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La mafia, un lungo paradosso non mafioso: intervista ad Attilio Bolzoni

"Dobbiamo fare i conti con una realtà nuova, che è sempre vecchia, ma è anche nuova; lo so, sembra un paradosso, ma la mafia cambia rimanendo sé stessa"

di francoplat - mercoledì 10 dicembre 2025 - 459 letture

Quando si chiacchiera con Attilio Bolzoni, giornalista e scrittore, sceneggiatore e autore teatrale, esperto del fenomeno mafioso per averlo raccontato e per raccontarlo ancora da oltre quarant’anni, non ci si deve preoccupare di trovare significati al di là delle parole. Perché i concetti, taglienti senza essere tranchant, arrivano sempre diretti e privi di ambiguità, per quanto arricchiti da un registro comunicativo piuttosto vario: indignazione, ironia, essenzialità e, insieme, pregnanza dei contenuti.

Dialogo con lui, in streaming, un sabato, il 20 ottobre. È una conversazione nel corso della quale si chiacchiera di mafia, quell’entità longeva e vitale, che – come paradosso estremo – cambia rimanendo sé stessa. È sé stessa, una mafia interrata, silente, che sparge meno cadaveri sul selciato, come, in fondo, ha sempre fatto, tranne nella delirante anomalia della fase stragista corleonese. Ma, al contempo, non è la stessa di sempre. Perché? C’è sempre più mafia, ci sono sempre meno mafiosi, così afferma Bolzoni, facendo riferimento all’incipit del suo ultimo libro, “Immortali. Perché la mafia è tornata com’era prima di Giovanni Falcone”. Sta a significare, spiega, che, mentre tanti di noi – alcuni giornalisti, fra gli altri – restano fermi nei paraggi di quella che definisce la “mafia degli emarginati”, a godere di ottima salute è la “mafia degli incensurati”, la borghesia mafiosa. La prima, se lo Stato decide di combatterla, non può che essere repressa; ma la seconda è cosa ben più trasparente e immateriale. È dotata di una sorta di talento alchemico: «in Italia, il problema sono i poteri legali, che si muovono illegalmente, e le mafie sono questo».

A garantire alla mafia degli incensurati un certo successo e una certa pacata impunità, ci pensano in tanti. Un governo che intende frammentare, spezzettare un impianto normativo antimafia di grande ingegneria, un’opposizione di “burro”, inconsistente, non di rado caratterizzata da una scarsa conoscenza del tema mafioso, che ha delegato la lotta alla mafia all’antimafia, «fottendosene». E, per sovrappiù, un’antimafia sgonfia, anche nelle sue associazioni più meritevoli, per storia e impegno, ma, ormai, prive di carica propulsiva. Al quadro, non può mancare il mondo professionale del mio interlocutore, il giornalismo. Anch’esso, come ogni segmento della realtà, muta con il mutare della società e lo scenario complessivo che Bolzoni dipinge dell’attuale giornalismo, con lodevoli eccezioni, è sintetizzato in una delle sue formule pregnanti: «i giornalisti bravi ci sono, ma non ci sono i giornali».

Come si è detto, non è tranchant, Attilio Bolzoni. La sua non è solo una frase a effetto, uno slogan incisivo chiuso in sé stesso. Nasce da un ragionamento di maggior respiro, come si potrà desumere leggendo l’intervista integrale allegata al presente articolo. I giornali ci sono, ma non sono più quelli in cui “senatori” e giovani leve, mastri e garzoni, discutevano insieme, affrontavano insieme l’elaborazione di un progetto editoriale, o in cui fermentava l’inchiesta, l’indagine. Più che una bottega, oggi, la redazione di un giornale – agli occhi del mio interlocutore – ricorda un’officina, dove le notizie vengono imbullonate dentro uno spazio un po’ cimiteriale, silenzioso, e privo di dialettica.

E la magistratura? Una parte della conversazione cade su Capaci e via D’Amelio, sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia, a partire da Portella della Ginestra, passando per il delitto Matterella, quello Moro, la politica fatta con le stragi e con la pistola. Una lunga storia repubblicana che ha vissuto un altrettanto lungo processo di destabilizzazione, ricamato sulle spalle, rassicuranti, dei mafiosi. I mafiosi, quelli che ammazzano e a cui è piuttosto facile addossare le responsabilità, le uniche responsabilità. E i processi per le morti di Borsellino e di Falcone diventano, nelle parole del mio interlocutore, parte della liturgia, un po’ fumosa e inconcludente, anch’essa assisa solo sulle facce sconce dei Riina, dei Bagarella, dei Provenzano, dei Graviano, dei Messina Denaro. Del resto, «il cratere di Capaci è troppo grande per entrare in un’aula di giustizia». E il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana, ossia quanto è avvenuto nel processo legato alla strage di via D’Amelio, si raggruma nella prescrizione e nell’assoluzione di tre agenti di piccolo rango. Un po’ poco per un cittadino che chieda, senza pigrizia, giustizia.

Esce un’Italia pesta dalla conversazione, quanto meno quella che non chiede favori agli amici degli amici, quella che prova a resistere, a non farsi prendere dallo scoramento, a non farsi raggiungere e aggredire dal sentimento che Corrado Alvaro ascriveva a una società ormai collassata sul piano della legalità e del civismo: «la disperazione più grave che possa impadronirsi d’una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile». Ma è a un altro scrittore che si rivolge il mio interlocutore, quando gli domando un consiglio di lettura sulle mafie; evoca Manzoni, infatti, e i suoi “Promessi sposi”, che, a suo giudizio, è il primo libro di mafia della storia dell’umanità.

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