La grammatica del capitalismo
Il tempo a capitalismo integrale ha paura delle parole, ne ha terrore pertanto procede a neutralizzarle, a manipolarle e a cancellarle, in modo che il bene e il male non orientino le scelte...
Il male è tentacolare e polimorfo, ma ha un’unica matrice: il capitalismo liberista. Il male non lo si evoca, non è reso concetto, pertanto si continua praticare il male pensando che sia bene, o meglio si procede a cancellare la differenza tra il “bene e il male. Alla fine di tale processo di logoramento non resta che l’utile personale e la grammatica dell’indifferenza.
Il tempo a capitalismo integrale ha paura delle parole, ne ha terrore pertanto procede a neutralizzarle, a manipolarle e a cancellarle, in modo che il bene e il male non orientino le scelte. Il capitalismo si sottrae, così, al giudizio valutativo del popolo e può continuare la sua corsa verso “il niente”. La distruzione ha il volto gioioso e inquietante della liberazione da ogni vincolo etico e naturale. Si sollecita la schiavitù al capitale e ai consumi offrendo l’illusione dell’onnipotenza. Per raggiungere tale risultato si acceca sin dall’infanzia la capacità di discernere il bene dal male.
La formazione è processo che deforma con l’orientamento lasco al “niente”. Senza padri, senza madri e senza maestri nessun essere umano si umanizza, ma regredisce verso la disumanizzazione, in questo processo le parole sono uccise e poste sull’altare del “dio capitale”. L’olocausto delle parole precede spesso l’olocausto degli uomini. Talvolta si è consapevoli di questo, ma la pigrizia etica è il grande successo del sistema. Si inibiscono i processi concettuali, i quali nella loro coralità e comunità alimentano il senso etico e rafforzano con la definizione la pratica del bene.
Le istituzioni etiche per eccellenze: le Accademie sono i luoghi dove si impara il polimorfismo del male e non si osa pronunciarne/denunciarne la presenza. I suoi corifei sono anonimi banchieri che diffondono e consolidano la cattiva novella della quantificazione e della finanziarizzazione della vita. Nelle Accademie il messaggio è raccolto e trasmesso alle nuove generazioni, esse funzionano da cinghia di trasmissione.
Il capitalismo ha il suo alfabeto dei cattivi sentimenti. Il sentimento primo che instilla e diffonde è il disprezzo. Il precario disprezza se stesso. I precari non riescono ad essere corpo e classe sociale organizzata ed emancipativa, in quanto a tamburo battente si idolatrano i vincenti in ogni canale mediatico e privato, li si esalta fino alla venerazione. In tale clima di dissoluzione comunitaria ed etica il precario non può che viversi come “il perdente”. Il capitale crea i suoi paria; i perdenti sono i nuovi intoccabili oggetto di pubblico ludibrio. Il perdente non ha sostegno sociale, è colpevolizzato: è causa della sua sventura. Non ha diritto a relazioni e ad occupazioni stabili, deve vivere vagando, può solo sopravvivere.
Il dramma è sociale, materiale e metafisico, poiché i vincenti con il loro individualismo proprietario negano la natura umana, la quale è solidale e comunitaria e si autoproclamano detentori del bene.
L’infelicità generale dimostra che la natura umana non è competitiva ed individualista, ma è profondamente comunitaria. La società liquida è attraversata dalla paura, in quanto il soggetto atomizzato sente la mannaia del sistema che può abbattersi improvvisa su di lui. Disprezzo di sé e paura possono ribaltarsi in aggressività sociale, la rabbia accumulata può degenerare all’improvviso senza causare cambiamenti effettivi. Il cattivo alfabeto dei sentimenti è l’epifenomeno e la sostanza del capitale. Per poter inibire ogni processo di emancipazione il capitale controlla le istituzioni nelle quali potrebbe essere oggetto di critica propositiva.
Leonidas Donkis definisce la gestione delle Università e delle Accademie “capitalismo accademico”. Le Università sono gestite secondo criteri manageriali, non creano cultura, non sono la linfa dell’Umanesimo, ma riproducono il capitale nella forma della finanza aziendale e specialmente modellano i clienti, non vi sono più studenti, al paradigma del capitale. Gli studenti sono preparati per essere “galli da combattimento”, e mentre sono deformati in nome del capitale sono saccheggiati. La deformazione della natura umana solidale è chiamata bene, non solo è lo scopo dell’Accademia.
La libertas philosophandi ha fondato l’Europa libera e democratica, la libertà di opinione è libertà di creare. Il capitalismo accademico è lotta senza quartiere contro la libertà e l’Umanesimo, non deve restare nulla della tradizione e della storia delle lotte dei popoli per liberarsi dal giogo dell’asservimento. Banchieri e avventurieri del nichilismo finanziario pianificano la distruzione della formazione intaccando le finalità paideutiche con l’elargizione dei finanziamenti pubblici e privati solo se le facoltà rispondono ai paradigmi del potere. Ancora una volta è il disprezzo distruttivo a guidare l’azione padronale: gli accademici sono servi ed esecutori del dominio. Non più intellettuali ma insigni burocrati della finanza.
Le Università non devono preparare, ma devono limitarsi a trasmettere competenze da vendere sul mercato del lavoro. L’utile è il catalizzatore delle facoltà, il bene è l’utile, tutto ciò che “non serve” è espulso dall’orizzonte formativo. Si deforma mediante la mutilazione della natura umana e si chiama questo “bene”. Nessuna formazione, dunque, perché essa è libertà dall’utile, conoscenza di sé all’interno dell’orizzonte in cui si è situati. La formazione è memoria, in quanto il soggetto vive la storia collettiva, entra in comunicazione con il proprio territorio, entra in contatto con gli uomini e le donne che hanno contribuito a fondare il presente.
Il tempo della formazione non è puntiforme, poiché la formazione insegna a mettere in proficua tensione i concetti e attraverso di essi ci si apre all’ascolto del passato. La consapevolezza di essere all’interno di una grande storia responsabilizza, fonda la prassi etica, ed eleva verso l’universale. È un viaggio all’interno di se stessi che conduce al futuro. L’ostilità verso la formazione è diretta contro la memoria viva e plastica creatrice del possibile contro la mordacchia della necessità. La memoria si stratifica nella relazione.
L’individualismo atomistico non ha memoria, perché rifiuta la relazione e l’osmosi del dono. Z. Bauman definisce l’attuale formazione “addestramento”, è un attacco frontale al pensiero, si desertifica ma si continua a proclamare il “valore” della formazione. La menzogna è la verità del sistema capitale. La destabilizzazione del sistema formativo è completato dagli studiosi itineranti: professori ed accademici senza patria e ruolo sono deterritorializzati, si insegna loro il cambiamento spaziale perenne, l’effetto è l’irresponsabilità etica, non si è parte di nulla, l’impegno declina e con essa la creatività.
La fondazione di scuole e tradizioni di pensiero non può che concretizzarsi nell’impegno quotidiano e nelle relazioni stabili tra studiosi che contribuiscono ad un clima di fiducia e collaborazione.
L’intellettuale itinerante-precarizzato non entra in relazione con i luoghi e le persone, può solo sopravvivere con la flessibilità emotiva, ovvero deve organizzare la sua sopravvivenza emotiva deformandosi con un sentimento di distanza e d’indifferenza. Il fine ultimo della riorganizzazione emotiva e finanziaria è addestrare il “capitale umano” ad impostare le relazioni umane su rapporti di sostanziale indifferenza. Ci si relaziona solo per brevi periodi e solo se i rapporti producono effetti positivi. Il modello è il rapporto cliente-merce, si usa la merce fin quando soddisfa il cliente altrimenti si cambia. Dinanzi al male del capitale nelle sue forme emotive ed economiche è necessario spostare l’attenzione dai politici alla struttura economica. Spesso si contestano i politici senza mettere in discussione la radice prima del male e ciò consente alla malvagità del bene di proliferare. Si attende l’uomo forte o il movimento che deve contenere il male. Se non si ha la chiarezza che esso è alligna nella struttura e che non è possibile eliminare il male cambiando i politici si andrà incontro ad un lungo periodo di mortificazione collettiva che non potrà che favorire la proliferazione del male.
Conoscere il male e la sua “provenienza” è il primo atto di liberazione, forse è il momento più difficile, perché è la soglia di passaggio, è il processo maieutico dopo il quale nulla è come prima. Il comunismo del futuro dovrà necessariamente fondarsi sulla metafisica, poiché nessun progetto politico forte e di lunga durata può sopravvivere alle contingenze della storia senza la definizione di natura umana e del bene e del male. Il precario di oggi a prescindere che sia il lavoratore di un comune supermercato o un docente universitario accetta l’inaccettabile, malgrado le lunghe sofferenze, in quanto gli sono state sottratte le parole per discernere il bene dal male senza le quali non vi è impegno politico e speranza. Oggi urge rifondare la metafisica per rimettere in cammino la storia.
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