La lotta continua: intervista a Graziella Proto
«Ma cosa dobbiamo vedere ancora? Non ci bastano le guerre, non ci basta la mafia, non ci basta la schiavitù? Cosa vogliamo vedere ancora per ribellarci»?
Dialogo con Graziella Proto a distanza, su una piattaforma. Un’ora e mezza di conversazione, serrata, che spazia dalle sue riflessioni sul fenomeno mafioso ad alcuni aspetti della sua vita, fra i quali spicca, con netta evidenza, l’incontro con Giuseppe Fava e la personalità eclettica del compianto giornalista ideatore de “I Siciliani”. Graziella dirige un’evoluzione di quella rivista, “Le Siciliane Casablanca”, con una determinazione e una forza d’urto che traspare anche dalla conversazione avuta con lei e di cui si riproduce la versione integrale in allegato.
La mafia, agli occhi della mia interlocutrice, è un fenomeno che ha nella capacità di adattamento al contesto storico e ai suoi mutamenti il suo punto di forza. Una realtà criminale duttile, dotata di una solida capacità di penetrazione nel tessuto politico-economico di una determinata comunità, ma a cui queste brillanti “virtù” non basterebbero se non avesse ricevuto e non ricevesse, da decenni che sono due secoli, il decisivo contributo della “borghesia mafiosa”, dell’area grigia, dei colletti bianchi, ma anche di una parte delle masse popolari che intravedono in lei una sorta di dispensatore di servizi, alternativa allo – e decisamente più efficace dello – Stato. Le consorterie criminali non possono che brindare agli spazi che si aprono loro grazie alla mancanza di coesione del mondo dei lavoratori, figlia di una realtà economica e culturale che quella solidarietà ha sfiancato. E non possono che gioire dinanzi alla crisi delle istituzioni, alla loro debolezza, all’assenza dello Stato in situazioni emergenziali, come fu quella del Covid. Il cartello che, nel corso di una manifestazione per il lavoro a Palermo, recava la scritta: “Viva la mafia perché mi dà il lavoro” è una netta attestazione della percezione dei clan tra i ceti popolari.
Ma non tutto è fermo e non tutto si ripete allo stesso modo. È una mafia che ai suoi occhi appare, nelle figure dei boss attuali, meno prestigiosa e autorevole. Una criminalità «cenciosa», separata dall’aristocrazia mafiosa vera e propria, per quanto egualmente pericolosa. Soprattutto perché silente, inabissata, dal profilo volutamente basso, disseminata tra i luoghi del potere politico e del potere economico, magari le grandi multinazionali. Matteo Messina Denaro lo presenta, fra le altre cose, come il punto di riferimento delle Despar nazionali. Una mafia pericolosa per la sottrazione, costante e crescente, degli spazi democratici, dalle elezioni di candidati di chiara estrazione mafiosa alle gare d’appalto. Ma anche una realtà criminale che si colloca in un contesto in parte diverso da quello di alcuni decenni fa. I collaboratori di giustizia, i testimoni di giustizia, la validità del sistema giudiziario e delle leggi testimoniano di alcuni cambiamenti di non poco conto.
Dunque, c’è da sperare che le mafie si estinguano? Non so, risponde Graziella. Certo, ritiene che per portarle all’estinzione sia necessario muoversi in maniera diversa da quella odierna. In particolare, rileva nell’approccio meramente repressivo da parte dello Stato un limite enorme nella lotta alle consorterie criminali. Perché il fenomeno è culturale, non basta la magistratura. È dalla scuola, fra le altre cose, che dovrebbe partire il contrasto; ma come farlo se alcuni dirigenti scolastici, alcuni insegnanti sono, di fatto, lontani dal tema o a esso poco sensibili? «Le scuole sono chiuse», ripete la mia interlocutrice, e non si riferisce certo alla chiusura fisica degli edifici. C’è bisogno che i giovani sappiano, che conoscano, perché la conoscenza – e qui inserisce l’amico, collega Giuseppe Fava – consente agli individui la scelta, da una parte o dall’altra, purché sappiano.
E, allora, la conoscenza diventa un elemento del nostro discorrere. Una cultura segnata, a suo giudizio, dal ventennio televisivo berlusconiano, dall’allentamento dei temi civili, dall’uso spregiudicato e spettacolare della notizia, dall’ingordigia dello scoop, privo, però, di approfondimento. Qui, ritorna Fava, il suo magistero giornalistico, quello che chiedeva a sé stesso e ai suoi collaboratori – fra cui Graziella –, ossia cercare con cura, scavare, approfondire, confrontarsi e, soprattutto, rispettare tutti, sempre. Un giornalismo che disertava la notizia priva di analisi e che fece cadere il velo sulle mafie: «non si può immaginare quanti mafiosi sono stati scoperti con i quali in molti si andava a braccetto». Quel Giuseppe, Pippo, Fava che pagò il suo coraggio e la coerenza di un giornalismo che si diceva etico perché lo era. Il ricordo commosso e appassionato di Fava si condensa in un episodio, un regalo di evidente grammatica mafiosa (per come lo percepì, correttamente, il giornalista) da parte di uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa: Graci. Giuseppe Fava, allora, di cui Graziella cuce un ricordo ancora commosso e colmo di stima, di ammirazione. E con il quale dichiara di avere in comune, fra le altre cose, l’ironia e l’autoironia. Un velo anche l’ironia, come lo schernirsi quando le domande diventano più personali e portano, magari, a un resoconto provvisorio del suo personale impegno civile e intellettuale. Non so, veramente, risponde; credo di non aver cambiato il mondo, ma sono altrettanto certa che il mondo non ha cambiato me. Avrei potuto fare di più, ma c’è ancora tanto da fare, magari per quel pubblico di affezionati che aspetta di comprenderlo meglio, questo mondo. C’è ancora tanto da fare perché questo mondo resta graffiato da tanto, troppo dolore: «ma cosa dobbiamo vedere ancora? Non ci bastano le guerre, non ci basta la mafia, non ci basta la schiavitù? Cosa vogliamo vedere ancora per ribellarci»?
Graziella Proto continua. Non ha intenzione di mollare la battaglia. Dice di non essere soddisfatta di sé, ma tiene il punto. Da una visuale particolare, che esplicita con la consueta autoironia: spesso – afferma – vedo negli altri tante capacità e io mi «mi sento sempre piccina piccina, come una formica in groppa a un elefante». Una formica, andrà pur detto, unica donna giornalista tra quelli minacciati dalla mafia, vincitrice del premio “Adolfo Parmaliana” per la libertà di stampa e di espressione, chiamata più volte in Spagna a dialogare del fenomeno mafioso con i dottorandi, pronta a girare tra scuole – quando sono aperte – e associazioni antimafia, a raccontare, da anni e con coraggio, non scampoli di storie – come i giornali e le televisioni di Mario Ciancio Sanfilippo – ma storie complesse e complete. Perché ognuno di noi, conoscendo, possa scegliere da che parte stare.
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