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La guerra e gli dèi

Ancora su The Odyssey di Christopher Nolan

di Alessandra Calanchi - venerdì 7 agosto 2026 - 1380 letture

Siamo lontani dai tempi in cui, con quel residuo di autostima occidentale che chiamavamo postmodernismo, Tom Stoppard dedicava a Rosencrantz e Guildenstern un ruolo da protagonisti nel film omonimo (1990) e Peter Greenaway rivedeva a modo suo La tempesta di Shakespeare (Prospero’s Books 1991). Ma, come scrive Evaristo Lodi, “Quando una civiltà declina e collassa lascia un panorama di desolazione sia per chi vive la decadenza sia per le generazioni a venire”. Credo che il film sia da leggere proprio in questa chiave. La decadenza. Lo scrive anche Alessandro Agostinelli su Estate Riformista (6 agosto): il film ci parla da una posizione di decadenza e presenta esplicitamente un rimarchevole tramonto a Occidente.

Altro che tramonto. Siamo in caduta libera e l’unica prospettiva legittima a cui possiamo aspirare – sembra dirci Nolan – è tenere insieme, se non i popoli, almeno le pulsioni (woke e anti-woke) degli spettatori globali. Povero Harold Bloom, se sapesse a che si è ridotto il Canone Occidentale (1994)! Sì, perché, come dice ancora Agostinelli, The Odyssey è un film che non esce dal canone. Conoscendo i film di Nolan, io mi sarei aspettata un’operazione più coraggiosa – non dico come fece l’americano Nathaniel Hawthorne nel 1835, quando ridusse l’Odissea in poche pagine nel suo Wakefield, storia di un uomo qualunque che va via di casa e resta lontano (seppur nella strada accanto) per vent’anni, poi, come niente fosse, torna a casa e c’è la moglie ad aspettarlo.

Diciamocelo chiaramente: questa è l’Odissea se togliamo la guerra e gli dèi.

Non voglio fare confronti nemmeno con l’irlandese James Joyce, che nel suo Ulysses (1918-20) comprime l’Odissea in una sola giornata. Quelli erano i tempi d’oro della letteratura occidentale. Ora ammettiamolo, non abbiamo più nulla da dire, e forse faremmo meglio a stare zitti, piuttosto che cercare il consenso del grande pubblico facendolo convergere sui miti del passato.

Ma quali sono questi miti? La guerra e gli dèi, appunto. Tra cui le guerre di religione. Ieri come oggi. L’Europa sull’orlo di una guerra mondiale e il Mediterraneo in fiamme. I valori dell’Occidente. Sono queste sono le nostre origini, dopo tutto.

Il film è decisamente contro la guerra (ce lo dice l’insistenza sul senso di colpa e sul desiderio di espiazione, che però sono assolutamente fuori contesto, come notato da molti), ma non credo sia sufficiente a catalogarlo tra i capolavori del cinema. E Nolan, che ha diretto opere come Interstellar, Inception, Tenet), secondo me ha perso una grande occasione per fare un film molto, ma molto più coraggioso – certamente con minori incassi. Più onirico, allucinatorio, labirintico, estremo.

Quanto agli dèi, Zeus è nominato davvero troppe volte (molte più di Athena, che abbiamo la fortuna di vedere, noi spettatori e il protagonista, con i nostri occhi) e Poseidon entra in scena solo dopo che gli hanno accecato il figlio. I sacrifici agli dèi si sprecano, e l’incontro con le anime dei soldati morti è molto suggestivo, anche se la location ricorda troppo Il settimo sigillo (Bergman 1957) e la statuetta che Odisseo riesce non si sa come a portare con sé per vent’anni ha un sapore da rom-com. Gli uomini trasformati in porci sono convincenti; un po’ meno le quantità di loto con cui Calypso ingozza il suo ospite per sette anni. Le sirene sono una delusione perché non ne sentiamo il canto – come se anche noi avessimo la cera nelle orecchie, e questa è una scelta bizzarra di Nolan, che ci dà occhi per vedere Athena ma non orecchie per ascoltare le Sirene) – e dobbiamo fidarci delle grida di Odisseo, il cui volto è una mutazione cinematografica dell’Urlo di Munch (1893). Ancora, Nausicaa non c’è. Come ha scritto Evaristo Lodi (“L’infinita Odissea”, Girodivite 23 luglio), “il regista non ha inserito nella trama i Feaci con Nausicaa, figura femminile che è estremamente accogliente verso gli stranieri che giungono nella sua terra.

Sarebbe forse stato troppo per l’attuale amministrazione che avrebbe compiuto esternazioni eclatanti per sottolineare la propria ritrosia ad accogliere i migranti che risultano sempre brutti sporchi e cattivi”.

Il mio consiglio? Godetevi il film. Poi, dopo la visione, non importa rileggere l’Odissea originale, né rileggere o rivedere le sue tante varianti. Proviamo piuttosto a uscire dal Canone, proviamo a guardare al di là delle Colonne d’Ercole, di Scilla e Cariddi, a guardare il mondo altro, quello che emerge, che spinge per esistere… a confrontarci con i suoi, i loro racconti originari, i loro miti, i loro dei. Il nostro modello ha fallito. Non possiamo esserne fieri. E i sensi di colpa tardivi non basteranno a fare ammenda, e non basterà virare la nave verso il sol calante per dare sepoltura ai caduti.

Nel labirinto di spiegazioni, recensioni, stroncature ed elogi raccomando il commento dotto e raffinatissimo di Roy Menarini e questo sito per i curiosi.


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