La mafia, la politica, l’informazione: intervista a Franco Nicastro
Una mafia che si presenta come “sostenibile”, una mafia dal volto amico, attenta al consenso e mai dimentica della forza di intimidazione che la caratterizza da sempre
Giornalista siciliano di grande esperienza, e saggista, Franco Nicastro si presta a una conversazione nel primo pomeriggio di un giorno agostano. Colpisce subito, nel suo eloquio, la volontà di definire con esattezza il portato dei contenuti, la cura nell’espressione, quasi come se stesse scrivendo. Non arriva quasi mai una parola per caso, una definizione approssimativa. Come per altre conversazioni della rubrica, è possibile apprezzare più compiutamente le riflessioni del mio ospite nell’intervista integrale allegata.
Forte di questa chiarezza comunicativa, il mio interlocutore affronta alcuni temi fondamentali del fenomeno mafioso, a partire dall’evoluzione che le consorterie criminali hanno subito nel corso del tempo. Un’evoluzione, una trasformazione che, in parte, è un ritorno al passato, il superamento della fase più roboante della guerra portata allo Stato durante il periodo stragista. Una mafia che, riprendendo l’idea di realtà sommersa auspicata da Bernardo Provenzano, si presenta come “sostenibile”, una mafia dal volto amico, attenta al consenso e mai dimentica della forza di intimidazione che la caratterizza da sempre.
Una mafia longeva, sicuramente. Perché, dottor Nicastro? Il giornalista risponde che tale longevità è dovuta a svariati fattori, a partire dalla capacità dei clan di intrattenere rapporti collusivi con i pubblici poteri, così come dall’essere stata in grado di «ridurre la distanza o la differenza tra il lecito e l’illecito», muovendosi nel limbo della legislazione ed essendo, inoltre, favorita dal fatto che è mancata la volontà politica di mettere la questione mafiosa al centro dell’agenda pubblica. Tale mancanza, sottolinea il mio interlocutore, è diventata quanto mai evidente oggi, come attestano gli interventi volti a scardinare, gradualmente, la normativa elaborata negli anni Ottanta in tema di contrasto alle mafie. E, dentro questo quadro di sfilacciamento del contrasto alle mafie, di costruzione di un sapere approfondito sulle vicende più nere della nostra storia repubblicana, Nicastro colloca anche le iniziative di una Commissione parlamentare antimafia che pare allontanarsi da una lucida e appropriata ricerca delle verità sulle nostre stagioni controverse, a partire da quella stragista.
Proprio il riferimento alla commissione presieduta da Chiara Colosimo, consente un passaggio importante della conversazione con il giornalista siciliano, quello, cioè, relativo al valore della sentenza giudiziaria quale discriminante per “assolvere” eticamente e politicamente un imputato. Nicastro ribadisce più volte che non è necessario, tanto per il ceto politico quanto per l’opinione pubblica, attendere l’esito di un processo per valutare la condotta, appropriata o meno, di un soggetto accusato di comportamenti illeciti. Sulle spalle della magistratura si addensa una responsabilità enorme, già colta con acutezza da Paolo Borsellino nel suo discorso agli studenti di Bassano del Grappa, quando osservò che la moralità di un personaggio – politico, imprenditore ecc. – non necessariamente va valutata sulla base dell’esito di un iter processuale, perché la mancanza di prove a suo carico non implica, necessariamente, la sua completa innocenza.
Nicastro riprende questo tema, suggerendo, appunto, che la magistratura sta supplendo ad alcune carenze o inerzie dell’iniziativa politica. Al quadro di un sostanziale arretramento sul piano del contrasto alle mafie, soprattutto in ambito politico, si affianca, poi, un tema inscrivibile nella stessa cornice: le trasformazioni del mondo dell’informazione e la correlata diminuzione del tema mafioso dal sistema mediatico. L’informazione cambia, si velocizza, si spettacolarizza, e cambia pure l’approccio giornalistico all’indagine, sempre meno lavoro autonomo di scavo da parte del cronista e, sempre più, dipendente dall’iniziativa investigativa altrui; quella giudiziaria, ad esempio. Cambia anche il ruolo del cronista: da un lato, sempre meno centrale nella società e, dall’altro, sempre meno protetto sul piano professionale dall’uso intimidatorio di querele che lo vincolano, lo impacciano, impediscono la sua piena e totale libertà espressiva. Tutto ciò indebolisce l’informazione, la trasforma, rendendo meno pressante e critica l’azione giornalistica, meno vitale, con poche eccezioni.
Il giornalismo di scavo, l’autonomo e coraggioso lavoro di indagine, è, fra le altre cose, rievocato nella figura e nella scomparsa di un cronista di punta de “L’Ora”, Mauro De Mauro. Nicastro ha analizzato in bel volume curato con Vincenzo Vasile – “Mauro De Mauro. Il grande depistaggio” – i misteri, tutt’altro che risolti, attorno al caso del giornalista prelevato sotto casa da alcuni uomini, nel settembre 1970, e mai più ritrovato. Un caso che apre una riflessione del mio interlocutore sulle vicende torbide della nostra storia repubblicana, che giungono sino a noi, ancora alle prese con un passato denso di ombre, nella consapevolezza non così remota – precisa Nicastro – «dell’esistenza di poteri occulti, che avevano anche delle diramazioni internazionali e politiche di una certa rilevanza».
C’è tempo, ancora, per dialogare del suo ruolo di direttore di una testata giornalistica legata al Centro studi Pio La Torre, ossia “A Sud’Europa”, fondata dal suo amico e collega Angelo Meli nel 2007, che, dopo la sua scomparsa, è passata, appunto, nelle mani di Franco Nicastro. Una rivista che non ha fretta, si potrebbe dire, che predilige la riflessione pacata alla notizia spettacolizzata e lanciata all’opinione pubblica, che vuole approfondire e non solo informare, cercando di mantenere anche la cura formale.
Una rivista che assomiglia a Franco Nicastro, al suo eloquio, alla sua lucida analisi dei temi trattati per circa un’ora. Un pensiero lontano dai manicheismi e dalle soluzioni facili, i primi e le prime a portata di mano, abituato a interrogarsi sulla dimensione problematica dei fenomeni e degli accadimenti che lo circondano, a comprendere prima ancora di giudicare. Il che dà la misura della caratura intellettuale e umana del mio interlocutore.
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