La lotta di Matteo al Covid-19

Matteo, temendo l’imperversare del Covid-19 e soprassedendo alla sua paura di volare, senza pensarci due volte, il 22 febbraio salito su un jet da dieci posti si trasferì in Nevada.
di Deborah A. Simoncini - mercoledì 1 aprile 2020 - 749 letture

Matteo, temendo l’imperversare del Covid-19 e soprassedendo alla sua paura di volare, senza pensarci due volte, il 22 febbraio salito su un jet da dieci posti si trasferì in Nevada. Anchilosato dall’artrosi, dopo aver appena appoggiato la testa allo schienale, avvertì un lieve dolore al collo. Tirata fuori la scatola di antidepressivi, la aprì chiuse gli occhi, ne ingoiò due senz’acqua e aspettò che iniziassero a fare effetto. Il velivolo, appena si impasticcò, si sollevò dalla pista. La stanchezza gli appesantì il corpo e lo spirito e gli occhi gli si chiusero. Per sua fortuna si addormentò. Durante il volo l’aereo andò incontro a una zona particolarmente turbolenta, costretto a effettuare un’imbardata, rimbalzò e vibrò, per poi assestarsi di nuovo. Matteo nel sonno sbuffò, ma non si svegliò. Come meta ideale aveva scelto la città-bordello dove avevano fatto di Lug, l’antico dio del gioco d’azzardo, un tiranno attivo.

Nessun abbraccio e nemmeno un bacio sulla guancia quando all’arrivo fu accolto da Mina Menegazzi che l’aspettava pronta a sostenerlo. L’epidemia gli aveva preso la testa più del dovuto. “Gentilissima Menegazzi Mina grazie per essere qui… In Italia continuavano a ripetermi qualche giorno e tutto ritorna normale, qualche settimana e si risolve… Ma come fare a fermare ciò che cresce sempre più in fretta? Sono ipocondriaco, ho paura di ammalarmi, di finire rottamato e non sto sereno. Altro che molta forza, molto sacrificio, molta pazienza… Chi mi garantisce che ho gli anticorpi giusti?

Io so che se ci si aspetta l’impossibile, o l’altamente improbabile ci si espone a una delusione ripetuta. Il pensiero magico conduce diritti diritti all’angoscia. Se la quarantena fallisce il numero delle vittime comincerà ad aumentare. Per fermare davvero il contagio ci vuole un vaccino. Ma come si fa se il vaccino non c’è? Mi dicono che per arrestare l’epidemia bisogna ridurre il numero dei suscettibili e bloccare la reazione a catena. Sostengono che il potere dei vaccini è matematico che i vaccini salvano dal virus e dall’epidemia, ma come far passare i Suscettibili a Rimossi, senza ammalarsi? Impreparati, senza anticorpi e vaccini tutti siamo Suscettibili. Basta resistere il tempo necessario?

Il pensiero intuitivo talvolta è errato e superare il limite è molto pericoloso. Ci sono situazioni in cui c’è sempre qualche dilemma e il solo coraggio è la rinuncia. Una lezione di prudenza. E io ho rinunciato all’Italia, dove si è chiuso quasi tutto. I legami sono in parte compromessi e c’è molta solitudine. In Italia si è detto: dobbiamo restare a casa, liberi, ma agli arresti domiciliari. Come potevo starci io che ho un bisogno disperato di essere con gli altri, tra gli altri, di stare con gli altri, a meno di un metro dalle persone che per me sono tutte importanti. La raccomandazione è di evitare le concentrazioni di persone, mantenendosi a distanza di sicurezza dai colpi di tosse e dagli starnuti. Ma io non posso e non voglio rimanere in casa ingrugnito: non consentirò ad alcun virus di mettere in crisi la mia socialità. A Las Vegas il gioco ha le sue regole, le sue strategie e i suoi scopi. Mi accaso qui, per ritornare alla mia routine. Non preoccuparti Matteo: “nel sottotetto, con il soffitto spiovente, ti aspetta una stanza spaziosa e accogliente. Il mobilio funzionale: un letto matrimoniale con tutta la biancheria, un comodino, un armadio a muro e una scrivania con sedia.

In tuo onore ho denominato Renzi’s house un bagno pubblico, o meglio una casa di tolleranza dove in molti si recano per essere liberi da ogni limite. Il motto è: “Ho voluto glorificare Dio per mezzo del mio corpo”. Matteo stentava a credere a tanto benedire. Alle 0:45 del 29 febbraio, il papillon ben allacciato, facendosi aria con la mano, pur senza una goccia di sudore, nell’incedere sicuro, con la sua camminata serpeggiante, attraversò, scarpe nere a tacco basso, dalle suole sottili, l’ingresso del casinò Harral’s. La musica era ad alto volume, le risate e il suono delle slot-machine diffusi ininterrottamente. Gli arrivava alle orecchie non un suono vivace, ma un rumore rigurgitante. Stavolta faceva proprio sul serio. Andava a letto all’alba, si alzava nel pomeriggio e non capiva più che giorno fosse. Colto dalla sindrome di Las Vegas, si fece prendere talmente dal gioco e dai vari spettacoli che, persa la cognizione del tempo, si dimenticò di mangiare per un intero giorno. Quando sentì la fame e si rese conto di essere a digiuno, trangugiò un pasto superabbondante. Si lamentò perché per antipasto avevano avuto l’ardire di servirgli delle aringhe bruciacchiate. Masticava con l’aria pensosa e gli occhi vagavano dal soffitto alle pareti. Infilzò per secondo un pezzo di carne intero e si portò la forchetta alla bocca.

Inghiottì, appoggiò le posate e si asciugò la bocca con un tovagliolo. Soddisfatto tagliò in due una patata. Il sangue gli defluì dalla testa e si concentrò allo stomaco. Appena si alzò perse i sensi nel bel mezzo del ristorante. Se fosse svenuto con la bocca piena avrebbe corso il rischio di soffocare. Aveva già rischiato un infarto alle slot-machine, quella volta che all’improvviso sfiorò il colpaccio. Il primo aprile telefonò ai suoi amici e raccontò di aver sbancato. Mentiva spudoratamente, ma aveva il talento del bugiardo doppiogiochista. So che il panno verde e la roulette uniscono e separano incessantemente e quando il gioco diventa ossessione ci vuole pazienza, per non esitare nel corpo e nella mente. Lo sguardo sfuggente, il volto indecifrabile, i movimenti lenti, studiava ogni postura. Sentendosi osservato, accortosi degli sguardi di interesse che gli lanciavano, era diventato diffidente. Nei suoi occhi che incutevano timore c’era una nota di cattiveria. L’uomo dagli occhi porcini malvagi e fiammeggianti, con un sorriso giallastro gli si avvicinò e gli sussurrò: “il mito viene prima della scienza e della religione, spiega il rito, ma è innanzitutto un racconto. La chimera era un animale composito: la testa di leone, il corpo di capra e la coda di serpente.” A quelle parole un morsa di paura lo paralizzò. Il freddo lo gelò dentro. “La dottrina è un mistero che non va divulgato. Pene e gioie sono assegnati allo stesso modo dagli dei. Il saggio che attraversa il dolore si istruisce, il dolore lo esalta. Resiste e si oppone alle forze della distruzione. Dai ascolto a me che sono guidato dall’esperienza e in tutta verità sono competente: per giocare ci vuole stile. I dadi, con le dita porcine, bisogna saperli lanciare, con tocchi leggeri, accompagnarli con gli occhi e amministrali. Sferza l’aria. Il risultato lo devi cercare con i tuoi stessi occhi.

Guardati intorno, annota nella mente, conta e rumina in silenzio. Allunga le mani vogliose, ma ficcati bene in testa che devi saper disporre bene le carte. Esprimi con le dita messaggi segreti e accenna col capo, ma non rivelare i tuoi pensieri. I dadi non sono corpi rigidi ed estesi che mantengono la propria forma e se distribuisci discretamente l’energia otterrai risultati coerenti. Nota, con il tuo istinto da “gazza ladra”, i difetti altrui e cela le tue magagne. E’ stato il gioco che ha addolcito il tuo carattere di fanciullo terribile, non a caso ti chiamavano Menalo. La notte e il vino (l’acqua checché se ne dica fa male) cantano la bellezza, ma per saper vincere l’una e l’altro, non devi fidarti troppo della luce: inganna. Stai attento al pubblico, soprattutto se si presenta docile e fiducioso. Non sei chiamato a dare spiegazioni. Localizza esattamente le carte quando le allinei e tagliale con cura. Così riesci a penetrare profondità inesplorate. Il tavolo da gioco esiste solo nella misura in cui esisti tu, nel momento in cui giochi. E’ una possibile chiave di volta, anche se la posizione e il momento non si possono misurare simultaneamente. Lasciati guidare intimamente dalle tue intuizioni, ma ritrarsi è una proprietà essenziale.

Matteo alzò le spalle e senza dire niente fissò il croupier e gli sussurrò: “Tra te e un portaspilli non c’è differenza alcuna.” Questi, con lo sguardo meravigliato, aggrottò la fronte e ribadì: “il mondo non sta per finire e tu non la farai franca. L’epidemia ha iniziato ad assestarsi e si va arrestando perché abbiamo avuto la fermezza di resistere il tempo necessario. Per diminuire le probabilità del contagio, abbiamo corretto i nostri comportamenti, e reso difficile al virus di passare da una persona all’altra.” Matteo rialzò nuovamente le spalle e fece finta di non aver sentito. Nessuno di quelli che gli stavano accanto capì perché rimanesse con uno sciocco sorriso stampato sulla faccia.

Le mani gli sudavano e con l’inumidirsi della carta rischiava di sbavare l’inchiostro. Stringeva strettamente in mano un foglio: il testamento contenente tutte le sue ultime volontà. Il messaggio gli era arrivato via mail, col computer. Gli avevano dato l’ordine di uccidere. Si sentiva il petto stringere per la paura oscura, fredda e viscida. Non riusciva a respirare. Temeva di provare dolore. Abbassò lo sguardo e frugò nelle tasche alla ricerca di qualcosa. Prese la pistola per l’impugnatura. Non si poteva permettere nessuna incertezza. La Beretta era fredda, pesante e scivolosa. Aveva un odore metallico e oleoso. Borbottando parole senza senso si asciugò la fronte e bevve dell’acqua. La mente disorientata e confusa, fissò gli occhi lucidi e scintillanti. I denti gli battevano rumorosamente. Un tremito gli scuoteva il corpo. Le sue mani tremavano, temeva l’avrebbero potuto tradire nel compiere la missione che gli era stata affidata.



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