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La lucida follia dell’esplorazione marziana

Ho partecipato a un interessante seminario gratuito e aperto a tutti dal titolo “The European way to Mars”...

di Alessandra Calanchi - giovedì 18 giugno 2026 - 401 letture

Ho partecipato a un interessante seminario gratuito e aperto a tutti dal titolo “The European way to Mars”. L’organizzazione a monte è, naturalmente, la Mars Society, con sede negli USA e con Robert Zubrin presidente, ma l’iniziativa è partita dalle varie “costole” disseminate in Europa. Italia compresa.

Sono stata socia per anni della Mars Society, da cui mi sono staccata per varie ragioni, ma continuo a ricevere le newsletter e tutto sommato non mi dispiace, perché in questo modo posso continuare a vedere cosa combinano quelli che sognano una “massive colonization” sul nostro pianeta-vicino di casa.

Nel seminario, tenutosi online, in inglese, dalle 20.30 ora italiana del 16 giugno, si sono succeduti sei relatori da vari paesi, fra cui una donna (evviva!) e un italiano, Antonio Del Mastro (non mi risultano parentele con l’omonimo politico). I partecipanti, con momenti di maggiore o minore presenza, erano circa una novantina. L’iniziativa è stata presentata come “la prima conversazione europea sul futuro dell’esplorazione di Marte”.

Gli argomenti variavano dalle simulazioni di missioni (Gernot Grömer) all’impatto delle radiazioni cosmiche sul corpo umano (Sarah Baatout), dai vari tipi di energia necessaria per portarci su Marte (Jean-Marc Salotti) all’industria europea (Antonio Del Mastro), dalle opportunità di mercato e dalle metodologie necessarie ad assicurare una permanenza sul pianeta (Pierre Brisson) alla progettazione di materiale e tecnologie (Krzysztof Zarsaka).

Tutto tanto interessante quanto controverso; e ammetto che mi sono divertita, a partire dal facile gioco enigmistico di sottrarre la vocale iniziale di emission (parola usata da Brisson a proposito della sostenibilità energetica) per evocare la vera parola chiave, che è mission. Del resto, “chi andrà su Marte è già nato”, e si stanno facendo tali progressi che “tra ottant’anni le maggiori innovazioni verranno più da Marte che da qualsiasi paese della Terra” – così dice Grömer, a cui si allineano con entusiasmo Del Mastro, che elogia i brand italiani (fra cui il BG-suit creato a Bergamo), e Brisson, che ha già una chiara visione di una “presenza umana permanente su Marte”. Non meno cauta Baatout, che pur studiando l’impatto dello Spazio sul corpo umano dichiara senza esitazione che “Marte è nel nostro DNA”. D’altra parte, tuttavia, Salotti ammette che ancor oggi, nel 2026, la scelta dell’energia più adatta per garantire le missioni (chimica, termica, nucleare, a propulsione elettrica) è ancora in discussione, e Del Mastro lamenta il fatto che l’Europa è “troppo frammentata”.

Accanto agli interventi, si svolgeva in chat quel consueto seminario parallelo che chi frequenta gli eventi online ben conosce. Molti si sono presentati, citando la propria nazione d’origine – Finlandia, Portogallo, Francia, Libano, Florida, Germania, Algeria, Lussemburgo, Serbia, Belgio, Turchia, Polonia, Islanda, Paraguay, Texas, e ovviamente l’Italia, più i timidi che non si sono palesati. E la mia prima osservazione riguarda proprio la varietà di luoghi, che ho vissuto come la cosa più emozionante. Persone collegate da tante diverse parti del mondo, unite dal comune interesse per questa lucida follia dell’esplorazione / espansione / colonizzazione marziana.

Mi sono sentita vicina a tutti e tutte loro come in un girotondo cosmico – casca il mondo, casca la Terra – e, soprattutto, come se intanto, nel mondo, appunto, non stessero avendo luogo le tragedie che si stanno consumando: guerre, genocidi, sopraffazione, corruzione, disuguaglianze, dittature, torture, vendita di armi, e la lista potrebbe continuare coi disastri ambientali che l’uomo (e non la natura, o il Fato) hanno innescato.

Com’è possibile questo paradosso? La serietà con cui nella Mars Society europea si stanno facendo simulazioni in Oman (che non è di fatto in Europa, ma, a parte la temperatura, assomiglia molto a Marte); la perspicacia con cui si sta pensando di usare Phobos come magazzino di viveri e altri materiali (grazie alla sua gravità bassissima); la tenacia che tutti loro dimostrano – insomma, sarebbero tutte doti encomiabili se le avessero i nostri mediatori e negoziatori che non stanno cavando un ragno dal buco in politica estera, e non solo in Europa. Invece no. Tutti i loro sforzi sono indirizzati a raggiungere Marte, il prima possibile.

Per il bene di chi? È la domanda più ovvia. E la più dolorosa. Perché se tutto il mondo fosse in pace, se tutti e tutte godessero degli stessi diritti e delle stesse risorse, se il clima non fosse impazzito, l’espansione su un altro pianeta – finalizzata ad assicurare, per esempio, un po’ di spazio supplementare a un pianeta sovrappopolato, e rispettosa del territorio extraterrestre – potrebbe pure essere sostenibile, con le dovute garanzie. Ma sappiamo bene che non è così.

Il fatto è che – anche se quelle citate sono bravissime persone che hanno tutta la mia stima e il mio rispetto anche solo per il fatto di fare ricerca e perseguire degli ideali – siamo stati catapultati dentro la lucida follia di un gioco multimiliardario, feroce, aggressivo, che non si cura nemmeno più di indossare la maschera dell’ipocrisia. Mentre altri giocano a Risiko, qui si gioca a Terraforming Mars. La teoria postcoloniale ha lasciato il posto a un neocolonialismo interplanetario che non guarda in faccia nessuno, ma si inchina ai potenti della Terra.

Che fare? Io leggo e rileggo con nostalgia i classici dell’utopia di fine Ottocento, dove su Marte si incontravano le anime dei defunti o grandi spiriti filantropici, egalitari e rispettosi delle differenze (di genere, etnia, classe, credo religioso). Libri sottratti all’oblio grazie al Gutenberg Project, di cui finora solo uno è stato tradotto in taliano Paralleli pericolosi (1893, trad. 2021), ma ci stiamo lavorando.


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