La mafia trapanese, modello esemplare di Cosa nostra: intervista a Rino Giacalone
"Se cerchiamo il comune denominatore tra gli anni Ottanta e oggi, ne risulta che la mafia non c’è. Prima non c’era, perché non esisteva; oggi non c’è, perché è stata sconfitta. Ma non è così"
Quasi due ore di conversazione accompagnano il mio tardo pomeriggio di venerdì 1° agosto. A dialogare con me, anzi, a raccontare una certa mafia con mille particolari che aprono altre mille finestre problematiche, c’è Rino Giacalone, giornalista de “La Stampa”. Già ospite del liceo Cottini qualche mese fa, Rino – ci si dà del tu – ha accolto il mio invito a farsi intervistare e lo fa generosamente, senza risparmiarsi, fornendo uno spaccato della realtà mafiosa trapanese denso e problematico. La ricchezza di questo racconto la si potrà apprezzare nell’intervista qui allegata.
Tiene a precisare, fin dall’inizio, che il suo punto d’osservazione, ossia Trapani e provincia, è in linea con una frase pronunciata anche da Goethe, in base alla quale “il diavolo è nei dettagli”. Ossia, guardare al dettaglio trapanese significa ritrovare elementi riconoscibili, poi, a livello più ampio; osservare la periferia consente di comprendere meglio determinate dinamiche affioranti in una cornice geografica più ampia. Il dettaglio ingigantisce, per poter vedere meglio ciò che, in un quadro più ampio, resterebbe, magari, celato. In quali dettagli si nasconde il diavolo trapanese? Rino ne enumera molti, a partire dalle complicità e dalle cointeressenze tra mafia locale, politica, imprenditoria, finanzia, mondo delle banche. Quanto a quest’ultimo aspetto, il mio interlocutore ricorda che erano Falcone e Borsellino a sostenere che, a Palermo, c’era la mafia militare, mentre quella economica era stanziata, appunto, a Trapani.
La provincia di Trapani che vede la nascita della più grande raffineria di eroina d’Europa, nello specifico ad Alcamo; Trapani la cui società civile pare, da tempo, anestetizzata dal controllo mafioso sulla politica, sull’impresa, sulla stessa cultura; una società civile, una parte significativa della società civile, indotta a “perdonare” il politico, il burocrate, l’impresario – se non c’è una chiara sentenza di condanna – sospettati di contiguità con il mondo mafioso, perché abituata ad assolvere chi fa girare l’economia, non importa come, chi gestisce il potere, non importa come, purché qualcosa porti sul territorio.
Una società che, afferma il mio interlocutore, pare disaffezionata ai temi mafiosi, da sempre, poco incline a scendere in piazza dopo le stragi, gli attentati, la scoperta di politici – tra i quali spicca il senatore D’Alì, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa – presi con le mani nella marmellata. Il clamore per la morte di Mauro Rostagno durò un battito di ciglia, così come quello per la scomparsa di Barbara Rizzo e dei gemelli Giuseppe e Salvatore Asta, che salvarono involontariamente la vita al giudice Carlo Palermo, vero obiettivo dell’attentato; per Giangiacomo Ciaccio Montalto, neppure quel battito di ciglia.
Una società che sopravvive, più che vivere, e non se ne rende conto. Drogata non solo dagli stupefacenti, ma da un controllo serrato sulla comunità da parte di un coacervo di poteri, come si è detto sopra. Su questa comunità “drogata” cercò di intervenire proprio Mauro Rostagno – caro al mio ospite, tanto da essere stato proprio Rino a impedire, con il suo lavoro, che il caso venisse archiviato e derubricato non solo dalla coscienza civile dei trapanesi, ma anche dai tribunali locali – per svegliare la consapevolezza degli abitanti del territorio, per portarli su un piano di maggiore consapevolezza dell’evoluzione mafiosa, sempre più autonoma in politica e nel mondo delle imprese. Ma Rostagno non poté sviluppare fino in fondo il suo progetto “terapeutico”, perché il padrino con il bisturi, Francesco Messina Denaro – padre di Matteo – considerava una gran camurrìa quel continuo riferimento televisivo alla mafia. E, con Vincenzo Virga, decretò la morte del giornalista torinese.
In questa realtà così complessa, operare come cronista – racconta Rino – è molto difficile. Vuoi per le difficoltà di chi deve riferirsi agli affari torbidi del potere – con le connesse querele che piovono da tutte le parti – e vuoi, appunto, per la disaffezione della comunità nei confronti di un tema, quello mafioso, che si preferisce espungere dal proprio orizzonte, dimenticando. Del resto, Trapani, in questo senso, è solo un modello, un modello esportabile a livello nazionale, là dove si provi a verificare lo stato dei lavori del mondo dei media rispetto a quel tema. A che ora sono collocati, nei palinsesti televisivi, i programmi che parlano di mafia? E che fine hanno fatto i grandi reportage? Ciò in un Paese nel quale il potere legislativo strozza, ogni giorno di più, la possibilità di una libera informazione in grado di raccontare ai cittadini gli abusi del potere.
Il cronista di periferia racconta, anche davanti alle perplessità e allo scetticismo. Racconta il cronista Rino Giacalone per un fatto con – e dinanzi ai - corpi straziati di Barbara Rizzo e dei suoi bimbi. Racconta la cronaca locale, con uno sguardo tutt’altro che miope a quella nazionale e a quella al di là delle Alpi, dove dimorano placidi i capitali mafiosi. Racconta il cronista anche quando – ed è la sua più grande amarezza – viene condannato per diffamazione nei confronti del defunto boss Mariano Agate, che aveva definito “pezzo di merda” in virtù della sua appartenenza a quella “montagna di merda” che è la mafia, giusta la lezione di Peppino Impastato.
Non è solo amarezza la vita del cronista. È soddisfazione quando costruisce relazioni umane profonde con alcuni dei familiari delle vittime innocenti delle mafie; è soddisfazione quando può raccontare la sua terra fuori dalla sua terra, a Torino come a Genova, in una scuola come in un’università. È soddisfazione, per quanto questo Rino non lo dica, aver mantenuto il punto, il bisogno di non sottrarsi a un impegno professionale e, prima ancora, morale: guardare, ascoltare, narrare senza la pretesa di divulgare il Verbo.
Trapani è un paradigma della società italiana, a dirla tutta. Una sorta di frattale in cui gli abusi di potere, la fragilità del tessuto democratico, l’indifferenza dell’opinione pubblica sono oggetto della cronaca di Rino Giacalone da decenni e, come lui, di decine di giornalisti di periferia, che hanno narrato e narrano una realtà complessa, aggrovigliata, a un pubblico che, non di rado, è indotto a pensare che il giornalista di turno che parla di mafia «sia uno che il pericolo se lo costruisca a propria immagine e somiglianza, per “battere cassa”. Ma non è così».
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