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La forza di una madre di Gaza

Il mio cuore libero : La forza di una madre di Gaza / Majd Al-Assar ; traduzione di Simona Garavelli. - Milano : Garzanti, 2025. - 256 p. - ISBN 978-88-11-02001-1.

di Alessandro Castellari - venerdì 13 marzo 2026 - 386 letture

Cos’è la maternità in tempo di guerra?, si chiede Majd. “Non si tratta solo di tenere stretti i propri figli, ma di estendere quella protezione, quell’amore feroce, ad ogni piccola mano che il destino ha posto nella tua, anche se appartiene a un estraneo. Non vivevamo più in una città fatta di abitudini e di risate. Eravamo frammenti di esistenze sparse per le strade, uniti dalla paura, dalla speranza e da una volontà di sopravvivere che non si lasciava spezzare”.

Majd Al-Assar è una giovane donna palestinese, madre di Sabah, un bimbo di otto anni, e di Ney, una bimba di cinque. La terribile reazione israeliana all’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023 le travolgono la vita.

Prima a Gaza Nord i matrimoni accendevano le notti con musica e fuochi di artificio, i bambini riempivano i vicoli di grida e risate, le donne si sporgevano dai balconi scambiandosi ricette e pettegolezzi. Ne rimane solo il doloroso ricordo. Fin da subito le lezioni sono sospese, i missili cominciano a colpire le case, due bambini muoiono per strada, i primi di una lunga strage. Il 14 ottobre ha inizio l’evacuazione dalla città e il grande esodo. Majd e il marito Rashad si avviano coi figli verso Nuseirat più a sud dove abita la nonna materna, abbandonando quelle piccole cose che danno un senso alla vita: la famiglia a tavola, la stanza dei bambini, i quaderni per la scuola.

Vediamo quella famiglia in viaggio insieme al altre migliaia di famiglie su camioncini o a piedi con materassi, fagotti, una padella, un album di fotografie, un po’ di pane e i preziosi pannelli solari che permettono un po’ di luce e la ricarica dei cellulari. Sabah custodisce nello zaino due delle sue preziose macchinine, e Ney non si separa mai dalla sua bambola di plastica. A Nuseirat il Pronto Soccorso dell’ospedale Al-Shifa è pieno di bambini e i medici sono costretti a prendere decisioni crudeli. Ovunque l’acqua scarseggia sempre di più, l’elettricità arriva solo a tratti, i rifugi sono sovraffollati, i mercati quasi vuoti, la frutta scomparsa, i prezzi altissimi, e poi le malattie e le medicine scarse.

Eppure Majd è sempre capace di inserire nel suo racconto preziosi elementi di resistenza: gli scambi continui di indumenti e coperte fra la povera gente, anche gli assorbenti fra donne a volte ritagliati dal kafan, il tessuto dei sudari, e soprattutto le risate e i giochi dei bambini che sembrano la promessa di un futuro migliore. Una volta trovano delle uova con cui fare una frittata: Una frittata non era solo cibo. Era memoria. Un viaggio nel tempo. L’infanzia che tornava in una padella. Esilio. Ritorno. Fame. Guerra. Tenda. Casa. Esilio. Così Majd definisce con sette parole l’esperienza di quegli anni.

Anche Nuseirat, dopo piccoli momenti di tregua, diventa zona di combattimento e il martedì 26 dicembre se ne vanno a sud verso Rafah con tutte le cose non ancora perdute e ancor più stropicciate.

Da Rafah devono tornare a Nuseirat il 10 febbraio perché il Corridoio Filadelfia diventa il prossimo obiettivo. Ma almeno la casa della nonna è ancora in piedi. Lì, nonostante alcune notizie positive, la situazione è ancora peggiore, quindi tornano a Rafah come esuli sotto una tenda fra sabbia e polvere, con una fossa scavata nel terreno come bagno, senza privacy. Eppure tutte le famiglie sono unite nella lotta per la sopravvivenza e legate dalla tenerezza. Che dire poi ai bambini quando chiedono: “Domani torniamo a casa?”

Nel dicembre del ’24 sfollano ad Al-Zawaida al centro della Striscia, di nuovo sotto una tenda. Sono mesi di fame, ma ci si nutre della speranza di una tregua concordata dalle delegazioni riunite al Cairo. La telefonata inattesa di un amico li rassicura che la loro casa a Gaza Nord è ancora in piedi. Una boccata di ossigeno in tanta devastazione.

Finalmente si apre un varco verso nord, attraverso il quale si riversano centinaia di migliaia di persone: una marcia infinita, impietosa, ma sospinta dalla speranza.

A casa trovano la desolazione: non c’è acqua, né luce, il frigo manda la puzza di cose ammuffite, i vetri sono infranti e nera fuliggine copre ogni cosa. Ma i bambini sono entusiasti: Sabah ha ritrovato le sue macchinine ben allineate e Ney le sue bambole. È la loro casa!

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Copertina di Il mio cuore libero, di Majd al-Assar

Noi lettrici e lettori non ci rendiamo del tutto conto di cosa sia la casa per i gazawi. Ascoltiamo le parole di Majd Al-Assar: “Noi gazawi siamo famosi per le nostre case. Non è vanità, bensì l’aritmetica della storia. Mio padre e mio nonno hanno passato decenni ad aggiungere strati come fossero preghiere. Una scala qui, una stanza nuova là, una cucina ampliata per le figlie che sarebbero tornate con figli e fardelli. Abbiamo costruito come se i muri fossero una genealogia, come se la casa potesse ereditarti e renderti più difficile da cancellare”.

Per Majd scrivere questa cronaca è stato un atto di sopravvivenza, disporre i pensieri in righe ordinate a dispetto del caos fuori da sé e della tempesta dentro di sé.

Noi lettrici e lettori ci troviamo di fronte ai fatti senza nessun giudizio politico, solo ai fatti di una umanità dolente che richiede la nostra attenzione e la nostra solidarietà. È quell’umano che fonda o dovrebbe fondare la politica.


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