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La grande distrazione di massa

Non serve un nemico esterno per essere invasi, basta un esercito invisibile di lobbisti ben pagati e politici in cerca di una paura da vendere.

di Marco Monari - mercoledì 28 maggio 2025 - 790 letture

Aumentare la spesa militare per difendersi dalla Russia non è una strategia, ma è un suicidio finanziario; soprattutto, è una gigantesca distrazione di massa. Mentre le democrazie europee si inginocchiano ai diktat dell’Alleanza Atlantica e delle industrie belliche, nessuno sembra più chiedersi da che cosa sia necessario difendersi e, soprattutto, quali siano i riferimenti storici, politici e culturali di riferimento che evidenziano tale necessità.

L’idea di un attacco russo all’Europa occidentale è oggi più un frutto della propaganda bellicista che una realtà geopolitica; si tratta di una minaccia sovrastimata. La Russia è impegnata da oltre due anni in un conflitto in Ucraina, logorante economicamente e logisticamente devastante. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS, 2024), le perdite russe in uomini, risorse e mezzi sono tali da rendere irrealistico ogni ulteriore espansionismo armato verso Ovest e le attuali priorità di Mosca sono la stabilità interna e le alleanze strategiche con i BRICS e non una possibile avanzata militare in terra UE.

Eppure, i governanti europei si comportano come se la Guerra Fredda non fosse mai finita, anzi, come se all’improvviso dovesse diventare Calda. Il nuovo piano europeo di riarmo, basato su un indebitamento collettivo, fortemente avvallato da Parigi e Berlino e attivato (arbitrariamente) dalla Commissione UE senza alcuna votazione nello stesso Parlamento, ha il fine di portare la spesa militare comune ben oltre il 2% del PIL, soglia ipotetica imposta da anni dagli USA attraverso la governance della NATO. Secondo l’Osservatorio Milex, per l’Italia, raggiungere questa soglia significa almeno 12 miliardi di euro in più ogni anno entro il 2028 e si tratta di risorse economiche che il ministro Giorgetti ha già promesso di trovare “con indebitamento strutturale e revisione delle priorità”. Si tratta di un’affermazione che in linguaggio compressibile a tutti e in correlazione alle risorse del nostro Paese significa: più spese militari, meno scuola, meno sanità, meno investimenti e, quasi certamente, più tasse a carico delle classi della popolazione uniche o certe a pagarle; vale a dire il 12% della popolazione, ossia i lavoratori dipendenti e pensionati con redditi medio-alti.

La paura di una possibile invasione e la relativa spesa per il riarmo non produce benefici per la popolazione. Secondo l’European Network Against Arms Trade (ENAAT), ogni miliardo di euro spesi in armamenti produce meno occupazione, meno innovazione e meno benefici economici diretti rispetto alla stessa cifra investita in sanità, scuola, università o transizione ecologica. L’ENAAT fa un confronto diretto: con un miliardo speso nella difesa si creano circa 6.000 posti di lavoro mentre con un miliardo investito nell’educazione vanno a crearsi oltre 15.000 posti di lavoro. Per l’economista Thomas Piketty, “il riarmo è una tassa regressiva nascosta in quanto colpisce i più deboli, spostando il peso fiscale verso chi non ha accesso ai profitti della sicurezza.” (Le Monde Diplomatique, dicembre 2023)

Chi ci guadagna moltissimo dietro le retoriche della “sicurezza” sono le lobby della guerra che si muovono utilizzando un apparato molto efficiente: il complesso militare-industriale europeo. Secondo Corporate Europe Observatory (2023), aziende che producono armamenti (e ne cita alcune) investono milioni nel lobbying a Bruxelles. Una di loro, in particolare, siede stabilmente nei gruppi di lavoro della Commissione UE sulle “strategie di difesa” e ha moltiplicato le presenze negli eventi UE dedicati al “dual use” (civile-militare). Va detto che le lobby hanno come obiettivo quello di rendere permanente il flusso di fondi pubblici verso l’industria bellica, anche in tempo di pace. Come osserva la politologa Mary Kaldor (LSE): “L’Unione Europea è passata da soggetto di pace a cliente armato. In assenza di una minaccia reale, la guerra è diventata una forma di politica industriale.

Purtroppo, con questa politica che punta al riarmo il conto di queste spese viene pagato con aumento di tasse, tagli di spesa e conseguenti nuove disuguaglianze. Nel Documento di Economia e Finanza (DEF) 2024 si prevede un aumento del debito pubblico del 2,3% del PIL entro il 2027 legato a “spese strategiche in materia di difesa”. Secondo una simulazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, la corsa al riarmo porterà: aumenti dell’IVA su beni di largo consumo, tagli alle detrazioni fiscali per redditi medio-bassi e riduzione dei fondi per la “medicina territoriale”, l’edilizia scolastica e l’università pubblica. L’impatto fiscale netto per le famiglie sotto i 25.000 euro annui avrà un aumento di spesa di circa il 7% entro tre anni con un esborso silenzioso, strisciante, progressivo, legalizzato. Questa retorica bellicista mette in pericolo e, implicitamente, in discussione anche la nostra Costituzione in quanto il problema che si crea, non è solo economico ma è anche giuridico. L’art. 11 della Costituzione italiana recita che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.” Con questo dettato Costituzionale, viene da chiedersi come possa essere giustificato dal punto di vista legislativo un riarmo strutturale e con programmazione annuale, pur in assenza di conflitti bellici diretti. Secondo il costituzionalista Ugo Mattei “Il riarmo permanente è incompatibile con il dettato dell’art. 11. Chi lo propone stabilmente forza il vincolo costituzionale e viola lo spirito del patto repubblicano.”

I governanti UE hanno voluto ignorare la possibile via alternativa al riarmo per paura di una invasione; avrebbero potuto intraprendere una via diversa agendo con il fine di realizzare una cooperazione economica e culturale con i BRICS e in particolare con la Russia, puntando a una collaborazione post-bellica creando delle reti commerciali mirate a ottenere non un’alleanza politica, ma una vera e propria alleanza commerciale per realizzare una strategia della distensione. La creazione di un nuovo patto commerciale che prevedesse anche il settore energetico, sarebbe stata una politica di vera e propria distensione tra i governi che avrebbe rilanciato l’economia UE e ridotto la dipendenza militare dall’asse NATO-USA.

L’ideologia di stampo atlantista sta avendo il sopravvento e proseguendo in questa politica fallimentare anche il nostro Paese (oltre a quelli UE) si troverà costretto a spendere di più per organizzare la difesa da un nemico costruito a tavolino, impoverendo nel frattempo la nostra società. In effetti, di questo passo e con la corsa al riamo la guerra inizierà ben prima del previsto, ma non contro la Russia ma contro la popolazione in quanto non si sta progettando una sorta di difesa ma una resa al mercato bellico che conta sulla paura. Il nostro Governo ha abdicato alla tutela della Popolazione abbandonando il settore legato all’istruzione, alla salute, alla giustizia sociale, ai problemi delle classi meno abbienti per finanziare una guerra che, al momento, esiste solo nei documenti creati e divulgati dalle lobby delle armi e dai suoi intermediari politici. Ogni euro speso per un missile è un’aula scolastica che non verrà costruita. Ogni carro armato ordinato è un pediatra che non verrà assunto. Ogni caccia F-35, fa si che a questa generazione e a quelle a seguire si tolga una parte di futuro. Come ha scritto il politologo Carlo Galli: “Chi arma uno Stato, lo rende più povero e meno democratico. Chi educa i cittadini, li rende liberi.” Non serve un nemico esterno per essere invasi, basta un esercito invisibile di lobbisti ben pagati e politici in cerca di una paura da vendere.


Fonti consultate:

- CSIS (2024), Assessing Russian Military Capabilities Post-Ukraine

- ENAAT (2023), Military Spending and Job Creation: Myths and Facts

- Osservatorio Milex (2024), La spesa militare italiana in tempo di pace Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF)

- Agenzia delle Entrate

- Ufficio Parlamentare di Bilancio (2024), Nota di sintesi al DEF

- Corporate Europe Observatory (2023), Lobbying the EU Defence Market

- Le Monde Diplomatique, dicembre 2023, Piketty su fiscalità regressiva

- Interviste e saggi di Mary Kaldor, Carlo Galli, Ugo Mattei

- Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 11

- Organi di Stampa.



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