascia andare, non si vive da esseri umani, non si hanno speranze, pertanto le ore trascorrono sul marciapiede duro, nudo e bollente, non chiedono neanche le elemosina, perché sono precipitati in un doloro che li anestetizza.
Le case sono solo per i turisti che cercano sollazzi e nulla vogliono sapere della condizione di coloro che incontrano sul loro cammino. Rispettano solo l’imperativo del godimento. La loro presenza gradita a tanti, specie ai possessori di immobili, ha condotto ad una contrazione della possibilità di trovare casa. Molti degli uomini, sono quasi sempre uomini, che vivono sull’asfalto, non avrebbero potuto affittare casa, anche in condizioni più ordinarie, ma dinanzi a costi sempre più ardui hanno rinunciato anche a trovare lavoro, perché sarebbero comunque condannati all’indigenza per i bassi salari e per lo spietato sfruttamento. Sfrecciano veloci dinanzi a loro anche i locali, anch’essi ormai abituati alla loro presenza, non li degnano di uno sguardo, perché semplicemente, per loro, non esistono. Non si distoglie lo sguardo dalla loro condizione perché feriti e impauriti, in quanto essi sono una “non presenza” per cui non toccano né l’anima né la mente di molti. Colui che distoglie lo sguardo “sente la presenza” e la “sua impotenza”, mentre la massa, preda dei propri calcoli, non ha pensiero che per il proprio “ego”. Il capitalismo produce “egomostri in serie”. L’industria più produttiva del capitalismo fabbrica, è il caso di affermare, questo nuovo tipo antropologico.
L’atomizzazione sociale ha corazzato la sensibilità di tanti. Si vive in una armatura nella quale si eseguono solo calcoli e la realtà con le sue contraddizioni non vi entra. La scissione tra il proprio fragile e spettrale sé e la realtà mai è stata tanto profonda. L’individualismo ha eretto mura invalicabili da cui nessuno vuole e può evadere. Tutto si tiene assieme. Se il capitalismo può continuare la sua corsa che si esplica nel consumo delle comunità, della memoria e della sensibilità fino a fondare la società più anempatica della storia, lo si deve alla complicità delle vittime. Se a Gaza il genocidio è stato perpetrato e nelle nostre città la miseria è ormai palese, ma non è guardata, è grazie al corazzamento indotto dall’individualismo carrieristico e nichilistico.
Proliferano le individualità senza soggettività, poiché chi vive senza valutare il proprio tempo è solo il riflesso del sistema.Turisti, cittadini, politici, accademici sono formati e deformati dal capitalismo fino a rendersi complici inconsapevoli della realtà in cui tragicamente siamo precipitati. Il problema è dunque come raggiungere e penetrare nelle gelide corazze degli indifferenti. Le analisi geopolitiche e le denunce delle evidenti sperequazioni del capitalismo non producono scandalo e non hanno l’effetto di causare un riorientamento gestaltico.
Siamo dinanzi ad una realtà nuova e terribile che ci chiede e invoca di dare risposta alla domanda sul modo di raggiungere gli indifferenti o di diminuirne il numero esorbitante specialmente tra le nuove generazioni.
Questo è il quesito etico e politico che dovremmo porci per non restare incardinati in una condizione che al momento resta senza uscita. La forza del capitalismo e della sua febbricitante peccaminosità è nell’individualismo corazzato e senza profondità interiore, poiché le individualità corazzate rispecchiano il mondo sulle loro pelle metallica, lo inseguono, ma non lo pensano e sentono. Come trasformare il cuore di pietra in cuore di carne è, dunque, il vero problema.
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