La diplomazia della sola
Elogio della ciabatta contro il culto dello stivale. A partire da una frase di un ministro israeliano.
Pare che l’Italia sia diventata il Paese delle ciabatte. A sostenerlo sarebbe il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, il quale, con notevole sensibilità podologica, avrebbe diagnosticato il declino nazionale osservando le nostre calzature. L’Italia non sarebbe più il glorioso Paese dello stivale, ma una nazione in ciabatte.
Lo stivale, si sa, è simbolo di forza, virilità, decisione, fermezza e, possibilmente, di una certa inclinazione a marciare. La ciabatta, invece, evoca il divano, il caffè del pomeriggio, il gatto addormentato sul balcone e la preoccupante tendenza a non invadere nessuno. Il giudizio è severo. Per alcuni osservatori, evidentemente, una società è tanto più rispettabile quanto più rumore producono i suoi stivali sul pavimento.

- Ben-Gvir, Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte
La storia europea, suggerirebbe una certa prudenza nell’esaltare le calzature militari. Ogni volta che gli stivali hanno conquistato troppo spazio nella politica, il risultato non è stato sempre entusiasmante. Sarebbe meglio lasciar perdere, ma immaginiamo per un momento di accettare la metafora.
Cos’è davvero una ciabatta? È un oggetto straordinariamente democratico che non distingue tra ricchi e poveri, non pretende saluti militari, non impone posture eroiche, né richiede parate. La ciabatta non conquista territori. Al massimo conquista il frigorifero alle due di notte. Lo stivale, al contrario, possiede un curriculum ben più ambizioso. Ama le frontiere, le marce, le esercitazioni, le dimostrazioni di forza e, quando possibile, le fotografie ufficiali. La ciabatta cerca il soggiorno, lo stivale la Storia.
Eppure vi è qualcosa di commovente in questa nostalgia per gli stivali. Sembra quasi che il mondo contemporaneo soffra di una sindrome da ferramenta geopolitica: più aumenta la complessità dei problemi, più cresce il desiderio di risolverli a colpi di suola rinforzata. L’economia rallenta? Stivale. Le tensioni internazionali aumentano? Stivale. La società si polarizza? Altro stivale. A questo punto non è escluso che qualcuno proponga uno specifico Ministero delle Calzature Strategiche.
Naturalmente il problema non riguarda davvero le scarpe. Riguarda una visione della politica. Da una parte vi è chi considera la sicurezza il valore supremo e misura la forza di una società dalla rigidità dei suoi stivali. Dall’altra c’è chi ritiene che il successo di una civiltà si misuri anche dalla capacità dei cittadini di vivere senza doverli indossare continuamente. Perché a ben vedere, una società costretta a vivere permanentemente negli stivali non è necessariamente una società forte. Potrebbe essere semplicemente una società che non riesce più a toglierseli. E forse qui emerge il vero paradosso.
Gli stivali servono per affrontare le emergenze. Le ciabatte servono per tornare a casa. Una politica saggia dovrebbe sapere quando indossare gli uni e quando permettere ai cittadini di usare le altre. Se invece gli stivali diventano una filosofia permanente, il rischio è che il mondo intero finisca per assomigliare a una caserma.
E francamente, tra una democrazia in ciabatte e una caserma in stivali, molti continuano a preferire il diritto di camminare comodamente. Anche perché la storia insegna che gli stivali fanno molto rumore, mentre le ciabatte permettono almeno di sentire le persone parlare.
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